Leggere questi testi inediti di Andrea Piasentini (Padova, 1995) è come osservare da vicino un altorilievo, con le sue figure che smaniano per uscire dallo sfondo e quasi riescono nell’intento. Sono infatti evidenti, nella scrittura in versi e in prosa dell’autore, due tensioni opposte e complementari: il tragico in sottofondo e una voce insofferente, che del tragico non sa più che farsene, avendo già imparato a riconoscerlo e ad accettarlo.
Quanto al primo aspetto, la tragedia che intride i componimenti di Piasentini è distante dalle più praticate soluzioni espressionistiche o somatizzazioni anatomiche; al contrario, la si trova espressa con compostezza, come il presupposto scontato di ogni scelta comunicativa, che per questo motivo non può non caratterizzarsi quale scelta cauta e responsabilizzata. La lingua piana emula il silenzio con cui i dolori dell’io e del mondo si depositano nell’inconscio, provenuti da tempi diversi e remoti come l’infanzia (vedi Settembre 2023); la risalita calma di tali traumi alla coscienza; la pazienza della quale si munisce il soggetto quando è avveduto della possibilità di sperare in un futuro ricostruibile (I, 17-18: «Ora speri ci si stringa intorno a questo speri | capirci o perderti qualcosa»). Più del sangue e della morte, è l’equilibrio tra fato e storia a connotare il genere tragico, la corrispondenza sempre definitiva tra le scelte, i loro effetti e tutto ciò che era già stato deciso. La lingua di questa estrema coincidenza, limpida ad esempio in Pance quando l’io realizza che è «tondo» come il padre, non può che tendere alla misura e all’esattezza.
Sebbene sia accorta della tragicità che consuma lenta l’esistenza di uomini e animali (vedi la splendida Un bue vicino a impianti sportivi), la voce poetica nutre una fiducia inguaribile in una prospettiva inedita, che dalla tragicità sappia prescindere. Essa non sembra disposta a costruire il mondo nuovo con le rovine del vecchio o a bere tè in mezzo a quest’ultime, per parafrasare Wallace Stevens a proposito di modernità e postmodernità, ma intende piuttosto cambiare pianeta. Posto che il tragico c’è, è presente, perché non prestare più attenzione a ciò che, nel disastro, è una fonte di bellezza anch’essa inestinguibile? Piasentini non sa come si ricostruisce una speranza a partire dai dettagli che si sente di salvare, eppure ci prova. Il suo bue «non è niente […] non vola, sta fermo», si accontenta di perdersi nel prato o «negli occhi bitume della mucca»; il suo io invita a cogliere il «parlare di sé» come «una forma di passione» necessaria «per avere degli abbagli», un «affetto a lungo represso» sulla base del quale, nuovamente, compiere una scelta. Infine, anche la scrittura è concepita come un’allucinazione, un fraintendimento della realtà, ma attraverso essa è possibile «riconoscere | le piume bianche di un cigno malandato | o una vita in tumulto» (I, 9-11); «strafanto» è un venetismo del quale la voce di Oleandro ignora volutamente il significato, associando la parola a un contenuto di gioia ogni volta rinnovato, per poterne preservare la stranezza che, pronunciata, «obbliga al sorriso».
Diego Ghisleni
***
1.
Non è che sei assente, che non ci sei: sei da un’altra parte e ignori dove.
In parte sai cosa succede
e in parte ricordi di un lago o di uno stretto
da cui vengono una dopo l’altra
le risate che fai sotto sotto e lo sventolio
stanco del mare che conosci sempre
anche in una periferia di tutti.
Tutto sarà fraintendere
un costante fraintendimento per riconoscere
le piume bianche di un cigno malandato
o una vita in tumulto,
che cresce, e mentre sogni va via,
alla deriva: tu scrivi, tu hai scritto
senza aver nulla da dire a nessuno
perché eri un attimo via. Eri da un’altra parte
senza sapere dove.
Ora speri ci si stringa intorno a questo speri
capirci o perderti qualcosa.
2.
Pance
C’è una foto, risale alla prima comunione,
dov’ero quasi obeso:
in una piazza di Abano Terme,
dove sono nato.
Io e mio padre siamo sempre stati tondi
visti da noi stessi come buffi…
in fondo, a ben vedere, nella pancia
qualcosa di diverso e anonimo.
*
(Mi hanno detto che questo
parlare di sé approssimativo
è gelosia di trattenere
o goduria di promettere e poi
non dare o dire qualcosa, scegli tu il verbo.
Prendila invece
come una forma di passione:
bisogna toccare alcuni limiti,
anche quello di essere scemi
o di essere ridicoli, ecc. ecc.
per avere degli abbagli)
*
Nelle pance di chi ha costantemente fame
c’è un formicolio di paci diverse:
non sai se usciranno e se sarà bellissimo. Finiremo
forse per mangiarci a vicenda
al sole, zitti, come le cicale:
più c’è silenzio
meno si sentono.
Allora, di giorno e di notte
si muoveranno i frigoriferi
guardando i nostri gusci,
con curiosità. Si scuoteranno
e le foto cadranno, anche le più brutte,
e tu dirai “va bene, ero e sarò sempre tondo
in fondo è giusto,
è una cosa che non cambia”.
Ora si tratta di decidere che fare
di questo affetto a lungo represso.
3.
Settembre 2023
Le losanghe antracite del pavimento
sulla loro superficie,
nei contorni, si misurano le scarpe
i bambini di tutto l’edificio: una vecchia
proprietaria dell’appartamento li accoglie, spesso di pomeriggio, altre volte alle undici di mattina, per farsi passare i dolori alle caviglie, senza cedere al desiderio di dar loro parte del suo dolore. In casa c’è odore di fumo. Lo sente anche lei se ci ripensa. La spazzatura è assente: qualcuno, che è la vecchia solo a volte, la cambia.
Nelle case ci sono di queste persone indefesse e gentili che puliscono, profumano ancora di messa; da secoli se la perdono, eppure l’hanno indosso come odore. Sono discrete e invisibili coi bambini, non vogliono disturbare.
Le listelle del pavimento vedono la vecchia e i bambini, li vedono in trasparenza: calpestarle, passare sopra loro.
Nel parquet ci sono formiche nere
si muovono, e diventano di più. Le metto a fare le gare, in fila
e spingerle – tifare per le lente –
mentre cresce chi non sta più con le scarpe
sulle losanghe e sa procedere.
La gara degli insetti e i bambini che crescono
anche dentro di me.
4.
Oleandro
La prima volta che entra nelle orecchie ci si rende conto, senza margine di errore, che è un suono perfetto: strafanto; certo, anonimo, ma al suo interno ha un nocciolo bianco e fisso, con qualche piccola crepa fuori. Questo nocciolo, probabilmente, all’inizio è stato inventato da qualcuno per indicare sia qualcosa di cui si è scordato il nome sia qualcosa o qualcuno che per la sua forma o impressione obbliga al sorriso. Capita di poter dire qualcosa solo ponendolo dentro la mandorla di luce dello strafanto: aiuta a riparare, cucire, provocare; può far disperdere, suggerire di fregarsene, ma aiuta sempre a provare più acutamente gioia o insofferenza. È in modo radicale accogliente, dunque privo di forma.
Tuttavia per un certo momento ha indicato perfino un oleandro: che un grassottello guardava dalla porta-finestra, e sapeva che non poteva mangiarne una foglia. Se, davanti a un oggetto, non potrà mai capirlo ma solo vedere, scrutare nel tempo e avere sulla punta della lingua, sa che quello è uno strafanto. E potrà addirittura non pronunciare l’oggetto strafanto, ma solo immaginarlo. «Devo chiedere che cos’è uno strafanto?», si domanderà con altre parole anni dopo davanti all’Xbox, pensando alle conchiglie, alle pietre, a un libro sull’amore con una mucca sulla copertina.
5.
Un bue vicino a impianti sportivi
Il bue che guarda, che spedisce
inviti muti alle stelle
o il bue che minimizza
non è niente, non è niente
il bue che misura tutto con calma,
tardo su se stesso, così a rilento che potrebbe
forse potrebbe alleggerire il proprio passo
e fondersi con il prato o
gli alberi davanti e lievitare
perdersi oltre l’impianto sportivo
e rubricare sotto il nome “cielo” addirittura
i piloni del campo da rugby
il bue che non vola, sta fermo
il bue sta fermo
lui che rumina
si perde negli occhi bitume della mucca
e li guarda, mentre si gioca a rugby
il bue che ha in sé il toro
il bue che non cerca foto
perché ogni cosa nei suoi occhi
assume le qualità della fiammella:
è calda non gli parla
si muove senza fare
devastazioni e lo lascia
a bocca aperta
facendo dei suoi impulsi
una morbida rasoiata
dolce sul collo della mucca
il bue che si muove piano piano,
con l’incazzatura e il blandimento
che è proprio dell’aria
di un campo da rugby
vicino al cimitero, e arriva
dove vuoi tu
e ti guarda con quegli occhi che ha.
***
Andrea Piasentini è nato in provincia di Padova nel 1995, dove continua per ora a vivere, lavorando all’università come assegnista. Sta lavorando al suo primo libro di poesie, il cui titolo provvisorio è Qualche via intorno. Alcuni dei suoi testi sono usciti su formavera (28 giugno 2021, https://formavera.com/2021/06/28/andrea-piasentini-prime-poesie/) e su lay0ut magazine (https://www.layoutmagazine.it/andrea-piasentini-poesie-presa-daria/).