Per una pragmatica della poesia. Breve lettura di Vile ed enorme (Arcipelago Itaca, 2022) di Lorenzo Fava.

Proponiamo una nota di lettura di Christian Negri su "Vile ed enorme" (Arcipelago Itaca, 2022) di Lorenzo Fava.

Ne La preghiera smisurata di un uomo buono. Breve nota introduttiva a Vile ed enorme di Lorenzo Fava, Alessio Alessandrini cerca di affrontare sin da subito il nodo centrale del libro: «è il poeta vile ed enorme, è il suo peccato se abbandona il lettore alla parola e al suo incanto o, semmai, è il lettore a esporre il poeta alla temperie (…)?», «è la poesia che pusillanime lascia alla vita il compito di rispondere al prodigio (…) o, al contrario è la vita a essere vigliacca (…)?». Nega, tuttavia, il prefatore la possibilità di una risposta certa, tanto da preferire rivolgere la sua attenzione al carattere di sofferta preghiera della lirica di Fava. La sua lettura prende le mosse dalla citazione in esergo di Silvia Bre: «La regola dell’arte dice solo/ prima doverlo fare/ dopo farlo». È in quel sintagma, «doverlo fare», che si colloca l’embrione della successiva riflessione di Alessandrini: due parole ricondotte tra le varie opzioni semantiche alla necessità, al bisogno. È intuitivo come da qui derivi che «Cantare è (…) un’azione pensata e dovuta, agita… agitata» e la poesia diventi «un’azione agonica» che «nasce da una fatica, ha le stimmate dell’incendio, ma “ti consegna stanca e sola la tua gioia”». Un gesto, insomma, dal valore indispensabile, per quanto doloroso da attuare. Alessandrini poi prosegue rilevando un tratto cardinale: la poesia di Fava «(…) ambisce all’ulteriore, all’oltre, spiazza, disorienta». Per quanto non lo si nomini direttamente, è chiaro come questo sentimento euforico verso cui la scrittura di Fava è protratta sia l’Enorme del titolo. La poesia, quindi, «costruisce il senso del dopo», «permette di non dimenticare il proprio volto, di ritrovare e perdersi di nuovo». La stessa tensione climatica diventa compartecipazione all’oltre e il poeta, canalizzando il sentito in preghiera, può accedere a una condizione di felicità.

È in una direzione differente, anche se non del tutto opposta, che vorrei impostare la mia lettura; anche qui fungeranno da blocchi di partenza i pochi versi di Silvia Bre riportati in esergo. Nel momento in cui leggendo quel «doverlo fare», attribuiamo un’importanza maggiore alla nozione di dovere, ecco che Vile ed enorme viene irrorato da una luce diversa; per di più, pensare a un’obbligatorietà intrinseca della poesia, sottintesa sin dalle prime pagine, rende meglio ragione di una peculiarità del testo. Se per Fava la poesia è azione agonica che scaturisce dalle ferite, non si spiega la rarità delle marche di prima persona all’interno dell’opera; quando c’è turbamento perché «Occhi per vedere chi eri/ non ne hai mai avuti (…)» o «Hai perso la tua strada per la delicatezza/ di un suono», questo non sembra direttamente appartenere al poeta. Credere che il sentito dell’io venga sistematicamente traslato in un tu o in un noi non appare soddisfacente, dev’esserci qualcosa di più. Di per sé la predisposizione al dialogo non elimina l’io dal discorso poetico: se c’è un destinatario, dev’esserci anche un mittente. Ma il poeta sembra nascondersi appena sotto la pagina, non interviene spesso nel dialogo con l’altro; egli piuttosto constata, suggerisce, esorta. Imprime una direzione, semmai, proprio in virtù della sua assenza. Chi scrive sembra presentarsi come un poeta-sapiente che grazie ad una potente assertività elargisce gnómai, ‘sentenze’.
Il sapere dell’io s’impernia su un bagaglio di esperienze essenziali: il volo di un aquilone, un temporale estivo o anche «Solo la singola esperienza umana (…)». È così che l’io giunge a conoscere l’estrema viltà dell’uomo e perviene alla conclusione che «Non si può dire che sei morto/ finché fai questo: riscaldi il pasto,/ lavi un pavimento (…)». D’altra parte, ammettere la propria estrema umiltà altro non è che acquisire consapevolezza dei propri limiti, anche in senso opposto. Fava abbraccia lucidamente le enormi possibilità dell’individuo e lo fa servendosi di uno strumento privilegiato: la poesia. Essa, in quanto lingua che attingendo al vissuto concretizza il presente, gli permette di tracciare una mappa che conduce al margine apicale delle potenzialità umane. Infatti, «una frase cancella/ il grido del male (…)» e «quando crei la ferita primordiale/ si rimargina (…)» e, ancora, «La lingua dice alza e s’alza il vento, spora/ e le pietre fioriscono (…)»: più che arte il versificare sembra essere prâxis, ‘ricaduta sul reale’ potremmo dire.
Ora, se pensiamo all’essenziale ritratto che tra le righe l’io fornisce di sé – quello di una persona dedita ad estroflettere il bene – ecco che la poesia diventa un obbligo morale per l’uomo prima che per il poeta. Il versificare non è un’arte trascendente, sembra volerci dire Fava; grazie ad esso si plasma il presente, si mette in moto l’immediato futuro, ci si pone al servizio del mondo e del prossimo. Egli suggerisce che la poesia sia la chiave per elevarsi all’enorme senza dimenticare il vile, e viceversa, vivendo tutti i possibili gradi intermedi, e che in questo modo «Avrai detto qualcosa più del rimpianto,/ uomo che dipendi dalla vertigine/ e dal suo fulcro, la tua vita non sarà/ passata invano (…)».

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Il canto interrotto di Gertrud Kolmar

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