Queer bite. Su “Vite negate” di Franco Buffoni

Presentiamo il primo articolo della rubrica “queer bite” a cura di June Scialpi, a partire da una lettura di “Vite negate” (FVE 2021), il più recente libro docufiction di Franco Buffoni.

Mi è capito di recente di imbattermi in un videogame, Hunt the Night, ambientato in un mondo in cui il giorno e la notte hanno la portata di intere ere: si alternano non più ore, ma secoli di luce e di tenebra. E durante la notte, la civiltà viene sfibrata, la cultura si sgretola, condannando l’umanità a rifarsi daccapo a ogni avvento del giorno.

Quest’immagine mi ha impressionatə particolarmente, perché riesce con immediatezza a rappresentare quanto inverosimile sia la cultura nella sua materialità, e quanto faticosa sia l’operazione del suo mantenimento. Non è semplicemente qualcosa che ci capita, che «si eredita: […] la si costruisce» (p. 7). Ed è con queste parole che Franco Buffoni ci introduce alla lettura del suo memoir per altri.

Vite negate (Fve Editori 2021) è un’opera che sta sempre in bilico tra la perizia filologica e il pettegolezzo, in piena fedeltà allo spirito di ciò che vuole raccontare. L’indagine di Buffoni parte da un quesito semplice: se davvero la cultura si trasmette di padre in figlio, e quindi in seno al patriarcato e all’eteronormatività, che ne è stato della cultura omosessuale? La sua impresa vuole essere un tentativo di colmare il vuoto d’archivio lasciato da secoli di cancel culture (quella vera) sulle identità queer della nostra storia.

Buffoni fa una selezione di storie di omosessualità maschile sulla base di un limite imprescindibile legato alla materialità dei fatti: le uniche persone di cui possiamo conoscere le storie sono persone di cui è stato scritto o che hanno scritto di sé. Nulla sappiamo – e probabilmente mai sapremo – di contadini, balie, operai, se non attraverso verbali e referti. In Vite negate, infatti, si incontrano principalmente figure di potere e letterati; nomi inediti ma soprattutto noti, personaggi storici che abbiamo studiato in una versione ‘revisionata e (s)corretta’. Forse di queste persone abbiamo chiesto in classe: “ma è vero che era gay?”, e l’insegnante con un’occhiata imbarazzata ci ha risposto “sono cattiverie” oppure “prima le cose funzionavano diversamente” o addirittura “non sono cose che c’interessano”.

Lo scopo di Vite negate è replicare a quest’ultima affermazione con un “no, ci interessano”. Perché ci interessano le innumerevoli (e sfortunate) mogli di Enrico VIII, ma non gli amanti di Edoardo II? Perché impariamo a memoria A Silvia ma non sappiamo nulla del Ranieri a cui Leopardi manda mille baci? Forse perché scopriremmo che le operazioni che sono state compiute per ‘purificare’ le loro vite non sono solo inaccettabili, ipocrite e persino maldestre, ma talvolta anche brutali, truculente e crudeli. Sono martiri di un’altra religione che abbiamo sfatto e rifatto all’ombra del closet.

Immagino le persone queer del passato come piccoli soli, singolarità umane in una tenebra siderale che si rifanno daccapo, che hanno dovuto inventare miliardi di fuochi, ogni volta come la prima, ogni volta destinati a estinguersi.

Sono gratə di poter leggere finalmente un libro di storia della nostra cultura, dove l’esistenza in quanto persone queer non viene grattata via dalla pagina per esigenze di trama. Il più grande pregio di Vite negate è l’inaugurazione di una stagione di recupero di questa eredità culturale. Vogliamo il canone queer che ci è stato negato e lo vogliamo adesso. Vogliamo fare catechismo a Sant’Eliogabalo martire. Voglio essere lə vecchiə che si inginocchia davanti all’edicola votiva di Mario Mieli.

Per chiudere vorrei rimaneggiare, come ha già fatto prima di me Carmen Maria Machado (1986-), una ‘formula’ creata dalla poeta Pat Parker[1] (1944-1989) a beneficio di quanto appena detto e del senso che può avere creare un archivio che contenga le storie di queste soggettività:

FOR THE CISHET PERSON WHO WANTS
TO KNOW HOW TO BE MY FRIEND
The first thing you do is to forget that I’m queer.
Second, you must never forget that I’m queer.

[1] Il titolo del componimento a cui faccio riferimento è FOR THE WHITE PERSON WHO WANTS TO KNOW HOW TO BE MY FRIEND, e i primi due versi recitano “The first thing you do is to forget that I’m black. / Second, you must never forget that I’m black”. Da Movement in Black (Diana Press, 1978)

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