Seamus Heaney: due poesie da “Field Work” (1979)

Presentiamo due poesie di Seamus Heaney, poeta irlandese Nobel per la letteratura (1995), tratte da "Field Work" (1979) uscito quest'anno in traduzione italiana per la casa editrice Biblion Edizioni. "Lavoro sul campo" è tradotto e curato da Leonardo Guzzo e Marco Sonzogni. Questa pubblicazione completa la storia editoriale della poesia di Haney in Italia, essendo ora disponibili tutte le dodici raccolte con traduzione e testo a fronte.

Field Work (1979), quinto dei dodici libri di poesie di Seamus Heaney (1939 – 2013), completa la storia editoriale della sua poesia nella nostra lingua, unica al mondo in cui ciascuna raccolta è stata tradotta integralmente e pubblicata con il testo originale a fronte. In Lavoro sul campo (Milano, Biblion Edizioni, 2020) c’è tutta la poetica di Heaney: un atto di testimonianza della «musica di ciò accade» profondamente radicato in una terrestre normalità ma sempre aperta alla sorpresa del miracoloso. Se è vero che Field Work sancisce uno snodo decisivo nel percorso poetico di Heaney — la transizione, un vero e proprio rite of passage come ha spiegato Helen Vendler, da «figlio anonimo di una ruralità quasi medievale» a «individuo impegnato nell’ordinarietà dei rapporti domestici e sociali» — è altrettanto vero che il poeta rimane comunque «spettatore del ritorno di una violenza arcaica». L’esilio volontario da Nord a Sud per difendere un’integrità artistica costantemente condizionata da pressioni sociali e politiche e dedicarsi full time alla scrittura non lo isolano, né umanamente né poeticamente, dalla violenza settaria che continua a segnare quelli che passeranno alla storia come gli anni di piombo dell’Irlanda. Nella sua vena civile, Heaney si dimostra sempre scevro di favoritismi e stoico nel dolore e nell’ostilità. E dalla fiducia in una possibile rima tra storia e speranza scaturisce la forza salvifica della sua poesia. Queste due poesie dimostrano come ‘vecchie’ e ‘nuove’ morti trovino in Heaney, maestro dell’elegia, una voce credibile, composta e confortante. La prima fu scritta il 21 luglio 1976, giorno in cui a Dublino viene assassinato Christopher Ewart-Briggs (1921 – 1976), ambasciatore britannico in Irlanda. La seconda ricorda Francis Ledwidge (1891 – 1917), poeta e soldato irlandese cattolico. Pur essendo vicino ad alcuni leader della Rivolta di Pasqua del 1916, come migliaia di altri irlandesi si sentì costretto ad arruolarsi nell’esercito britannico per difendere «i diritti delle piccole nazioni» (così recitava uno degli slogan britannici di quel tempo).

Leonardo Guzzo & Marco Sonzogni

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Field Work, 1979, Seamus Heaney

Triptych

I

After a Killing

There they were, as if our memory hatched them,
As if the unquiet founders walked again:
Two young men with rifles on the hill,
Profane and bracing as their instruments.

Who’s sorry for our trouble?
Who dreamt that we might dwell among ourselves
In rain and scoured light and wind-dried stones?
Basalt, blood, water, headstones, leeches.

In that neuter original loneliness
From Brandon to Dunseverick
I think of small-eyed survivor flowers,
The pined-for, unmolested orchid.

I see a stone house by a pier.
Elbow room. Broad window light.
The heart lifts. You walk twenty yards
To the boats and buy mackerel.

And today a girl walks in home to us
Carrying a basket full of new potatoes,
Three tight green cabbages, and carrots
With the tops and mould still fresh on them.

II

Sibyl

My tongue moved, a swung relaxing hinge.
I said to her, ‘What will become of us?’
And as forgotten water in a well might shake
At an explosion under morning

Or a crack run up a gable,
She began to speak.
«I think our very form is bound to change.
Dogs in a siege. Saurian relapses. Pismires.

Unless forgiveness finds its nerve and voice,
Unless the helmeted and bleeding tree
Can green and open buds like infants’ fists
And the fouled magma incubate

Bright nymphs… . My people think money
And talk weather. Oil-rigs lull their future
On single acquisitive stems. Silence
Has shoaled into the trawlers’ echo-sounders.

The ground we kept our ear to for so long
Is flayed or calloused, and its entrails
Tented by an impious augury.
Our island is full of comfortless noises.»

III

At the Water’s Edge

On Devenish I heard a snipe
And the keeper’s recital of elegies
Under the tower. Carved monastic heads
Were crumbling like bread on water.

On Boa the god-eyed, sex-mouthed stone
Socketed between graves, two-faced, trepanned,
Answered my silence with silence.
A stoup for rain water. Anathema.

From a cold hearthstone on Horse Island
I watched the sky beyond the open chimney
And listened to the thick rotations
Of an army helicopter patrolling.

A hammer and a cracked jug full of cobwebs
Lay on the windowsill. Everything in me
Wanted to bow down, to offer up,
To go barefoot, foetal and penitential,

And pray at the water’s edge.
How we crept before we walked! I remembered
The helicopter shadowing our march at Newry,
The scared, irrevocable steps.

*

Trittico

I

Dopo un’uccisione

Eccoli là, come sbocciati alla nostra memoria,
come se i fondatori inquieti fossero tornati in vita:
due giovani con fucili sulla collina,
profani e spavaldi come i loro strumenti.

Chi soffre per la nostra sventura?
Chi sognò che tra di noi potessimo vivere
nella pioggia, nella luce vagliata, tra pietre seccate dal vento?
Basalto, sangue, acqua, lapidi, sanguisughe.

Nella neutra originaria solitudine 
da Brandon a Dunseverick
penso a fiori dagli occhi piccoli, sopravvissuti,
all’agognata, indisturbata orchidea.

Vedo una casa di pietra presso un molo.
Spazio vitale. Luce da un’ampia finestra.
Il cuore esulta. Fai venti iarde
fino alle barche e compri un maccarello.

E oggi una ragazza entra in casa da noi,
porta un cesto pieno di patate novelle,
tre cavoli verdi raccolti, carote
col ciuffo e terra ancora fresca a ricoprirle. 

II

Sibilla

La mia lingua si mosse, un cardine che ruota e si distende.
Le dissi, «Che ne sarà di noi?»
E come acqua scordata in un pozzo si scrolla
a un’esplosione mattutina

o una crepa fila al culmine del tetto,
lei cominciò a parlare.
«Credo che la nostra essenza sia destinata a cambiare.
Cani assediati. Regressi al rango di sauri. Vite formicolanti.

Salvo che il perdono trovi nerbo e voce,
salvo che l’albero elmato e sanguinante
rinverdisca e apra gemme come pugni d’infanti,
e il magma infetto covi

ninfe splendenti… . La mia gente pensa ai soldi
e parla del tempo. Trivelle cullano il suo avvenire
su singoli avidi steli. Il silenzio
si è addensato nelle eco-sonde dei pescherecci.

La terra su cui a lungo abbiamo posato l’orecchio
è spellata o callosa, nelle sue viscere
bivacca un presagio sacrilego.
La nostra isola è piena di rumori sconsolati.»

III

Sul ciglio dell’acqua 

A Devenish ascoltai un beccaccino
e poi il custode recitare elegie
sotto la torre. Teste scolpite di monaci
si sbriciolavano come il pane in acqua.

A Boa la pietra occhi di nume, bocca di sesso,
incassata tra le tombe, bifronte, intaccata,
rispose col silenzio al mio silenzio.
Una pila per l’acqua piovana. Anatema. 

Da una fredda pietra di focolare a Horse Island
guardai il cielo oltre il camino esposto
e udivo il fitto roteare di pale,
la ronda di un elicottero militare.

Sul davanzale stavano un martello e una brocca
crepata piena di ragnatele. Dentro di me
ogni cosa voleva inchinarsi, offrirsi in sacrificio,
mettersi a piedi scalzi, fetale e penitente,

e pregare sul ciglio dell’acqua.
Abbiamo strisciato prima di camminare! Ricordai
l’elicottero che ci scortava in marcia a Newry,
i passi impauriti, irrevocabili.

In Memoriam Francis Ledwidge

KILLED IN FRANCE 31 JULY 1917

The bronze soldier hitches a bronze cape
That crumples stiffly in imagined wind
No matter how the real winds buff and sweep
His sudden hunkering run, forever craned

Over Flanders. Helmet and haversack,
The gun’s firm slope from butt to bayonet,
The loyal, fallen names on the embossed plaque −
It all meant little to the worried pet

I was in nineteen forty-six or seven,
Gripping my Aunt Mary by the hand
Along the Portstewart prom, then round the crescent
To thread the Castle Walk out to the strand.

The pilot from Coleraine sailed to the coal-boat.
Courting couples rose out of the scooped dunes.
A farmer stripped to his studs and shiny waistcoat
Rolled the trousers down on his timid shins.

At night when coloured bulbs strung out the sea-front
Country voices rose from a cliff-top shelter
With news of a great litter — ‘We’ll pet the runt!’ —
And barbed wire that had torn a friesian’s elder.

Francis Ledwidge, you courted at the seaside
Beyond Drogheda one Sunday afternoon.
Literary, sweet-talking, countrified,
You pedalled out the leafy road from Slane.

Where you belonged, among the dolorous
And lovely: the May altar of wild flowers,
Easter water sprinkled in outhouses,
Mass-rocks and hill-top raths and raftered byres.

I think of you in your Tommy’s uniform,
A haunted Catholic face, pallid and brave,
Ghosting the trenches with a bloom of hawthorn
Or silence cored from a Boyne passage-grave.

It’s summer, nineteen-fifteen. I see the girl
My aunt was then, herding on the long acre.
Behind a low bush in the Dardanelles
You suck stones to make your dry mouth water.

It’s nineteen-seventeen. She still herds cows
But a big strafe puts the candles out in Ypres:
‘My soul is by the Boyne, cutting new meadows… .
My country wears her confirmation dress.’

‘To be called a British soldier while my country
Has no place among nations… .’ You were rent
By shrapnel six weeks later. ‘I am sorry
That party politics should divide our tents.’

In you, our dead enigma, all the strains
Criss-cross in useless equilibrium
And as the wind tunes through this vigilant bronze
I hear again the sure confusing drum

You followed from Boyne water to the Balkans
But miss the twilit note your flute should sound.
You were not keyed or pitched like these true-blue ones
Though all of you consort now underground.

*

In memoria di Francis Ledwidge

CADUTO IN FRANCIA IL 31 LUGLIO 1917

Il soldato di bronzo aggiusta un mantello di bronzo
che si sgualcisce rigido in un vento immaginario,
non conta il vento vero che spazza e lucida
la sua corsa raccolta e fulminea, per sempre protesa

alle Fiandre. Elmetto e bisaccia,
l’angolo fisso del fucile dal calcio fino alla baionetta,
i fidi nomi dei caduti sulla placca in rilievo —
tutto valeva poco per l’animaletto impaurito

che ero nel millenovecentoquarantasei o sette,
aggrappato alla mano di mia zia Mary
sul lungomare di Portstewart, poi lungo la via
curva per accedere al Sentiero del Castello e giù alla spiaggia.

Il pilota di Coleraine salpava diretto alla carboniera.
Coppie in amore si rialzavano dagli incavi delle dune.
Un contadino rimasto coi fermagli del solino e il gilet lucido
tirava giù i calzoni sui timidi stinchi.

Di notte quando bulbi colorati screziavano il lido
voci campestri spuntavano al riparo di un picco di scogliera
con nuove di grandi figliate — «Coccoleremo l’ultimo!» —
e filo spinato che aveva ferito un vecchio frisone. 

Francis Ledwidge, tu pure eri in amore sulla spiaggia
oltre Drogheda un pomeriggio di domenica.
Colta lingua di miele, agreste,
pedalavi per la strada coperta di foglie da Slane.

Lì eri nato, tra  il dolore
e la grazia: l’altare di fiori selvatici a maggio,
l’acqua pasquale aspersa sui fienili,
pietre da messa, muri in cima alle colline, stalle con travi a vista.

Ti penso nella tua divisa di soldato semplice,
la faccia di cattolico afflitta, pallida e ardita,
strisciare tra le trincee con un ciuffo fiorito di biancospino
o il silenzio scavato da una tomba a passaggio sul Boyne.

Estate del Novecentoquindici. Vedo la fanciulla
che era allora mia zia condurre le mandrie sul lungo pasturo.
Dietro a un basso cespuglio nei Dardanelli
tu succhi pietre per fare saliva nella bocca secca.

È il Novecentodiciassette. Lei ancora pascola vacche
ma colpi di mitraglia a bassa quota hanno spento le candele a Ypres:
«L’anima mia è sul Boyne, taglia erba fresca…
Il mio Paese indossa il vestito della cresima.»

«Sentirsi chiamare soldato britannico mentre la mia terra
aspetta ancora di essere nazione….» Cadesti straziato
dagli shrapnel da lì a sei settimane. «Mi spiace
che i partiti dividano le nostre tende.»

In te, nostro defunto enigma, tutte le forze
s’incrociano in un vano equilibrio,
mentre il vento si modula tra il bronzo vigile
torno a sentire il fermo frastornante rullo

che seguisti dalle acque del Boyne ai Balcani
ma non colgo la nota vespertina che il tuo flauto dovrebbe suonare.
Stridevi in altezza, in armonia coi devoti autentici
benché tutti siate ora compagni sotto terra. 

Traduzione di Leonardo Guzzo e Marco Sonzogni

Leonardo Guzzo

Leonardo Guzzo scrive per «Il Mattino» e «L’Osservatore Romano». Ha pubblicato le raccolte di racconti Le radici del mare (PeQuod, 2015) e Terre emerse (PeQuod, 2019).

Marco Sonzogni

Marco Sonzogni ha dedicato la sua attività di studioso e traduttore all’opera in versi di Seamus Heaney, di cui ha curato il Meridiano (Mondadori, 2016).  Insieme hanno lavorato all’edizione italiana di Eneide, libro VI (Ponte del Sale, 2018), Traversare l’inverno (Gabriele Capelli, 2019), Sweeney smarrito (Archinto 2019) e ora Lavoro sul campo (Biblion, 2020).

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