Nuovo Commento | Tommaso Di Dio legge e commenta “Quello che sono è una finestra” di Franca Mancinelli

Nell’ambito del progetto Nuovo commento che stiamo seguendo con estremo interesse, proponiamo ai lettori, in esclusiva, il testo dell’ultimo commento uscito su Youtube l’11 dicembre.

Tommaso di Dio legge e commenta Quello che sono è una finestra di Franca Mancinelli. Da subito ci accorgiamo che quello che abbiamo davanti non è un classico testo di critica, ma sembra più un canovaccio che scandisce pause e climax della lettura. Tanto che, a un primo sguardo, quasi non si nota il passaggio dal testo della Mancinelli alle parole del commento, se non per i trattini che l’autore ha posto a incarnazione della pausa necessaria per dare al lettore la possibilità di elaborare il testo prima di affrontare la lettura critica.

Abbiamo deciso di proporre il testo del commento così come è stato prodotto e utilizzato per restituire un’ulteriore fase del processo critico. Una interessante peculiarità del progetto Nuovo commento è, infatti, la necessità di adattare la parola critica a un tempo e un ritmo precisi, determinati dalle necessità cronotopiche imposte dal web e, più ancora, da un social come Youtube.

Così, nella sinergia tra lettura e ascolto, cogliamo come la scansione del testo critico segua non solo l’andamento del pensiero, ma anche l’andamento di un discorso orale, peripatetico, che ha necessità di cogliere i luoghi salienti del testo nel più breve periodo di tempo possibile, anche laddove questi luoghi siano nascosti in profondità. Le parole di Tommaso di Dio arrivano direttamente alle viscere del testo senza preamboli, e l’impaginazione scandisce i tempi con cui il lettore può calarsi sempre più in profondità, senza il timore di tralasciare gli aspetti di significazione più importanti.

Riportiamo in fondo all’articolo tutte le uscite di Nuovo commento con i rispettivi link.

Davide Paone

Quello che sono è una finestra
il peso che avevo l’ha raccolto
in sacchi scuri l’alba.

Ogni movimento oltre la stanza
ora può trasportarti
e luminoso il traffico rallenta
perché il cappello rovesciato
contenga una moneta.

di Franca Mancinelli

—-

La poesia di Franca Mancinelli si segnala
nello sterminato mare di scritture contemporanee
innanzitutto per una sua precisa tonalità.

Ma sarebbe fuorviante intendere che questa poesia esprima un tono personale,
come se dalle sue pagine spiccasse la “personalità“ della scrittrice:

no, qui avviene tutt’altra alchimia.


Qualcosa subito colpisce il lettore e lo trasporta in una dimensione
che al primo sguardo sembra sfuggire ai dati formali,
così come ai dati anagrafici e personali.

Siamo proiettati in un’area circoscritta, ma senza contesto:
una radura circondata da un grande bosco.

un’area nondimeno caratterizzata da un precisissimo gradiente di intensità.

Scrive Mancinelli nel volume del 2020, Tutti gli occhi che ho aperto:
«Punto gli occhi e si compie / la mia area, il cerchio della vita» (p.64)

Siamo allora dentro un mondo organico, di forze vive;

ma caratterizzato da faglie, ritmi e movimentazioni di immagini
che sono lontani da quelli che percepiamo nella realtà feriale.

Sono movimenti talmente prossimi alla materia vegetale
e, al limite, alla materia minerale

che le cose vive, qui, tendono volentieri a confondersi con essi e così farsi anonimi:

come tornassero ad essere materia a disposizione:
pronta a farsi, a trasformarsi in altro, sotto lo sguardo del lettore.

Nella sua scrittura siamo allora in un tempo che
«fermava il sangue sotto le unghie»
come scrive nella poesia che apre Mala Kruna, il suo libro d’esordio del 2007,

siamo in un movimento che porta ad un disinnesco completo delle retoriche feriali:

abbiamo insomma accesso ad un fluido più denso,
dove ciò che prima veniva smarrito nella velocità dei discorsi,
adesso diventa finalmente percepibile, anzi, diventa fondamentale:

la scrittura della Mancinelli è sempre aderente
ad una meccanica delle forze primordiali, basali:

tutto comunica con tutto, perché ogni frammento è la vita di quel tutto.

Non è un caso che infatti il suo secondo libro del 2013 si chiami Pasta madre.
Ed è da questo libro che viene la poesia che abbiamo letto in apertura.

La poesia della Mancinelli ha a che fare sempre con questi materiali totipotenti
con questi momenti indeterminati,
di potenzialità mai del tutto espressa né determinata:
sono radure, sono voci, sono tracce.

E come accade questo? Se leggiamo con attenzione
possiamo indicare che la sua poesia
è presieduta innanzitutto da due processi formali,
uno collegato all’altro da una solidarietà conseguenziale:

la frammentazione, l’ampliamento (analogia, metafora).

>>>>> La frammentazione

La prima strategia si sviluppa a più livelli.

Innanzitutto, come opposizione sistematica al fluire indiscriminato del discorso.

La sua è una poesia di poche parole:
solo le parole essenziali hanno accesso alla pagina,
pagina che resta sempre alonata da una vasta atmosfera di silenzio e di taciuto.

La parola che leggiamo è sempre un frammento di un discorso più grande.

Ma il bianco della pagina della Mancinelli
non è però il biancore accecante dell’escluso,
di ciò che è stato sottratto con violenza: non è il bianco grumoso e espressionista.

ma semmai il candore dinamico della cellula zigote: un’area di possibilità.

Nella sua poesia il bianco è presente come ciò che, ancora, non è stato scritto,
come l’inespresso che circonda sempre e protegge ciò che è espresso.

Ciò che non è scritto, insomma, resta nella pagina come indeterminato esistente.

È un silenzio che dunque c’è, è presente,
contemporaneamente a quanto è scritto e detto.

Più procede nel suo percorso di scrittura,
più questa essenzialità diviene il tratto dominante.

Sempre di più ciò che appare sulla pagina,
ciò che accede al suono è solo un frammento
di quanto nondimeno esiste, pur non accedendo alla dimensione dell’espresso.

Questa etica del taciuto
prende forma in Mala Kruna nella dimensione delle lacune
disseminate lungo il racconto delle tre età della vita che scorre lungo il libro


Nell’ultimo Tutti gli occhi che ho aperto si staglia fra le poesie
che sono distribuite come isole galleggianti nelle pagine

e prende forma in Pasta Madre nelle pagine bianche che separano le pagine scritte.

È importante considerare che le pagine bianche, gli spazi, le lacune
sono poesie, al pari delle altre:
sono consistenti, necessitano di essere lette con la medesima attenzione delle altre.

Ma la frammentazione prende forma anche ad un livello più superficiale.
È innanzitutto un modo dello sguardo:
la poesia della Mancinelli predilige inquadrare i dettagli.

Lo abbiamo letto: «quello che sono è una finestra».

quello che sono è una parte, un incompleto, un passaggio.

Nella sua poesia siamo sempre posti di fronte
a questi elementi frammentari e sarmentosi

rami, ossa, dita, finestre

elementi che si allungano, si fanno cunicoli, passaggi, trasporti da – a

come se ogni elemento non potesse esaurire il tutto
di cui pure è la vita,
ma non potesse fare altro che trasferire altrove quella vita che incarna.

In questo senso «quello che sono è una finestra»
è un verso di una precisione sconvolgente:

“quello che sono” è uno spazio di passaggio,
una terra di nomadismo, una zona di pastura.

Nella poesia che apre Pasta madre, troviamo scritto:
«si alzano sciami/ sepolti nel petto, stendono/ ali. Quanti animali migrano in noi».

>>>>>> In questo senso la poesia di Franca Mancinelli
è una poesia dell’ampliamento.

Sono sempre in azione metafore, analogie, metonimie.

Contatti che formano concatenamenti, che poi fra loro formano reti, intrecci, salti.
Si avvicinano forme remote e si fanno lontanissime le prossimità.

Scrive in una poesia di Mala Kruna:
«hai baciato il mio osso sporgente/ l’anca ramo ricurvo:/
svanisce il filo di sassi sulla schiena/ e ti siedo di fronte/ a radici aperte»

Se la scansione del verso è incentrata su di una rigorosa
decelerazione della lettura

(Le poesie di Franca Mancinelli vanno lette lentamente,
lasciando la voce attenta sì, tesa, ma al di fuori di ogni agonismo,
come se dovesse ripetere il ritmo con cui si costruiscono castelli di fiammiferi:

ogni lato del verso combacia infatti con il successivo
soltanto perché la pazienza di un gesto, lento, con uno scopo indecifrabile,
ha potuto rendere l’accostamento esatto e nondimeno meno violento possibile)

la potenza della sua poesia è data dalla fulminea accelerazione delle associazioni.

«quello che sono è una finestra»

Una forza barocca, un puntiglio metamorfico,
un godimento sommerso di essere forma trasferita
la anima.

Ed ecco che l’alba raccoglie «in sacchi scuri» un peso;

E così in questa poesia si dice quello che accade in ogni poesia di Franca Mancinelli: «ogni
movimento oltre la stanza/ ora può trasportarti»

Se gli smottamenti possono essere plateali
(attingendo spesso dagli ambiti della natura)
possono anche farsi minuscoli, microscopici.

Nel verso infatti «e luminoso il traffico rallenta»

Il termine luminoso indica sia il dato percettivo reale,
— le luci delle macchine del traffico —

Sia, per un impercettibile smottamento, un senso traslato:

“Luminoso” infatti sembra assumere un valore avverbiale
Che esprime più il risultato che la causa: più una luce morale che una luce estetica.

>>>>>>>>>>><

Ma sono gli ultimi due versi che mostrano al massimo
la forza di traslazione di cui è capace la poesia di Franca Mancinelli.

«perché il cappello rovesciato
contenga una moneta.»

L’immagine finale, semplice e potente,
giunge dopo una meticolosa costruzione figurale.

La potenza con cui si imprime è proporzionale infatti
al lavoro costruttivo sulle due strofe:

Lavoro proprio su di un progressivo ampliamento metonimico,
una progressiva traslazione.

Se rileggiamo la poesia, notiamo infatti che nella prima strofa
siamo indotti a immaginarci in una “stanza”
e a guardare attraverso una “finestra”, dalla quale possiamo vedere “l’alba”.

Ma nella seconda strofa si dice che
tutto ciò che è visibile attraverso la finestra,
tutto ciò che accade fuori dalla stanza,
genera un movimento che trasporta chi guarda al di là della cornice:

grazie a questo movimento
ciò che accade lì, fuori,
(il traffico e il mendicante che porge il cappello)

accade anche dentro la stanza

in una simultaneità che è però subito allegoria.
In una apparizione ai sensi, simultanea sì, ma che è subito traslazione semantica:

a dimostrarlo è ancora una volta un microscopico smottamento:
questa volta non lessicale, ma della logica delle congiunzioni.

È infatti l’uso assolutamente improprio della congiunzione causale “perché
ad imprimere forza, a trasmettere uno slancio ritmico sintattico
all’immagine dei due ultimi versi.

Qui è scritto che il traffico rallenta perché
il cappello rovesciato, contenga una moneta.

Ma è ovvio che sia invece l’inverso.

Ad ogni rallentamento del traffico (per esempio per un semaforo)
Il mendicante si avvicina per raccogliere un’elemosina.

Ma i versi di Franca Mancinelli infrangono di proposito la logica feriale
E, pur conservandone gli elementi, la traslano
La spostano in una straordinaria allegoria della scrittura poetica:

qui adesso tutta la realtà e i suoi discorsi (“il traffico”)
esiste solo affinché

possa mostrarsi come oro luminoso
nel cappello rovesciato della scrittura.

La scrittura, che è il rovescio della vita,
ripetizione della vita in analogia,
grazie al “rallentamento” ad arte del traffico dei significati feriali,

riesce a mostrare della vita il valore:
la luce della moneta.

Quando siamo giunti al termine di questa straordinaria poesia
ci ritroviamo allora in mano allora un valore invisibile
la cui luce solida ci guida
nel bianco delle pagine in un mondo ancora da scrivere.

Tommaso Di Dio

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