I “percorsi del suicidio” di cinque poetesse del ‘900 (3): vita di Marina Ivanovna Cvetaeva

Francesco Cappellani e Tiziana Mainoli ci introducono alle vicende di cinque poetesse vissute lo scorso secolo, le cui vite sembrano accomunate dal compiersi di un atto estremo, tragico, come quello del suicidio. In questa terza ed ultima pubblicazione le vicende della poetessa Marina Ivanovna Cvetaeva.

Non è semplice parlare di Marina Ivanovna Cvetaeva. Il suo carattere, la profondità del suo pensiero, il suo agire focoso e passionale, uniti ad un perfezionismo nell’espressione lirica quasi ossessivo e ad una biografia costellata da eventi terribilmente drammatici, rendono il suo vissuto un universo molto complesso. Nasce a Mosca l’8 ottobre 1892; il padre era un importante filologo e storico dell’arte, e la madre una pianista di talento. Già dall’adolescenza è definita  decisa, indipendente, ribelle, anticonformista, da alcuni perfino capricciosa, ma dotata di un’intelligenza vivissima, a sei anni scrive già poesie. Trascorre l’infanzia in un ambiente ricco di sollecitazioni culturali avendo avuto anche il privilegio, in giovanissima età, di potere frequentare corsi di studio in Svizzera, Francia Germania e Italia, proseguiti poi in Russia. Legge di nascosto, ancora adolescente, l’“Eugenio Onegin” di Puškin. Più tardi, in un saggio su Puškin, nel 1937, Marina Cvetaeva scrive che quell’amore non riuscito descritto nel libro “predeterminò in me tutta la passione per l’amore infelice, non reciproco, impossibile. Da quel preciso istante non ho voluto essere felice e con questo mi sono condannata – al nonamore”. Il nonamore ha vissuto dentro i suoi molti amori, il nonamore cresceva perché l’amore era incompatibile con la vera ossessione della sua vita: la scrittura.

Negli anni successivi la Cvetaeva frequenta poeti e personaggi famosi nell’ambito letterario. Pubblica a sue spese nel 1910, in tiratura limitata, il primo libro di poesie: “ Album Serale” ( scritte tra i 15 e 17 anni), subito notato dai poeti dell’epoca,  tra questi Volosin che la invita  nella sua casa-convitto frequentata da letterati. Fu qui che, all’età di diciassette anni incontra un giovane studente di un anno maggiore di lei, Sergeij Efron che sposerà, lo stesso anno, contro il parere paterno.

Nel 1912 nasce la prima figlia Ariadna (Alja). Nel 1916 il poeta Osip Mandel’stam si innamora perdutamente di lei dedicandole alcuni dei suoi migliori versi. Il rapporto si esaurisce rapidamente. Durante la rivoluzione di Febbraio del 1917 la Cvetaeva si trova a Mosca ed è testimone della sanguinosa rivoluzione bolscevica di ottobre. La seconda figlia, Irina, nasce in aprile. A causa della guerra civile si trova separata dal marito, unitosi ai bianchi; lo rivedrà soltanto nel 1922. A venticinque anni, dunque, rimane sola con due figlie in una città in preda ad una terribile carestia, senza riuscire a conservare il posto di lavoro che il partito le aveva procurato. Durante l’inverno 1919-20 è costretta a lasciare le figlie in un orfanotrofio, e la minore, Irina vi muore nel febbraio per denutrizione. Quando la guerra civile finisce, la Cvetaeva riesce a rientrare in contatto col marito ed a raggiungerlo. Nel maggio del 1922 emigrano a Praga dove vivono serenamente fino al 1925. Nel febbraio 1923 nasce il terzo figlio, Mur.  Nell’autunno del 1925 si spostano a Parigi, dove trascorrono i successivi quattordici anni. A Parigi Marina vive poveramente, facendo anche la domestica, isolandosi progressivamente data la scarsa accoglienza dei suoi scritti da parte dell’ambiente culturale francese che tenderà ad emarginarla dai circoli letterari.

Per la Cvetaeva il marito e i tre figli   furono gli amori “sacri” della sua vita e, almeno da parte sua, non entrarono mai in collisione con la lunga catena dei suoi “amanti”. In realtà gli “amanti” furono principalmente frutto delle sue fantasticherie, attraverso le quali attribuiva a questi soggetti caratteristiche sublimi destinate immancabilmente a crollare nell’impatto con la realtà. Ma queste passioni “brucianti” le erano vitali e nutrivano la produzione della sua poesia. “Quello che voi chiamate amore (sacrificio, fedeltà, gelosia) tenetelo in serbo per gli altri, per un’altra – io non ne ho bisogno. Io posso amare solo la persona che in una giornata di primavera a me preferirà una betulla”. Lei preferiva gli idilli cerebrali: “amare gli assenti”.

“E’ un ‘legame’? Non lo so. Io sono legata anche dal vento tra i rami. Dalle mani fino alle labbra – e dov’è il confine? E c’è – un confine?”. Marina non aveva confini e amava senza confini. Nel 1922 aveva iniziato uno scambio epistolare che si protrarrà per ben quattordici anni con Boris Pasternak di cui s’innamora perdutamente. Lei ha trent’anni, lui trentadue: diventano indispensabili l’uno per l’altra. Forse lui solo riesce davvero ad amarla come lei chiedeva di essere amata. Lei gli aveva scritto: “Come vivere con un’anima – in una casa? Nel bosco – forse – sì”. “Tu mi sei affine tutto, da parte a parte, terribilmente e angosciosamente affine, come io a me stessa – senza asilo, come le montagne. (Non è una dichiarazione d’amore: di destino)”. Con Pasternak si incontra a Parigi nel 1935, pochi giorni insieme e il sogno a lungo rincorso si sgretola irrimediabilmente. Lei gli scrive: “La nostra storia è finita”, ma lui continuerà a rimanerle amico e a sostenerla fino alla fine. 

 Per quasi un anno intrattiene anche una fitta corrispondenza con Rainer Maria Rilke, dal 3 maggio  fino ad agosto del 1926, con lettere di sublime intensità.  Il 29 dicembre Rilke muore di leucemia nel sanatorio svizzero di Val-Mont. La prima lettera di Rilke conteneva una copia dei Sonetti a Orfeo e delle Elegie Duinesi, accompagnate da una dedica: “A Marina Ivanovna Cvetaeva. Ci sfioriamo. Con cosa? Con ali.”  E la Cvetaeva: “Cosa voglio da te ? Niente. Tutto.” gli scrive. “Voglio leggerezza, libertà, comprensione – non trattenere nessuno e che nessuno mi trattenga”; “E’ così raro che le mie mani vogliano qualcosa”.  A differenza di Rilke, che sacrifica il rapporto col resto del mondo e si ritira in solitudine, credendo sia l’unico modo per aderire alla vocazione poetica, Marina sente la necessità di instaurare forti legami con gli altri “Ciò che amo di più di ogni altra cosa al mondo è l’essere umano, l’essere vivente, l’anima umana-più della natura, più dell’arte, più di ogni cosa “. Ma sembra poi doversi quasi giustificare di fronte a questa posizione: “Il verbo visibilmente mi ama molto e io per tutta la vita non faccio altro che tradirlo !- A vantaggio degli umani !”

Si trova altresì a doversi confrontare con un dualismo esistenziale ben più arduo, quello di riuscire a creare un ponte tra il suo vivere esclusivamente ripiegato sulla propria anima e il far fronte alla quotidianità della vita che peraltro fu con lei particolarmente spietata. “Ho paura che la sventura (il destino) sia in me: io non amo, non so amare nulla veramente, fino in fondo, cioè senza fondo – a parte la mia anima, e cioè l’angoscia, che trabocca e si riversa per tutta la terra e oltre i suoi confini. In tutto – in ogni persona e sentimento –io sto stretta, come in ogni stanza di una tana o di un castello. Io non riesco a vivere, e cioè a durare, non so vivere nei giorni e ogni giorno vivo fuori di me. È una malattia inguaribile e si chiama – anima.” 

Nel giugno del ’39 Marina si imbarca a Le Havre per la Russia, dopo avere minuziosamente riordinato e affidato i manoscritti a persone di fiducia, chiaramente rendendosi conto di ciò che le poteva succedere. Con un presentimento, sapeva di tornare in patria a morire: “Quando sono salita sulla tolda della nave ho compreso che tutto era finito”.   Nonostante alcuni vecchi amici e colleghi scrittori la vengono a salutare, capisce in fretta che per lei in Russia non c’è posto.  Gli altri la sfuggono: lei è una ex emigrata, una “bianca”, aveva vissuto all’Ovest, e questo era un marchio infamante. Nell’agosto del 1939 la figlia Alja viene arrestata e deportata nei gulag ed il marito, passato dalla parte dei Soviet, accusato di avere partecipato all’assassinio di un figlio di Trotzkj,  è arrestato e fucilato come “nemico del popolo”.

Quando l’estate successiva comincia l’invasione tedesca, la Cvetaeva viene evacuata ad Elabuga, nella repubblica autonoma di Tataria. Qui si sente completamente abbandonata e solo grazie ai vicini riesce a raggranellare un po’ di cibo. Nell’ultimo anno di vita, Marina ormai  “sopravvive “ a stento e perde le ultime speranze di trovare un lavoro per continuare, se non altro, ad accudire il figlio Mur, l’unico amore rimastole. Allora compie il suo “atto eroico”: persi i “sacri affetti”, affondata ormai nella totale indigenza, affida ad un amico il compito di “crescere” suo figlio e si tuffa  nelle braccia di quell’eterno da sempre agognato. Le ultime parole da lei indirizzate al Soviet del Fondo letterario, pochi giorni prima del suicidio, sono tragiche: “Al Soviet del Fondo letterario. Prego di darmi un lavoro di sguattera nella mensa che sta per aprirsi. M. Cvetaeva”.  La domenica del 31 agosto del 1941, rimasta sola a casa, viene ritrovata impiccata. Nessuno andrà al funerale, sarà sepolta in una fossa comune, senza una lapide. Aveva scritto: “L’oro dei miei capelli /si sta facendo bianco a poco a poco / Non piangetelo! Tutto è già avvenuto, / tutto s’è già composto nel mio cuore”

E’ lecito definire eroico un atto finale quale il suicidio? Nel caso di Marina forse sì perché sicuramente avrebbe proseguito il suo cammino,  pur vissuto nel sogno, se non fosse che tutto, veramente tutto, si fosse accanito contro di lei. Un anno prima, nel settembre del 1940 aveva scritto sul suo quaderno: “già da un anno cerco con gli occhi un gancio… Da un anno misuro la morte. Tutto è mostruoso e terribile. Ingoiare pasticche è disgustoso, buttarsi da una finestra è abominevole e ho un’innata ripugnanza per l’acqua. Non voglio spaventare nessuno (da morta), mi sembra di aver già paura, da morta, di me stessa. Non voglio morire. Voglio – non essere. Assurdo. Finché sarò necessaria… ma, Dio mio, come sono piccola, quanto poco posso fare! Vivere fino in fondo – è come masticare fino in fondo. Assenzio amaro.”

Nell’ultimo anno di vita la Cvetaeva  aveva allacciato una relazione sentimentale col poeta Arsenij Tarkowskij, molto più giovane di lei. Per lui Marina rappresentò l’incontro più importante della vita, mentre per l’ormai disillusa poetessa lui non avrebbe rappresentato che uno dei suoi tanti sogni “sfatati” nel momento del risveglio alla “realtà”: “Il mio modo preferito di comunicare è ultraterreno: il sogno – vedere in sogno”.  La realtà àncora alla terra, alla casa, alla famiglia, ma la Cvetaeva non accetta la realtà perché le è ostile. Dice: “Io ho abituato la mia anima a vivere fuori dalla finestra,……ho fatto della mia anima la mia casa, ma mai la casa sarà la mia anima. Non ci sono nella mia vita, non sono a casa. L’anima in casa – a casa – per me è impensabile, proprio non ha senso”. Per Marina la realtà onirica, che si miscelava ai sogni ad occhi aperti e all’insonnia,  costituì il Life Motive della sua vita, quello che le permetteva l’evasione da una quotidianità troppo angosciante. Nel 1926, dopo la morte di Rilke, aveva scritto “Io e te non abbiamo mai creduto nel nostro incontro qui sulla terra – come non abbiamo mai creduto in questa vita, non è vero?”

Ma il germe della morte per Marina è già latente fin dalla giovinezza, come appare in questi versi scritti nel 1913, a 20 anni: «… Leggi – di ranuncoli / e papaveri colto un mazzetto – / che io mi chiamavo Marina / e quanti anni avevo… Solo non stare così tetro, / la testa china sul petto. / Con leggerezza pensami, con leggerezza dimenticami».

 Francesco Cappellani e Tiziana Mainoli

  1. G.Morselli: “Il suicidio” a cura di Valentina Fortichiari . Via del vento, Pistoia, 2004
  2. P.Mathis: “I percorsi del suicidio”. Sugarco edizioni, 1979
  3. G.Davico Bonino e P.Mastrocola (a cura di): “L’altro sguardo. Antologia delle poetesse del 900”. Mondadori Oscar, 1996
  4. G.Sica: “Emily e le altre”. Cooper editore, 2010
  5. A.E. De Gregorio: “Antonia Pozzi e la poesia che ci guarda”. www.filidaquilone.it/num023degregorio.html
  6. D.Lodi: “Le ossessioni di Amelia Rosselli”. www.homolaicus.com/letteratura/rosselli.htm
  7. N.N: ”Suicidio di una poetessa”. La Repubblica, 12 febbraio 1996
  8. S.Plath: “Lady Lazarus e altre poesie” a cura di G.Giudici. Mondadori, 1976
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