da Ultima*Eldorado | “Nella trasparenza” di Maria Borio

Ultima*Eldorado custodisce una raccolta di quattro interventi di poetica. Maria Borio, Lorenzo Carlucci, Carmen Gallo e Francesco Terzago hanno perlustrato la terra della scrittura, i propri limiti, i propri desideri, portando alla luce ciò che hanno trovato nel percorso.Eldorado è il sogno degli uomini che vivono fra le poche cose del mondo; e che scavano per cercare. E così trovano non come restare, ma i resti di tutte le cose del mondo. ​Una teoria di reperti, senza indicazioni, senza spazio né tempo; colti ciascuno in una prossimità che diventa imitazione reciproca. Esposti, i reperti si sottraggono sia alla curiosità catalogatrice dell’osservatore sia alla pretesa di una narrazione che imponga loro un inizio e una fine. A chi sappia rinunciare a queste pretese, si dischiude un’ulteriore possibilità: l’abbandono al dialogo delle analogie, alla capacità evocatrice dei segni, al loro ritmico ripresentarsi, verso un travalicamento che è ogni volta un discorso da ricostruire nello sguardo di chi sta guardando. Bisogna cedere a questa trappola liberatoria, all'immobile gioco fra le figure che, sebbene schiacciate sulla pagina e mute, continuano a tessere segnali, rimandi, richiami. Bisogna avere pazienza, rimanere avvinti da queste tracce di intensità, fino a quando non osserveremo più reperti - i tasselli di una morta storia – ma il ritmo vivo che li scioglie e li lega: l’oro del tempo, la poesia. * * * www.ultimaspazio.comQui pubblichiamo un estratto dal saggio di Maria Borio "Nella Trasparenza".

Ore: 8:00

Il cielo è trasparente. Il cielo è armonia: significa collegamento, connessione, come viviamo l’era, come dice solitudine trasmessa, guerra, pace, virtuale. Rete e corpo si schiudono, gli ologrammi strappano la natura al cielo e la fondono ai sentimenti: queste cose fragili, per una volta. Queste cose fragili rendile libere e unite al di sopra, al di sopra, al di sopra. Il cielo è un uomo nero perché addensa.

Ultima Eldorado, Maria Borio, Ilaria Mai, Tommaso Di Dio, Poesia, poesia contemporanea

Ore: 12:00

I

Che cosa viviamo adesso? Molto tempo fa si diceva che la poesia parlava della vita e dell’universale, dell’universale concorde con la vita. Poi la vita… e la poesia non è stata più espressione di armonia. Che cosa viviamo adesso?

In un passo dell’Odissea Ulisse si trova in mezzo a una tempesta marina e tiene uniti i tronchi della zattera. Le parole che pronuncia possono essere tradotte così: «terrò uniti i tronchi della zattera, starò qui, resisterò» (Od., V, 361-362). Il verbo che indica il tenere uniti i tronchi è armózo, che ha la radice di armonia e significa collegare, connettere. Armonia non indica solo qualcosa di sereno, pacificato, ma indica anche una tensione per collegare, tenere uniti punti disconnessi come atto di resistenza. Si tratta di una tensione non spontanea, naturale, ma indotta: crea un contatto. In questa accezione, l’armonia è una tensione che non esclude mai una dimensione critica di relazione: l’armonia del bello non sussisterebbe senza la consapevolezza del sublime come controparte. Diciamo che l’armonia di una totalità deve essere sempre consapevolezza critica della relazione tra i suoi frammenti.

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Questa idea di armonia va di pari passo con quella di trasparenza. Si sente spesso parlare di trasparenza: in politica, in economia, in sociologia, in filosofia. Ci viene chiesto di essere trasparenti. Ma che cosa significa? Ora, non pensiamo al suo significato sociologico e politico, ma proviamo a considerare la trasparenza dal punto di vista dell’estetica. Un oggetto trasparente è un oggetto che ci fa vedere attraverso, che collega più parti di realtà in un uno spazio dove, nella nostra percezione, le parti entrano in relazione. Il vetro in cui si riflette la mia immagine è anche la superficie attraverso cui vedo il paesaggio esterno.

Un oggetto artistico che rappresenta bene il concetto di trasparenza è Il grande vetro di Duchamp: una lastra dove ci sono segni criptici e oggetti meccanici, misteriosi, con un significato simbolico a cui si possono attribuire le più varie interpretazioni, la cui origine è la trasposizione di una relazione sessuale (il sottotitolo dell’opera: La Sposa messa a nudo dai suoi Scapoli, anche). Non mi interessa il messaggio che Duchamp vorrebbe comunicare, di che cosa l’opera sarebbe o no un’allegoria. Mi interessa il fatto che i materiali incrinano la pulizia e corrompono la superficie. Pensiamo allo schermo di un computer o di un cellulare. Abbiamo una visione e una comunicazione diretta, immediata, di primo grado; ma abbiamo anche un ostacolo, una distanza, un limite, un secondo grado. Pensiamo a uno schermo e al Grande vetro. Sovrapponiamoli mentalmente…

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Uno spazio trasparente è quello in cui una visione diretta può subire l’interferenza di una visione indiretta: guardando attraverso il vetro vediamo l’ambiente che c’è dietro, ma anche il nostro riflesso, e questo riflesso può esprimere le nostre proiezioni mentali, la nostra idea subliminale della realtà, creando una visione di secondo grado che interferisce con quella di primo grado, come i segni e gli oggetti contenuti nel Grande vetro interferiscono e turbano la visione dell’ambiente che sta dietro l’opera. La trasparenza mette in relazione il puro e l’impuro, la comprensione diretta, oggettiva, del mondo, e una indiretta, soggettiva, trasversale, la realtà scomposta in frammenti e il sogno.

L’armonia e la trasparenza mostrano il collegamento tra il puro e l’impuro, riflettono un’idea di rappresentazione e di verità che è quella dell’esperienza come relazione di campi di senso, dove la soggettività è relazionale, inclinata, interagisce in modo fluido e flessibile con la realtà. L’armonia e la trasparenza fanno vedere una sostanza di rapporti che si basano sulla mediazione.

Uno spazio trasparente è lo spazio di una relazione. La poesia pensa e riflette sul mondo. Non perché cerca di descrivere la realtà o di speculare intellettual- mente su di essa in modo razionale o il più oggettivo possibile, come potrebbe fare la filosofia. È la forma di un pensiero emotivo che rende la scrittura un mezzo di conoscenza, a partire da una condizione di relazione: il soggetto parla di se stesso e parla del mondo, porta la testimonianza della sua esperienza e si pone il problema dell’interazione tra gli stati d’animo soggettivi e il reale, tra il regresso e il sociale, tra il vissuto personale e la tensione speculativa, tra l’empatia e la logica, tra l’affectum e il conceptum.

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II

Dicevo, si sente così spesso la parola trasparenza. Si chiede così spesso trasparenza! Siamo incoraggiati a vivere vite trasparenti? Ma che cosa significa? Come sono le relazioni dentro queste vite trasparenti? Oggi i rapporti e le comunicazioni possono essere rapidi, fluidi, la realtà è precaria, fitta di inter- mittenze e di riprese. Attraverso i mezzi digitali – uno schermo di un telefono o di un computer – siamo virtualmente ovunque, il nostro interlocutore o i nostri interlocutori dall’altra parte dello schermo sono vicini e lontani. C’è uno spazio collettivo virtuale fluido e anonimo, ma con crepe di bagliori e di sangue, con una radice umana che si può raccogliere come avvertire un sorriso tra le fossette del viso illuminato dalla luce digitale. Sta a noi penetrare lo schermo: capire che in questa dinamica di relazioni c’è una condizione di solitudine – in cui siamo chiusi in noi stessi, vediamo solo attraverso i nostri occhi, mettiamo la realtà dentro a uno sguardo isolante e, in questo senso, puro – e una condizione di possibile condivisione, di confronto, di scontro – in cui possiamo sentire la tensione della relazione, come essere l’uno l’altro limite dell’altro da una parte all’altra dello schermo, fino a bucarlo, toccarci, sporcarci, odiare, amare, passare attraverso tutte le impurità dell’esperienza. Pensiamo ancora al nostro vetro trasparente: vediamo immediatamente quello che c’è dall’altra parte, ma anche le impurità intrappolate nella grana oppure tracce di pioggia, di polvere. Non accade forse così anche quando guardiamo lo schermo di un telefono o di un computer? Siamo subito connessi, soli ma in contatto diretto, immediato, perfetto con un’altra persona, ma siamo anche in un’assenza, di fronte a un ostacolo, in un vuoto, sentiamo gli attriti e le imperfezioni della virtualità. C’è una visione pura e una visione impura. La trasparenza racconta tutto questo, come fosse una sintesi di puro e impuro. Così la trasparenza è in realtà uno stare nella trasparenza, una sintesi tra il puro e l’impuro, una cosa che parla di una relazione, che mi piace pensare come un’accoglienza. Anche lo schermo di un computer o di un telefono potenzialmente ci mettono in contatto con milioni di persone, nella distanza della virtualità – e sta a noi saper andare oltre il limite, cercare la relazione, proteggere la fragilità umana, avere il coraggio di stare nella trasparenza.

Una vita trasparente è la storia di una persona che riflette sulle relazioni.

Nella trasparenza porto il limite della mia esperienza in una tensione di relazioni.

[…]

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Maria Borio

Maria Borio è nata a Perugia, laureata in lettere moderne, dottore di ricerca in letteratura italiana. Ha scritto su Vittorio Sereni, Eugenio Montale, su diversi poeti italiani del secondo Novecento, sta lavorando a un saggio sulla poesia italiana contemporanea. Una sua raccolta di poesia è presente nel XII Quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos. Collabora a diverse riviste cartacee e online. Cura la sezione poesia di «Nuovi Argomenti».

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* * Ultima 2020-2021 * * 

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