Distorsioni. Poesia italiana queer dell’ultracontemporaneità

Proponiamo un estratto dalla recente antologia "Distorsioni. Poesia italiana queer dell'ultracontemporaneità" (Marco Saya, 2025), a cura di Alessandro Brusa e Sonia Caporossi.
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Dalla nota introduttiva di Alessandro Brusa

Strano, anormale, trasversale, storto (come direbbe uno dei nostri autori) e poi ancora bizzarro, obliquo, strampalato, tormentato: così è questo libro e così sono, to some extent, le voci presenti in questo progetto che si pone di fare un punto intorno al concetto di queer e di come questa idea, questa categoria, si sia negli ultimi anni fatta spazio e abbia preso voce.
Molta confusione, sul reale significato del termine, permane anche nella comunità direttamente interessata: visto spesso come un termine ombrello privo di una reale connessione con un orientamento o un’identità precisi (tra quelli tradizionalmente presenti nella comunità LGBTQIA+), del termine vengono date letture personali, spesso parziali, a volte decisamente fuorvianti.
[…]
Con il termine queer si potrebbero quindi intendere tutti gli stati del desiderio, dell’esistenza e della performatività di genere’ che eccedono la nostra capacità di dar loro un nome, tutte le dimensioni dei generi, dei sessi e delle sessualità che non rientrano nei termini della normalità e della normatività, Questo discorso è fondamentale se vogliamo capire il successo del termine queer, che ontologicamente si pone al di fuori della dicotomia omosessualità/eterosessualità, uomo/donna, maschio/femmina, dicotomie che hanno strutturato la conoscenza sociale nella modernità e nella contemporaneità: “guardare le due identità sessuali come fenomeni discreti e contrapposti non fa che rimarcarne i confini e rafforzarli reciprocamente”.
Al di là delle necessarie precisazioni svolte fino ad ora, questo progetto ha un obiettivo a nostro avviso ben più profondo ed ambizioso che quello di mettere insieme un gruppo di testi e di autora che possano ascriversi al concetto di poesia queer. Questo progetto si pone lo scopo di utilizzare la sensibilità, l’istinto, l’esperienza ed il loro percorso poetico non tanto per cercare di dare una definizione univoca di cosa sia il queer, ma per raccontare e riformulare universi multiformi e multidimensionali fino a rinominare il corpo, il luogo ed il tempo stesso della parola queer alla luce dell’atto poetico e viceversa.

 

Dalla nota introduttiva di Sonia Caporossi

Esiste in Italia, oggi, qualcosa che possa definirsi come “poesia italiana queer”? Noi crediamo che questa definizione possa avere una qualche fondatezza e possa trovare luogo in alcune personalità poetiche che, tra le altre, il lettore troverà sfogliando il volume che ha in questo momento tra le mani. Dando quindi anapoditticamente per buona l’esistenza di una tale congerie poetica, quale ne è lo stato dell’arte?
Un progetto (antologia? Raccolta? Libro d’inchiesta?) che tratti la tematica LGBTQIA+ in una prospettiva letteraria ultracontemporanea dovrebbe essere, a nostro parere, qualcosa di più che una semplice carrellata di autori slegati da qualsiasi nesso, semplicemente accomunati dall’età anagrafica o da elementi esteriori d’appartenenza, come invece si vede fare troppo spesso nelle antologie d’impostazione generazionale. Al contrario, come curatori del presente volume, ben prima di avviare la selezione e la raccolta dei materiali per realizzarlo, ci siamo posti la questione se sia possibile avviare un’operazione culturale che assuma le forme dell’indagine intorno alla questione queer, a partire da una definizione preliminare della stessa.
[…]
Tuttavia, In Italia l’impresa non è facile a causa di un’impostazione repressiva di fondo, come nota il critico e poeta fiorentino Luca Baldoni: “nei paesi anglosassoni i gay studies hanno contribuito ad una maggiore comprensione sociale delle tematiche LGBTQIA+; nell’ambito italiano c’è invece una doppia strategia di repressione: da una parte l’amore omosessuale viene ancora rimosso e censurato anche in autori dichiarati. Dall’altra, si accusa di ghettizzazione chi si occupa di gay studies”. Per questo, occuparsi di letteratura queer nel panorama italiano appare oltremodo necessario in quanto “la militanza qui non è faziosità, ma il tentativo di ristabilire un’uguaglianza che non si riscontra negli studi letterari in Italia”.
Il nostro scopo, quindi, è quello di proseguire e aggiornare il filone delle antologie militanti già avviato negli ultimi vent’anni da altri pregevoli avanguardisti.
[…]
Il filo conduttore di tali operazioni letterarie era la nozione di queer-ness nelle sue varie declinazioni in poesia. Il fatto che esse siano rimaste nell’alveo ristretto dell’élite e non siano assurte a fenomeno letterario sovracategoriale sul piano nazionale può spiegarsi con la conformazione attuale del sistema-letteratura italiano. In Italia come in altre zone culturali del nostro Occidente, i sistemi di potere collegati al panorama letterario hanno borghesizzato la letteratura quel tanto che basta per poterne determinare forme e stili precosti-tuiti, in modo tale da fornirne una risultanza di decisa forza conservativa e confortante per le masse. Il consumismo ha permeato la letteratura al punto che ormai anch’essa si adegua diffusamente alla trasmissione reazionaria di istanze repressive.
[…] E chiaro che qualsiasi panorama di appiattimento sconfortante si spalanca mirabilmente alla vista del critico letterario di fronte all’apparizione di una forte poetica differenziale. Avviando lo studio preparatorio per la realizzazione di questo volume, abbiamo così scoperto che in Italia ci sono decine di poeti che oggi trattano nelle loro poesie tematiche LGBTQIA+, individuabili e apprezzabili per le proprie caratteristiche stilematiche e per la linea poetica.

***

Luca Baldoni, Teufelsee

 

Christian mi portò a passare

il fine settimana in riva a un lago,

dove lui e amici possedevano

un terreno con alcune semplici

casette in legno.

 

Ricordo la sera, noi abbracciati

con altri uomini seduti intorno al fuoco;

quasi mi addormento, il tedesco diventa

imponderabile, guardo in alto tra le fronde

il vento che le scuote

l’oscurità illuminata dalle stelle.

 

Ma c’è un risveglio

in mezzo ad un racconto;

da uno dei più anziani una crepa nella voce

parole e pause in successione, un gesto;

scoprirsi l’avambraccio, battere la mano

sul tatuaggio.

 

Un brivido così forte –

un ricciolo rosa sfugge dalle braci,

rovinosamente

viene risucchiato verso l’alto.

 

Alessandro Brusa, Liebe Macht Frei

 

Sono foglie               

                                   e secche        

                                                              questa memoria

fatta di ombre sulle ossa e che torna anche se no            

                        io non l’ho invitata

 

sono i passi che facevo verso di te

quel tanto per sfiorarti                   e misurare la tua colpa

                                                                       con la mia

messa sul piatto della vergogna   che condividi con la fede

                                                         che io non ho mai avuto

 

quel piatto                ora                  è libero

svuotato del corpo che avevi                    e che piuma sta lì    

                                                        a pesare il dolore tuo

che sei bello         anche in questo vento            che mi ha sempre

portato gli anni        e che ora se li prende         

                                   mentre      candela

                                   ti spegni piano

                                   giorno dopo giorno

                                   sotto il mio sguardo innamorato

                                   fatto come sei di niente

 

 

                    (mi sono svegliato allegro oggi          non so perché     e me lo dirai tu

                    quando come ogni giorno ci incontreremo   nel tragitto alle latrine)

 

 

e così    come uno scherzo  ti butterò addosso tutte le foglie che troverò su questa terra                  dura     e gialle e marroni e rosse

                                   come nel mio paese non sono mai state

e mi guarderai come un pazzo                 come a capire qualcosa che

                                                       va oltre la tua immaginazione

 

un pazzo che ti ricopre     di foglie e sorride      a questo mozzicone

                                                                                                         che sei

sperando nasca un falò da questa pena

 

ma da un anno a questa parte       la tua fede si è aperta         

e credi davvero a tutto       anche a questo bacio che ti dò

                                               e che sa

                                                           del tuo ultimo novembre

 

Sonia Caporossi, Hermaphrodito

 

secondo giorno della creazione

 

le mie membra, ancora molli di slime.

gomma di guar, acido borico, alcool polivinilico,

bicarbonato di sodio, acqua. 

eversione elementale,

                                       solve et coagula,

addizionali coloranti alimentari e fantasmagoria di un dio infantile e distratto.

quando mi raddenserò in materia e forma, l’organon sarà compiuto,

                                 muto, eretto, impettito

come un oplita nell’indistizione della propria irta falange.

mi darà un’identità maschile tra le sinusoidi

                                                     dei miei fianchi muliebri.

uno spirito guerresco dalla cui costola metaforica

nessuna donna potrà mai nascere.

                                           shayān

              che sorge dalle tenebre per ricordarsi di sé.

la memoria si contorce nell’auscultazione di un battito

                        che non sembra nemmeno il mio.

germogli di pensieri contratti sorgono dalle gemme del mio 

                                                                           volto informe.

ma l’anima è ancora scissa dal corpo,

                           la persona dalla maschera.

                                      aspetto una lauta compensazione sostanziale.

 

Giorgiomaria Cornelio, Parla Attar, l’ultimo delegato degli uccelli:

 

«Compagni, le madri

arrotano il delitto. Risbrigano

nel ventre l’ingiuria umana.   

 

Ci sono, è vero, diserzioni.

Ribellatori vasti. Custodi delle bestie.

 

Li abbiamo origliati.

Li abbiamo visti   scalzare i canini,

fare di un pesce qualcosa in più di

un nome.

 

Non basta. È grande il delitto:

più del callafoso    dei ghiacci,

e di tutte le antartidi

che ora    ci sgomentano contro.

 

Scantaocchio,                dico a te:

 

solo ciò che non si          possiede

può essere                     custodito.

Solo ciò che      si trova lasciando.

Solo il dono che rimane randagio.

 

Noi c’eravamo     quando

inventarono la museruola.

 

E il contadino bastonò il cane.

E il vescovo scomunicò il topo.

E il santo scacciò il bruco.

E la polizia   punì il merlo.

 

Quando qualcuno     li difese a processo.

Quando il processo fu perso per sempre.

 

Dimenticheremo.

E sarà il nostro perdono.»

 

Lella De Marchi, Clan-destiniuty

 

III.

 

c’è un corpo nascosto dentro ad ogni corpo,

un corpo ubriaco, sventrato dal corpo politico.

tutti sanno tutto di me, sono io che non mi so.

mi travesto in cerca di me stesso, mi travesto

in cerca di me stessa, mi cerco dove non sono.

travestirsi è un’immagine di rara felicità.

l’immagine si crea da sola e ti crea a tua

immagine e somiglianza. la tua immagine

non si compra. e non fa sconti di nessun genere.

 

Angelo Nestore, Il tuo corpo o il mio

 

Ricordi il nostro timore

al nome di quella parola senza pronunciarla?

È come quando il vento piega il ramo

e non lo spezza.

Ricordi quando disegnavamo

i nostri genitali nella terra

e dal tronco facevamo un fuoco

e lo chiamavamo linguaggio?

Non parliamo più dell’albero

che ci inchiodava ai margini

né del fuoco che ci ha bruciato i polpastrelli.

Ora che sulla lingua sono rimaste solo cicatrici,

baciamo queste ceneri

per guarire le nostre ferite.

Tu mi dici di seppellire le nostre differenze,

ma scavare una fossa significa guardare

sempre verso il precipizio.

 

Francesco Ottonello, Dopo Catullo e Shakespeare

 

Eppure ancora a Verona scalpita

la bella banda amante del cielo

scesa in terra a ben dire, scandire

la dirompente urgenza dell’amore

da negare, il figlio da generare

sempre lasciare in un mondo santo

si riproduca, muoia, scompaia

nel vuoto di casa insieme alla donna

reclusa effigie per un dio evirato –

amore ora e nei secoli negato.

 

Sacha Piersanti, Tre chiodi

 

Sei sicuro, Cristo, che tre chiodi

furono quelli che ti fecero

da figlio del nulla che tu fosti

simbionte di carne e legno vivo?

 

E se fossero tre membri

di altrettanti farisei

che tu volesti, uno e trino,

amanti amati come me?

 

Cristo, sei convinto

che dagli squarci dei tuoi palmi,

dagl’intagli sulle tempie

zampillasse insieme al sangue

spirito e non seme?

 

Se fosse tutta colpa

della furia con cui all’uomo

giocasti fino in fondo?

Se fosse la tua morte

potenza di potenza

d’orgasmi incontrollati?

 

Non ti voglio mezzo dio

ti voglio tutto mio

a rasparti a lingua dura

il perdono e la condanna

tra le ascelle e la ferita

e sfiancato addormentarmi

con la testa sul costato

 

                      a turno io a te eva

                      a me tu primo adamo.

 

Valentina Pinza 

 

Schiocco le nocche

ci vado come alla guerra

a scopare.

La resa è un gioco da bambine

stringo un coltello tra i denti

l’amore non lo faccio:

lo dichiaro   lo apro

come un conflitto.

 

June Scialpi

 

Le domande sulla naturalità delle cose non vanno oltre alla retorica dell’essenzialismo e occultano strutture sociali e di potere. La naturalità delle domande sulle cose non va oltre alle strutture sociali e di potere e occulta la retorica dell’essenzialismo. La retorica delle strutture sociali e di potere non va oltre alle domande sulla naturalità dell’essenzialismo. L’occultamento della naturalità delle cose non domanda sull’essenzialismo delle strutture sociali e di potere. Le strutture sociali e di potere non occultano la retorica dell’essenzialismo sulla naturalità delle domande che non vanno oltre.

 

Marco Simonelli, Armadio (1)

 

Avevo una borsetta, una pochette

sbucata dall’armadio della nonna

un pomeriggio vuoto in cui cercavo

riparo e nascondiglio.

 

La nonna è una sarta

cuce i vestiti

ci vanno le donne

accorciano e allargano sottane e giacchette.

Le loro borsette contengono mondi di storie e ricordi.

 

L’infanzia è un boccone. L’addenti. La mordi.

 

Volevo unicamente una bisaccia

che contenesse almeno una manciata di fagioli,

i soli che si piantano e poi crescono

per arrivare – arrampicandosi – alle nuvole.

 

E favole, favole:

dicono ai bambini che sono tutti uguali.

Si tratta di ruoli.

Di ruoli sessuali e paure.

Di errori.

Di mali minori.

 

Il babbo non vuole.

Lui dice: è inadatta.

Ti prendono in giro.

Ti chiamano femmina.

 

Lo dice che pare una cosa sbagliata.

Lo dice e poi tace.

 

Con la testa abbassata.

 

Piero Toto, arcani maggiori

 

chi leggerà di noi

spalmando il futuro

le voci di noi

rappresi in un bosco di cera

per sciogliere il groppo del giorno

 

tuona che troverò

la pace dei gigli

nell’aria infusa di grigio

ma poi provando a parlarti

c’è solo il tuo corpo disteso

tra carro ed amanti

e l’onta e lo sguardo

di chi ha messo a processo

le stelle

 

non so se vorrai

reincarnarti in me

— ovunque noi siamo

porosi d’affetto

saremo sopravvissuti

alla nemesi del tempo

 

Giovanna Cristina Vivinetto

 

Cos’è il corpo, cos’è l’ostinazione,

la fessura che si è aperta nella luce,

la frattura muscolare, il tremore alle caviglie,

cos’è la raucedine – questa vertigine

nella voce, il movimento primordiale,

l’origine che si schiude come un ventre

e poi i denti, le bianche pietre – questi

spiriti ossuti che divaricano il sonno.

 

Cos’è l’amore, cos’è la sera neuronale

che si infittisce nella mente, la macchia

nell’occhio, lo scotoma che scintilla,

questa fissazione, questo nero niente.

 

Cos’è il corpo, cos’è il buio

proiettato dal corpo come un’ombra

– ora frastagliata, ora più esatta, zenitale –

cos’è questo buio che si separa da me

e da secoli pare supplichi il mio nome.

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In ricordo di Lorenzo Pataro | Intervista inedita e testi

In ricordo di Lorenzo Pataro pubblichiamo la sua intervista e i testi che erano programmati per la rubrica “Sparare a zero”. Condividiamo questo scritto a testimonianza del grande affetto che Lorenzo ha dedicato a quella «costellazione senza nome» di cui era parte luminosa.
La redazione di MediumPoesia si stringe al dolore dei suoi familiari e dei suoi cari.

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