Dalla nota introduttiva di Alessandro Brusa
Strano, anormale, trasversale, storto (come direbbe uno dei nostri autori) e poi ancora bizzarro, obliquo, strampalato, tormentato: così è questo libro e così sono, to some extent, le voci presenti in questo progetto che si pone di fare un punto intorno al concetto di queer e di come questa idea, questa categoria, si sia negli ultimi anni fatta spazio e abbia preso voce.
Molta confusione, sul reale significato del termine, permane anche nella comunità direttamente interessata: visto spesso come un termine ombrello privo di una reale connessione con un orientamento o un’identità precisi (tra quelli tradizionalmente presenti nella comunità LGBTQIA+), del termine vengono date letture personali, spesso parziali, a volte decisamente fuorvianti.
[…]
Con il termine queer si potrebbero quindi intendere tutti gli stati del desiderio, dell’esistenza e della performatività di genere’ che eccedono la nostra capacità di dar loro un nome, tutte le dimensioni dei generi, dei sessi e delle sessualità che non rientrano nei termini della normalità e della normatività, Questo discorso è fondamentale se vogliamo capire il successo del termine queer, che ontologicamente si pone al di fuori della dicotomia omosessualità/eterosessualità, uomo/donna, maschio/femmina, dicotomie che hanno strutturato la conoscenza sociale nella modernità e nella contemporaneità: “guardare le due identità sessuali come fenomeni discreti e contrapposti non fa che rimarcarne i confini e rafforzarli reciprocamente”.
Al di là delle necessarie precisazioni svolte fino ad ora, questo progetto ha un obiettivo a nostro avviso ben più profondo ed ambizioso che quello di mettere insieme un gruppo di testi e di autora che possano ascriversi al concetto di poesia queer. Questo progetto si pone lo scopo di utilizzare la sensibilità, l’istinto, l’esperienza ed il loro percorso poetico non tanto per cercare di dare una definizione univoca di cosa sia il queer, ma per raccontare e riformulare universi multiformi e multidimensionali fino a rinominare il corpo, il luogo ed il tempo stesso della parola queer alla luce dell’atto poetico e viceversa.
Dalla nota introduttiva di Sonia Caporossi
Esiste in Italia, oggi, qualcosa che possa definirsi come “poesia italiana queer”? Noi crediamo che questa definizione possa avere una qualche fondatezza e possa trovare luogo in alcune personalità poetiche che, tra le altre, il lettore troverà sfogliando il volume che ha in questo momento tra le mani. Dando quindi anapoditticamente per buona l’esistenza di una tale congerie poetica, quale ne è lo stato dell’arte?
Un progetto (antologia? Raccolta? Libro d’inchiesta?) che tratti la tematica LGBTQIA+ in una prospettiva letteraria ultracontemporanea dovrebbe essere, a nostro parere, qualcosa di più che una semplice carrellata di autori slegati da qualsiasi nesso, semplicemente accomunati dall’età anagrafica o da elementi esteriori d’appartenenza, come invece si vede fare troppo spesso nelle antologie d’impostazione generazionale. Al contrario, come curatori del presente volume, ben prima di avviare la selezione e la raccolta dei materiali per realizzarlo, ci siamo posti la questione se sia possibile avviare un’operazione culturale che assuma le forme dell’indagine intorno alla questione queer, a partire da una definizione preliminare della stessa.
[…]
Tuttavia, In Italia l’impresa non è facile a causa di un’impostazione repressiva di fondo, come nota il critico e poeta fiorentino Luca Baldoni: “nei paesi anglosassoni i gay studies hanno contribuito ad una maggiore comprensione sociale delle tematiche LGBTQIA+; nell’ambito italiano c’è invece una doppia strategia di repressione: da una parte l’amore omosessuale viene ancora rimosso e censurato anche in autori dichiarati. Dall’altra, si accusa di ghettizzazione chi si occupa di gay studies”. Per questo, occuparsi di letteratura queer nel panorama italiano appare oltremodo necessario in quanto “la militanza qui non è faziosità, ma il tentativo di ristabilire un’uguaglianza che non si riscontra negli studi letterari in Italia”.
Il nostro scopo, quindi, è quello di proseguire e aggiornare il filone delle antologie militanti già avviato negli ultimi vent’anni da altri pregevoli avanguardisti.
[…]
Il filo conduttore di tali operazioni letterarie era la nozione di queer-ness nelle sue varie declinazioni in poesia. Il fatto che esse siano rimaste nell’alveo ristretto dell’élite e non siano assurte a fenomeno letterario sovracategoriale sul piano nazionale può spiegarsi con la conformazione attuale del sistema-letteratura italiano. In Italia come in altre zone culturali del nostro Occidente, i sistemi di potere collegati al panorama letterario hanno borghesizzato la letteratura quel tanto che basta per poterne determinare forme e stili precosti-tuiti, in modo tale da fornirne una risultanza di decisa forza conservativa e confortante per le masse. Il consumismo ha permeato la letteratura al punto che ormai anch’essa si adegua diffusamente alla trasmissione reazionaria di istanze repressive.
[…] E chiaro che qualsiasi panorama di appiattimento sconfortante si spalanca mirabilmente alla vista del critico letterario di fronte all’apparizione di una forte poetica differenziale. Avviando lo studio preparatorio per la realizzazione di questo volume, abbiamo così scoperto che in Italia ci sono decine di poeti che oggi trattano nelle loro poesie tematiche LGBTQIA+, individuabili e apprezzabili per le proprie caratteristiche stilematiche e per la linea poetica.
***
Luca Baldoni, Teufelsee
Christian mi portò a passare
il fine settimana in riva a un lago,
dove lui e amici possedevano
un terreno con alcune semplici
casette in legno.
Ricordo la sera, noi abbracciati
con altri uomini seduti intorno al fuoco;
quasi mi addormento, il tedesco diventa
imponderabile, guardo in alto tra le fronde
il vento che le scuote
l’oscurità illuminata dalle stelle.
Ma c’è un risveglio
in mezzo ad un racconto;
da uno dei più anziani una crepa nella voce
parole e pause in successione, un gesto;
scoprirsi l’avambraccio, battere la mano
sul tatuaggio.
Un brivido così forte –
un ricciolo rosa sfugge dalle braci,
rovinosamente
viene risucchiato verso l’alto.
Alessandro Brusa, Liebe Macht Frei
Sono foglie
e secche
questa memoria
fatta di ombre sulle ossa e che torna anche se no
io non l’ho invitata
sono i passi che facevo verso di te
quel tanto per sfiorarti e misurare la tua colpa
con la mia
messa sul piatto della vergogna che condividi con la fede
che io non ho mai avuto
quel piatto ora è libero
svuotato del corpo che avevi e che piuma sta lì
a pesare il dolore tuo
che sei bello anche in questo vento che mi ha sempre
portato gli anni e che ora se li prende
mentre candela
ti spegni piano
giorno dopo giorno
sotto il mio sguardo innamorato
fatto come sei di niente
(mi sono svegliato allegro oggi non so perché e me lo dirai tu
quando come ogni giorno ci incontreremo nel tragitto alle latrine)
e così come uno scherzo ti butterò addosso tutte le foglie che troverò su questa terra dura e gialle e marroni e rosse
come nel mio paese non sono mai state
e mi guarderai come un pazzo come a capire qualcosa che
va oltre la tua immaginazione
un pazzo che ti ricopre di foglie e sorride a questo mozzicone
che sei
sperando nasca un falò da questa pena
ma da un anno a questa parte la tua fede si è aperta
e credi davvero a tutto anche a questo bacio che ti dò
e che sa
del tuo ultimo novembre
Sonia Caporossi, Hermaphrodito
secondo giorno della creazione
le mie membra, ancora molli di slime.
gomma di guar, acido borico, alcool polivinilico,
bicarbonato di sodio, acqua.
eversione elementale,
solve et coagula,
addizionali coloranti alimentari e fantasmagoria di un dio infantile e distratto.
quando mi raddenserò in materia e forma, l’organon sarà compiuto,
muto, eretto, impettito
come un oplita nell’indistizione della propria irta falange.
mi darà un’identità maschile tra le sinusoidi
dei miei fianchi muliebri.
uno spirito guerresco dalla cui costola metaforica
nessuna donna potrà mai nascere.
shayṭān
che sorge dalle tenebre per ricordarsi di sé.
la memoria si contorce nell’auscultazione di un battito
che non sembra nemmeno il mio.
germogli di pensieri contratti sorgono dalle gemme del mio
volto informe.
ma l’anima è ancora scissa dal corpo,
la persona dalla maschera.
aspetto una lauta compensazione sostanziale.
Giorgiomaria Cornelio, Parla Attar, l’ultimo delegato degli uccelli:
«Compagni, le madri
arrotano il delitto. Risbrigano
nel ventre l’ingiuria umana.
Ci sono, è vero, diserzioni.
Ribellatori vasti. Custodi delle bestie.
Li abbiamo origliati.
Li abbiamo visti scalzare i canini,
fare di un pesce qualcosa in più di
un nome.
Non basta. È grande il delitto:
più del callafoso dei ghiacci,
e di tutte le antartidi
che ora ci sgomentano contro.
Scantaocchio, dico a te:
solo ciò che non si possiede
può essere custodito.
Solo ciò che si trova lasciando.
Solo il dono che rimane randagio.
Noi c’eravamo quando
inventarono la museruola.
E il contadino bastonò il cane.
E il vescovo scomunicò il topo.
E il santo scacciò il bruco.
E la polizia punì il merlo.
Quando qualcuno li difese a processo.
Quando il processo fu perso per sempre.
Dimenticheremo.
E sarà il nostro perdono.»
Lella De Marchi, Clan-destiniuty
III.
c’è un corpo nascosto dentro ad ogni corpo,
un corpo ubriaco, sventrato dal corpo politico.
tutti sanno tutto di me, sono io che non mi so.
mi travesto in cerca di me stesso, mi travesto
in cerca di me stessa, mi cerco dove non sono.
travestirsi è un’immagine di rara felicità.
l’immagine si crea da sola e ti crea a tua
immagine e somiglianza. la tua immagine
non si compra. e non fa sconti di nessun genere.
Angelo Nestore, Il tuo corpo o il mio
Ricordi il nostro timore
al nome di quella parola senza pronunciarla?
È come quando il vento piega il ramo
e non lo spezza.
Ricordi quando disegnavamo
i nostri genitali nella terra
e dal tronco facevamo un fuoco
e lo chiamavamo linguaggio?
Non parliamo più dell’albero
che ci inchiodava ai margini
né del fuoco che ci ha bruciato i polpastrelli.
Ora che sulla lingua sono rimaste solo cicatrici,
baciamo queste ceneri
per guarire le nostre ferite.
Tu mi dici di seppellire le nostre differenze,
ma scavare una fossa significa guardare
sempre verso il precipizio.
Francesco Ottonello, Dopo Catullo e Shakespeare
Eppure ancora a Verona scalpita
la bella banda amante del cielo
scesa in terra a ben dire, scandire
la dirompente urgenza dell’amore
da negare, il figlio da generare
sempre lasciare in un mondo santo
si riproduca, muoia, scompaia
nel vuoto di casa insieme alla donna
reclusa effigie per un dio evirato –
amore ora e nei secoli negato.
Sacha Piersanti, Tre chiodi
Sei sicuro, Cristo, che tre chiodi
furono quelli che ti fecero
da figlio del nulla che tu fosti
simbionte di carne e legno vivo?
E se fossero tre membri
di altrettanti farisei
che tu volesti, uno e trino,
amanti amati come me?
Cristo, sei convinto
che dagli squarci dei tuoi palmi,
dagl’intagli sulle tempie
zampillasse insieme al sangue
spirito e non seme?
Se fosse tutta colpa
della furia con cui all’uomo
giocasti fino in fondo?
Se fosse la tua morte
potenza di potenza
d’orgasmi incontrollati?
Non ti voglio mezzo dio
ti voglio tutto mio
a rasparti a lingua dura
il perdono e la condanna
tra le ascelle e la ferita
e sfiancato addormentarmi
con la testa sul costato
a turno io a te eva
a me tu primo adamo.
Valentina Pinza
Schiocco le nocche
ci vado come alla guerra
a scopare.
La resa è un gioco da bambine
stringo un coltello tra i denti
l’amore non lo faccio:
lo dichiaro lo apro
come un conflitto.
June Scialpi
Le domande sulla naturalità delle cose non vanno oltre alla retorica dell’essenzialismo e occultano strutture sociali e di potere. La naturalità delle domande sulle cose non va oltre alle strutture sociali e di potere e occulta la retorica dell’essenzialismo. La retorica delle strutture sociali e di potere non va oltre alle domande sulla naturalità dell’essenzialismo. L’occultamento della naturalità delle cose non domanda sull’essenzialismo delle strutture sociali e di potere. Le strutture sociali e di potere non occultano la retorica dell’essenzialismo sulla naturalità delle domande che non vanno oltre.
Marco Simonelli, Armadio (1)
Avevo una borsetta, una pochette
sbucata dall’armadio della nonna
un pomeriggio vuoto in cui cercavo
riparo e nascondiglio.
La nonna è una sarta
cuce i vestiti
ci vanno le donne
accorciano e allargano sottane e giacchette.
Le loro borsette contengono mondi di storie e ricordi.
L’infanzia è un boccone. L’addenti. La mordi.
Volevo unicamente una bisaccia
che contenesse almeno una manciata di fagioli,
i soli che si piantano e poi crescono
per arrivare – arrampicandosi – alle nuvole.
E favole, favole:
dicono ai bambini che sono tutti uguali.
Si tratta di ruoli.
Di ruoli sessuali e paure.
Di errori.
Di mali minori.
Il babbo non vuole.
Lui dice: è inadatta.
Ti prendono in giro.
Ti chiamano femmina.
Lo dice che pare una cosa sbagliata.
Lo dice e poi tace.
Con la testa abbassata.
Piero Toto, arcani maggiori
chi leggerà di noi
spalmando il futuro
le voci di noi
rappresi in un bosco di cera
per sciogliere il groppo del giorno
tuona che troverò
la pace dei gigli
nell’aria infusa di grigio
ma poi provando a parlarti
c’è solo il tuo corpo disteso
tra carro ed amanti
e l’onta e lo sguardo
di chi ha messo a processo
le stelle
non so se vorrai
reincarnarti in me
— ovunque noi siamo
porosi d’affetto
saremo sopravvissuti
alla nemesi del tempo
Giovanna Cristina Vivinetto
Cos’è il corpo, cos’è l’ostinazione,
la fessura che si è aperta nella luce,
la frattura muscolare, il tremore alle caviglie,
cos’è la raucedine – questa vertigine
nella voce, il movimento primordiale,
l’origine che si schiude come un ventre
e poi i denti, le bianche pietre – questi
spiriti ossuti che divaricano il sonno.
Cos’è l’amore, cos’è la sera neuronale
che si infittisce nella mente, la macchia
nell’occhio, lo scotoma che scintilla,
questa fissazione, questo nero niente.
Cos’è il corpo, cos’è il buio
proiettato dal corpo come un’ombra
– ora frastagliata, ora più esatta, zenitale –
cos’è questo buio che si separa da me
e da secoli pare supplichi il mio nome.




