“Napolis. Quarantadue poeti cantano la città di Partenope” a cura di Vincenzo Salerno

Presentiamo un’anteprima del volume “Napolis. Quarantadue poeti cantano la città di Partenope” (Marlin Editore 2023) curato da Vincenzo Salerno . Si propone un estratto dalla densa e illuminante prefazione di Salerno, una scelta di alcuni testi antologizzati e in coda l’indice generale del volume.

dall’Introduzione di Vincenzo Salerno

[…] Adesso diventa palesemente leggibile quanto Pier Paolo Pasolini aveva prefigurato nelle pagine de “La confusione degli stili”. Un ulteriore superamento concettuale della traccia ‘binaria’ – linguistica e letteraria – costruita sul doppio transito della lingua ufficiale e del dialetto, nella direzione di un consapevole “trilinguismo”, ripartito nella stratificata compresenza dei “[…] dialetti negli strati popolari, koinè nella borghesia di recente formazione, gergo letterario nelle élites culturali”(1). A seconda delle circostanze – nelle difficoltà sociali del momento storico, per i problemi di natura economica, a causa delle tensioni politiche o dei “malanni di stagione” – la poesia riesce a ‘tradurre’ qualsiasi genere di pretesto occasionale e rappresentare – in maniera sempre nuova e differente – i personaggi recitanti sul palcoscenico di Napoli. […]

“In due modi, quando si è uomini di qualche cultura, si può essere dialettali: o traducendo dalla lingua, giocando sull’effetto di novità che il trasporto può imprimere anche un luogo comune, o ricorrendo al dialetto come ad una lingua vera e propria, quando la lingua sia considerata insufficiente o impropria a una ispirazione. Il secondo caso è il più valido e il più interessante; ma i due modi possono essere presenti nell’interno dello stesso poeta, anzi, lo sono quasi sempre. E non è detto che il primo caso non possa dare risultati poetici perché tradurre poesia è uno dei possibili modi di far poesia originale”(2).

Rispetto alla doppia modalità di resa proposta da Eugenio Montale i testi poetici antologizzati in Napolis – tra i quali si contempla la duplice opzione montaliana, più marcatamente traduttivo-linguistica – chiamano pure in causa un analogo tertium comparationis, altrettanto significativo nel processo di ‘caratterizzazione’ letteraria di Napoli nella poesia contemporanea. Le traduzioni contemporanee della città – ‘traduzioni’ qui da intendersi nell’accezione semantica più ampia di ‘metafore’, aggiungendo al novero anche le poesie composte in lingua italiana – così si innestano inequivocabilmente sul variegato repertorio di temi, di allegorie, di tropi e topoi stratificatisi nel corso dei secoli, per il tramite di figure stilistico-retoriche e di modalità espressive ben diverse. In un processo di continuità e di contiguità spazio-temporale, ‘resistono’ nello stare simbioticamente insieme testi editi e quelli scritti ad hoc per questo volume; in dialetto napoletano e in “lingua nazionale”, con traduzioni ‘di servizio’ o con testi a fronte d’autore; la prosa poetica (o poesia prosastica) – insieme con altri contenitori di genere, quali ottave, sonetti, versi liberi, ballate e canzoni – per raccontare e per descrivere, con minuzioso scrupolo, il “levigato geode” partenopeo; la scrittura verbo-visiva che, come ossimoro, si rende leggibile attraverso la cancellatura; la poésie engagée o del dissenso, che al contempo si manifesta come silenzioso disagio intellettuale oppure dando voce alla chiassosa protesta politica; la poesia di viaggio dei ‘grandtouristi’ contemporanei – dall’antichità al presente, in una Napoli-cronotopo estesa dal “ventre” tufaceo dei decumani fino alle periferie d’acciaio e di cemento – che appuntano versi nelle note di diario, a piè di pagina delle guide storiche, su foglietti sciolti nei quali segretamente si scrivono i ricordi più evocativi, le impressioni più stranianti; il pretestuoso esercizio di stile contro le coloriture a tinte forti delle ormai abusate prospettive paesaggistiche e urbane; la ragionata operazione di smontaggio dei tanti “quadretti di genere” della città disegnata con la pizza tricolore, il Vesuvio fumante e il mandolino strimpellato in sottofondo; la riproposizione di testi-spartito che interpretano, attualizzandola, una tradizione di composizioni poetico-musicali tipicamente napoletana. Infine, il medium della poesia che riesce a garantire (o forse serve per giustificare) la più recente identificazione iconica di Napoli – sulle facciate dei palazzi o tra i ‘santini’ degli altarini nei vicoli, con l’abbigliamento casual-sportivo tinto d’azzurro e nei rumorosissimi scoppi dei fuochi d’artificio – che prende oggi forma nelle molteplici rappresentazioni del suo ultimo (in ordine cronologico).

(1) Pier Paolo Pasolini, “La confusione degli stili”, in Passione e Ideologia, Torino, Einaudi, 1985, p. 293. 
(2) Eugenio Montale, Sulla poesia, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori, 1976, p. 176.


Mariano Baino, da Ônne ’e terra, Napoli, Pironti, 1994 (2 ed., Arezzo, Zona, 2003)

Ll’amaje sempe ’stu pizzo ’e muntagnella

Addó ’e ccose a vvota a vvota scrésceno

o pareno aggrannì (che sfizio antico

’e pierdetiémpo): bella vista

’o ’nchippo cecagnuólo d’’a città

Sempre amai questa sommità di collina / dove le

cose di volta in volta rimpiccioliscono / o sembrano

ingrandirsi (che gioco antico / da perditempo):

bella vista / l’intrico strabico della città


Franco Buffoni, da Oscar Poesie 1975-2012, Milano, Mondadori, 2012

Profezia
Da qui, tra luci fragili
Che orientano il profilo verso il golfo,
Si vede bene che la città è fondata
Su cunicoli e cunicoli, e cantine profondissime
E canali, acque morte in transito acquitrini
Ciechi sbocchi di sabbia e ghiaia, ossa pietrificate
Di necropoli a strati su carcasse di orse
Alte tre metri e di altri animali avariati.
Si sa che è lavata da acque di giro
Costantemente dal porto e da ponente,
Che è divaricata e biforcuta tangenzialmente
Verso la collina di macerie putrefatte.
Che è nata e rinata su fondamenta mobili
E che questa non sarà l’ultima volta.


Roberto Deidier, da Calascionate nella lingua del padre (inediti)

I’ me penzava fusse n’ata lengua,

’Na mass’e suone stritte, senza peso

Ca saglie e saglie e ’n goppa s’arrevuogghia

Comm’ a nu riturnello ’ndispettito

Chella parola attesa, chella sula.

 

Io pensavo che fosse un’altra lingua,

Massa di suoni stretti, senza peso

Che sale, sale e in cima s’aggroviglia

Come un ritornello indispettito

Quella parola attesa, quella sola.

 

Stelvio di Spigno,  da Fermata del tempo, Milano, Marcos y Marcos, 2015.

Pibe de oro

Assisteremo ancora in mondovisione

alle bravure mitiche di Diego

ma non diranno che avevo nove anni quando

sbarcò a Napoli

e che tutto allora sapeva di speranza anche per me

protetto dal mondo e dalla mondovisione,

senza scale da salire né niente da promettere,

solo una tavola apparecchiata con povertà e

grandezza

di chi vive senza sapere come né perché

contento di aver visto la luce un altro giorno

e che un altro giorno la luce si sia accesa anche

di sera,

forse non pensando che il bello sarebbe finito

come finisce un calciatore o un matrimonio

e che senza badare a me non avrei fatto molto,

solo ricordare che c’era qualcuno in

mondovisione

che potevo diventare come lui,

quelle cose che si pensano a nove anni,

sotto la carezza di chi ti ama proprio adesso

e ti darebbe il mondo vero se potesse

ma non lo dice come si dovrebbe

perché niente in fondo si sa dire

e ancora meno, ancora meno, si conosce.


Carmen Gallo, poesia inedita

Il sarto morto due strade più in là. I funerali

nella chiesa troppo grande per chiunque.

La figlia prende la parola, dice, il miracolo

il miracolo di averlo avuto con noi,

con gli occhi aperti e tutto il resto. Usciamo.

La piazza controluce è un autobus di turisti

cinesi. Torniamo a casa, saliamo le scale,

e con noi tornano le panche di legno

sotto l’enorme altare barocco

la conversazione banale, l’odore dei fiori forte.

Spesso guardo l’altalena nel parco sotto casa

la spinta che la mano imprime all’oscillazione

di corpi minuscoli, vulnerabili. A volte

esco sul balcone chiedo alle madri di smettere,

ai bambini di tenersi forte

perché tutto questo è assurdo, e non vale la pena.

Credo di dire ma non accade. Non è reale.

Resto a fissare quei corpi capaci di restare

nel movimento dell’aria e della forza.

Alcuni ridono o piangono, ma nessuno

ha davvero paura.


Marilena Renda, da Fuoco degli occhi, Torino, Nino Aragno Editore, 2022

Shelley non avrebbe mai osato infilare nella

Grotta del Cane

un essere vivo, per provare quanto potesse

sopravvivere ai fumi.

I biografi sono discordi su quello che accadde a

Napoli:

era più sensibile alle sofferenze degli animali

che degli uomini

o davvero gli faceva pietà la donna per cui

aveva perso tutto,

che aveva perso tutto, su cui era in disaccordo

su tutto?

Mary Shelley decise di vedere ogni cosa,

malgrado i figli morti,

malgrado il negativo, malgrado il genio con lei

fosse depresso.

Shelley le comprò una bambina, per consolarla

della perdita;

Mary, presumibilmente, non l’accettò. Vide il

futuro aprirsi

nella pietra, tra le foglie di Cuma, e decise di

dirlo tutto,

anche se non credo che sperasse di salvarci. Dei

suoi figli

sopravvisse il più noioso, gli altri morirono

troppo presto,

e anche lei, morì troppo presto per venirsi a

noia.


Indice

7 Introduzione

di Vincenzo Salerno

NAPOLIS

33 Franco Arminio

34 Carlo Avvisati

39 Mariano Bàino

43 Ambrogio Borsani

45 Franco Buffoni

48 Floriana Coppola

55 Maurizio Cucchi

56 Roberto Deidier

59 Gennaro Della Volpe (Raiz)

61 Giambattista Basile – Roberto De Simone

70 Bruno Di Pietro

74 Stelvio Di Spigno

78 Gabriele Frasca

86 Mario Fresa

89 Carmen Gallo

90 Bruno Galluccio

94 Mimmo Grasso

96 Costanzo Ioni

99 Emilio Isgrò

100 Peppe Lanzetta

104 Valerio Magrelli

105 Andrea Manzi

109 Rino Mele

110 Tommaso Ottonieri

116 Melania Panico

117 Claudio Pennino

126 Silvio Perrella

131 Angelo Petrella

136 Antonio Pietropaoli

139 Gilda Policastro

142 Marilena Renda

144 Eleonora Rimolo

146 Elisa Ruotolo

149 Federico Sanguineti

150 Giulia Scuro

152 Giorgio Sica

155 Enza Silvestrini

159 Gianni Solla

161 Luigia Sorrentino

165 Mattia Tarantino

166 Ferdinando Tricarico

174 Luigi Trucillo

179 NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE DEGLI AUTORI

197 RINGRAZIAMENTI

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da Ultima*Eldorado | “Neofita” di Francesco Terzago

La conclusione del ciclo di anticipazioni legate al primo volume del progetto Ultima, Ultima*Eldorado. Dopo i saggi a firma di Maria Borio, Lorenzo Carlucci e Carmen Gallo, pubblichiamo “Neofita” di Francesco Terzago.

Ultima*Eldorado custodisce una raccolta di quattro interventi di poetica. Maria Borio, Lorenzo Carlucci, Carmen Gallo e Francesco Terzago hanno perlustrato la terra della scrittura, i propri limiti, i propri desideri, portando alla luce ciò che hanno trovato nel percorso. Eldorado è il sogno degli uomini che vivono fra le poche cose del mondo; e che scavano per cercare. E così trovano non come restare, ma i resti di tutte le cose del mondo.​

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