“Il Gesuita” di Franco Buffoni letto da Maria Grazia Calandrone

Pubblichiamo una recensione di Maria Grazia Calandrone al romanzo di Franco Buffoni, "Il Gesuita" (FVEdizioni 2023), recentemente proposto al Premio Strega 2024 da Antonella Cilento.

Possiamo descrivere il percorso artistico di Franco Buffoni come un cammino, sicuro, lento, intelligente, di svelamento. A oggi il punto d’approdo è il volume che stiamo presentando, che viene illuminato da tutta la produzione precedente dell’autore [presentazione online del 18 febbraio 2024, condotta sui canali di FVE e MediumPoesia, con Maria Grazia Calandrone, Antonella Cilento, Francesco Ottonello, Gian Pietro Leonardi, Valentina Ferri, Franco Buffoni, ora reperibile su Youtube][1].
Ogni figura che qui compare è stata nominata e a volte approfondita, nel passato letterario dell’autore. Anche ognuna delle posizioni di Buffoni e dei suoi sentimenti in relazione al mondo ricevono luce da quanto l’autore ha già scritto. Eppure, questa è un’opera nuova. Perché?
Perché in questo libro compare una figura lacerata verso la quale non si esprime giudizio, il gesuita. E compaiono fatti concreti che ricuciono le immagini che questo autore generoso e prolifico ci ha regalato nel corso degli anni.
C’è allora la Varese degli anni Sessanta, c’è il boom economico, il modo di essere maschi in quelle domeniche di pausa dal lavoro, giustamente citate da Antonella Cilento nella sua scheda di presentazione del libro allo Strega:
“Virilità anni Sessanta. La bottega del barbiere di domenica mattina, camicie bianche colletti barbe duro, fumo. E quelle dita spesse, quei colpi di tosse, quei fegati all’amaro 18 Isolabella al pomeriggio sulla Varesina nello stadio, con le bestemmie gli urli le fidejussioni pronte per domani, lo spintone all’arbitro all’uscita, la cassiera del bar prima di cena.”
Pochi tratti essenziali e ci troviamo lì con lui, nell’odore di quelle botteghe di barbiere. E qui un rapido cenno alla lingua del poeta, che sa scegliere, all’interno del paesaggio, alcuni – pochi – elementi evocativi, per costruire un quadro nel quale chiunque possa esplorare un pezzo delle proprie memorie.
Certo, non siamo più nel tempo e nel luogo oscuro nei quali l’omosessualità era reato e che hanno condannato Alan Turing al suicidio (nel 2015 Buffoni ha scritto un bellissimo libro, al proposito, una specie di autobiografia in versi: Avrei fatto la fine di Turing), ma siamo in una realtà dove si pensa che gli omosessuali vadano rieducati.
C’è quindi, anche qui, il conflitto frontale col disprezzo ricevuto dal genitore perché si è come si è. Un genitore che si oppone ai desideri dei figli e cerca di indirizzarne e manipolarne la vita, cosa che in quegli anni i padri ancora credevano d’essere autorizzati a fare. Ma il giovane Franco ha coscienza dei propri desideri, e sono opposti a quelli che in lui vorrebbe instillare Monaldo, come chiama il proprio padre, che avrebbe desiderato un figlio – per voler pronunciare questa incomprensibile parola – normale.
Alla figura del padre Buffoni ha dedicato nel 2005 un libro bellissimo, Guerra, dove cerca di esplorarne istanze, esperienze e sofferenze militari – e raccontare “il sangue analfabeta di chi non sa perché muore”.
Buffoni, scrivendo, assume su di sé ogni guerra: è il fenomeno della natura per cui un uomo attraverso un affetto diventa un altro uomo e infine tutti i simili, è il fenomeno esatto della poesia. Una poesia qui sfrontata ed essenziale, necessaria e tremenda come un grido etico che raggiunge le imperdonabili caste che in terra hanno rappresentato Dio con macchie di omicidio e hanno finito per manomettere la fiducia nella compensazione delle vittime alla fine dei tempi.
Nonostante comprensione e compassione, il rapporto di Buffoni con l’autorità cieca e illogica, con l’autorità normativa, continua a essere di sfida, di provocazione, è continua richiesta delle ragioni che portino a causare tanto immotivato dolore. Fino a concludere che “una radice del male / è zoologica”. Ma non per ciò invincibile, non perciò impossibile a flettersi.
Nel Gesuita compare anche la Roma dove proprio l’aspirante gesuita viene fatto spedire dal padre di Buffoni e dove il giovane Buffoni lo insegue.
È una Roma più archeologica che contemporanea. Buffoni si muove fra monumenti e rovine come se appartenesse più a quel passato che al presente, perché è costretto a cercare nell’antichità i modelli della vita che sente urgere in lui: la cultura, il dibattito culturale e anche l’amore di un uomo per un uomo, che in quegli anni e negli ambienti che lui frequenta è scandalosa.
Tema peraltro attualissimo perché, come sempre, le conquiste non sono mai definitive ma le varie epoche storiche devono riconfermarle e risottoscriverle, per non tornare indietro, ai tempi appunto di Turing, in questo caso.
Nel libro viene anche presentato un Dante nella lettura di Cecco d’Ascoli, un Alighieri megafono dell’invenzione del Purgatorio, la ciancia romana che fruttò un enorme volume di vendita di indulgenze. E troviamo il culto precristiano di Mitra, sul quale è stato impresso – a calco – il rituale natalizio cattolico, erede, quindi di tradizioni millenarie anche egizie, anche babilonesi.
La lingua e i temi di Franco Buffoni sono sempre coltissimi, ma Buffoni riesce a trasmettere la sua conoscenza con la semplicità e la chiarezza del metodo scientifico e di chi abbia inglobato le cose nella propria stessa costituzione psicofisica, come dati essenziali. La vitalità del ragazzo che agisce nel libro è infatti dovuta a una profonda e intensa curiosità per il sapere, a un desiderio di indagare il mondo alla luce limpida della ragione. E questa è la sua forza, anche umana.
Ed è la sua salvezza, perché Buffoni si svela piano piano, come a noi così a sé stesso. Il suo cammino umano e letterario, come ottimamente analizzato da Francesco Ottonello nella monografia Franco Buffoni un classico contemporaneo. Eros, scientia e traduzione (Pensa Multimedia 2022), lentamente assume la forma della chiarezza, poi della esplicita rivendicazione, infine del racconto, raccolto nel Gesuita in una forma ironica, intelligente, disincantata e tuttavia affettiva.
Tutto il dolore provato a distanza di anni diventa Opera. E indimenticabile rimane la figura del gesuita lacerato, in lotta con i propri desideri, nei confronti del quale Buffoni ha parole quasi ancora di amore, perché di comprensione profondissima e ironica. Direi paterna. Come paterno è il suo approccio con le istantanee dei vari sé stesso che ci ha presentato negli anni. Il bambino undicenne che si sforza di giocare a pallone per somigliare ai coetanei maschi, per citarne una sola.
Commuove che la fatica di questo percorso umano e poetico di Buffoni venga affrontata dall’autore con parole sempre lievi, senza lagno. Ogni libro è un’espressione di vitalità, una grande, intensa analisi del reale che porta alla comprensione di tutti, dunque all’assenza di giudizio, semplicemente perché, quando si capisce così a fondo la realtà interiore di un altro, non c’è neanche più bisogno di perdonarlo, è già tutto compiuto.

Maria Grazia Calandrone

[1] https://www.youtube.com/watch?v=FdX_M_tzSuM

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