The painted veil. Nota sul “Gesuita” (FVE 2023) di Franco Buffoni

Proponiamo una lettura critica di Leonardo De Santis a "Il Gesuita" di Franco Buffoni (FVE 2023). In copertina: Lawrence Alma-Tadema, "Le rose di Eliogabalo"

Il Gesuita di Franco Buffoni, edito da pochissimo da Fveditori, è una Bildung gay (recita la quarta di copertina) il cui giovane protagonista, Franco, ci offre il suo vissuto in un arco temporale che va dai suoi sedici ai diciotto anni. Questo biennio è tagliato nettamente in due da una profonda cesura, che consiste in un preciso cambiamento di ottica da parte del protagonista, un vero e proprio spostamento dello sguardo. Il primo anno è occupato, infatti, da un amore non ricambiato per un ragazzo eterosessuale di nome Alberto, con tutto il carico di speranze che una passione impossibile porta con sé. Il secondo anno, invece – la seconda e più estesa parte, vero sviluppo del libro – riguarda un altro amore, quello per il ventinovenne Klaus, gesuita del titolo, che ricambia i sentimenti di Franco pur essendo frenato costantemente dalla sua scelta di vita.

L’omosessualità sarà cancellata dal registro delle malattie mentali solamente nel ’90, e qui siamo nell’Italia degli anni ’60. Incontriamo Franco nel momento in cui scopre il suo primo amore (per il sano Alberto) e lo conosciamo anche attraverso le sue letture, i suoi interessi.
Scopriamo la sua curiosità irrefrenabile e la caparbietà nella ricerca, che sono le due caratteristiche centrali del protagonista, animato da una carica destrutturante precoce, che trasforma il dato culturale in dato personale e illumina l’erudizione con la vita.

Una posizione centrale occupa la figura del padre di Franco. Lo riconosciamo, è il padre dell’autore di “Avrei fatto la fine di Turing”: il capitolo ventuno non a caso è intitolato “L’incubo”, inoltre incontriamo direttamente la poesia di Franco Buffoni che porta questo titolo, soltanto mimetizzata nel tessuto tipografico del romanzo. Una dichiarazione della continuità fra le opere, ma anche un’autocitazione accogliente: la familiarità è istantanea. Il dettato sa fidarsi della nostra partecipazione, come se protagonista e scrittore parlassero a un tu che può capire. E magari noi possiamo.

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Franco non ritiene la sua libertà una questione sulla quale è possibile negoziare con il padre. Ci sono dei desideri, c’è una pulsione che annulla la regola.
Nelle occasioni di dialogo e di scontro, l’autorità paterna si rivelerà via via ai nostri occhi nella sua fragilità, derivante da una fiducia totale nell’immutabilità dei costumi cattolici e dei ruoli. 
Muoversi fuori dalla regolarità imposta significa infrangere la “religione” del padre, fino a deluderlo: questa delusione è il vissuto di una comunità che negli anni ’60 non aveva diritto di esistenza, lo vediamo bene in queste pagine.
Nonostante questo, non siamo unicamente davanti a uno spaccato di vita relatable: senz’altro ci immedesimiamo e riconosciamo nella voce di Franco anche la nostra voce, ma osservare e immaginare bene ogni scena permette di rendersi conto che questo romanzo non è soltanto un bellissimo specchio per noi… è magari qualcosa di più pericoloso, invece: non solo sofferenza, ma anche coraggio, uno scontro.

Chi deve combattere per esistere liberamente si scontra con chi, dall’altra parte, per motivi e background completamente diversi, sceglie di sottomettersi a un’autorità, e cerca di accontentarsi di una vita incompleta, preferendo la sicurezza alla libertà.   
Certamente assistiamo alla formazione di Franco, ma quello che Buffoni ci consegna è soprattutto il nuovo momento di un percorso che l’autore ha sempre affrontato nelle sue opere, un percorso che intreccia letteratura e attivismo.

Klaus, il gesuita, è dichiaratamente innamorato di Franco, ma la vocazione di questo personaggio è un macigno che il protagonista deve in qualche modo demolire: non per puro spirito di competizione – che comunque non manca in lui – ma per amore, desiderio sessuale e di libertà, cose in cui Franco riconosce la propria crescita.
Fin dai primi scambi di lettere, Franco accusa il gesuita di essere come tanti altri solamente uno strumento del potere (in questo caso, della religione), un potere che legittima solo alcune condotte e nega spazio a molte altre.
Si configura così una sfida che si svolge per posta, dialoghi, silenzi e gesti, con i quali Franco punta a sconfiggere la fede del gesuita, usando gli strumenti dello studioso. Franco sta anche combattendo, però – e oscuramente se ne rende conto – per una libertà superiore, una questione che non riguarda soltanto lui e Klaus.

Si procede per capitoli brevi e densi. Il romanzo è agile, sostenuto da un sistema architettonico di citazioni e traduzioni: il mondo letterario di carta stampata e il ricordo segnalato delle edizioni stanno sullo stesso piano dei luoghi visitati in quegli anni, come anche delle infrastrutture: “lungo l’autostrada del Sole appena inaugurata”. Così gli eventi, i racconti mitologici, i romanzi letti e le poesie sono l’unico grande contesto per una storia come questa: Franco è protagonista e al contempo ambiente, set sul quale la storia si svolge.

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Vorrei eleggere a motto del romanzo questo verso di Shelley, riportato nel libro e tradotto da Buffoni così:

Non sollevare il velo dipinto: quelli che vivono lo chiamano vita.”

Il progetto del romanzo è racchiuso in questo verso. Togliamo il velo?
Sarebbe pericoloso farlo: si correrebbe il rischio di essere cancellati, magari fagocitati come è accaduto a Mitra e al suo culto con il Cristianesimo… Ma se la rivelazione è un compito superbo anche per la poesia, non è superbo per lo meno osservare quel velo: il velo che i viventi chiamano vita, sembra intendere Franco, è qui davanti a noi. Con il tempo e la ricerca la trasparenza del velo aumenta così tanto che diventa quasi ridondante l’azione dello svelare: vediamo già tutto. Così, ciò che questo romanzo fa, nella sua brevità, è almeno toccarlo, questo velo. Il protagonista lo fa, con la costanza delle sue intenzioni: pur di vincere il preteso distacco di Klaus e farlo cedere alla pulsione sessuale, Franco attraversa archeologicamente la storia e l’arte, e anche con l’aiuto di un personaggio non secondario – Jason, bello e intelligente, ma proteso verso un amore di altra natura – cerca di sbattere in faccia a Klaus le revisioni operate dalla religione che hanno cancellato le interruzioni, le differenze, gli amori.
Perfino Ganimede ed Eliogabalo potrebbero aver rischiato la santità per tanto così… ma il punto è proprio la vita al riparo di questa santità: una vita diversa, una vita negata, che il diciassettenne Franco non può accettare. Significherebbe barattare la sua crescita con un plauso per la sua bontà, cosa che non gli interessa minimamente ottenere.
In fondo Franco indica al gesuita qualcosa di semplice: la grande differenza fra il cielo e le navate di una chiesa che ripara, ma rinchiude.
Franco sfida anche sé stesso, pur di smentire la gratuità di un bene che chiede martiri, vittime, e che quindi non è mai stato (lo sarà mai?) un bene per tutti. L’accusa è al potere della religione, pervasivo ed esteso come qualsiasi potere, che si parli di padri padroni o di rainbow washing.

Attraversato il rapporto tra i due personaggi, si ha la sensazione che solamente il mondo e la storia, con la loro dimensione quasi vivente, potranno passare sopra e dentro alle volontà particolari e alle illusioni dei personaggi: da una parte Klaus che si difende dalla libertà e dall’altra Franco, che invece la desidera per poter crescere.
Franco crescerà, ma c’è un silenzio, in fondo a questa storia, che è il grande esito di tutti i dialoghi e le pulsioni. Vediamo Franco al rovescio, in una modalità di ascolto, dall’esterno, e magari possiamo chiederci: che anche crescere, come la poesia, abbia a che fare con il silenzio?

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