Iniziare dal mito è un’operazione complessa: innanzitutto perché il mito è un cronotopo dai confini sfumati, senza inizio né fine, che solo nel tempo del racconto assume una dimensione circoscritta e scontornata. In secondo luogo, partire dal mito significa lavorare su materiale di seconda mano, il che richiede un’operazione mentale di straniamento e figurazione nella scelta dei componenti da riutilizzare, degli ingranaggi da lubrificare, nonché una certa abilità pratica nella manipolazione dei materiali affinché, mutato il supporto di partenza, l’insieme possa continuare a funzionare.
Procne Machine (Einaudi, 2026) di Carmen Gallo, nella cinquina finalista del Premio Strega Poesia 2026, è un capolavoro di ingegneria meccanica, un marchingegno onnivoro e rigenerativo che trasforma una pluralità di voci differenti in versi, e viceversa. Sì, il gioco di parole può suonare scadente e banale, ma pone l’accento sul termine “verso”, in cui risiede molto del carattere polifonico della raccolta. Oltre a rappresentare l’unità metrica di base della forma poetica, il verso rimanda, sul piano semantico, al suono, con differenti accezioni a seconda che venga declinato nel mondo umano o animale. Nel primo caso, il verso rappresenta un “fuoricampo linguistico” e, benché anch’esso possa veicolare significati che variano in base al contesto e all’intonazione, rimane di fatto qualcosa di innaturale, un elemento su cui non poggia la comunicazione di base. Nel mondo animale, al contrario, il verso – o canto, nel caso degli uccelli – funge da richiamo specie-specifico, il che significa che tutti gli animali della stessa specie sono in grado di riconoscersi tra loro attraverso quel preciso linguaggio sonoro.
Invece il canto non è scritto nei geni.
A cantare si impara da piccoli ma solo
se si resta per qualche tempo vicini
ad altri esemplari della specie.
Non si impara a cantare da soli.
Per un anno i piccoli tacciono, ascoltano,
tengono a mente sequenze, melodie, intonazioni.
Si allenano con l’immaginazione
(c’è un’intelligenza nella musica)
finché un giorno, se non ho capito male,
qualcosa gli dice che è tempo di tirare
fuori la voce, di spalancare insieme alle ali
forte la gola.
Quanto detto finora è utile per sciorinare il sottile meccanismo che muove Procne Machine a partire dal tragico mito ovidiano che concentra nella violenza[1] sui corpi e sulla Parola – e nel bisogno di trasformarla in racconto, in vendetta, in pianto – il massimo grado di eloquenza. Traduzione-trasfigurazione, verso come canto e linguaggio, e violenza sono le isotopie che sottendono la raccolta, a patto di coglierle come un unicum di senso e direzione dello sguardo. La tenuta compatta e coerente è infatti un tratto degno di nota di Procne Machine: a partire dal motivo autobiografico, ovvero la paura dei pennuti, che apre la prima sezione, si innesta un cortocircuito di variazioni intorno al mondo dei volatili che dispiega pagina dopo pagina tutti i nuclei di senso precedentemente citati.
Ho sempre avuto paura di voi.
L’ombra del volo sulle facciate,
le piume nelle scale, il battere sordo
delle ali intorno al corpo pieno
di organi e viscere come umani
[…]
La testa inchiodata a un solo pensiero.
Com’è possibile difendersi da ciò
che ci minaccia o ci reclama dall’alto
Le cinque sezioni (Aprile, Procne Machine, Le metamorfosi, Traducendo Keats e Il quadro (nessun recinto salva)) sperimentano in vari modi le funzionalità del congegno e possono essere lette come tentativi differenti di attivazione della macchina attraverso contaminazioni provenienti da lingue, linguaggi, epoche e generi differenti, in una cassa armonica di echi e richiami. Accanto a una salda intratestualità, infatti, Gallo accosta un’altrettanto vivida intertestualità sul tema del mito ovidiano attingendo dal repertorio di artiste e artisti del mondo musicale (Laurie Anderson e Lou Reed), della letteratura classica, antica e moderna (tra i tanti Ovidio, Aristofane, Shakespeare, Petrarca, Leopardi, Keats, Eliot, Anedda), e anche delle arti figurative, specialmente nell’ultima sezione costituita da un unico componimento in prosa poetica basato su una riscrittura del quadro di Max Ernst Due bambini sono minacciati da un usignolo.
Se partire dal mito significa riattualizzare, dare nuova vita alla materia attraverso la traduzione – letterale e metaforica – farlo in poesia significa correre il rischio dal quale metteva in guardia il poeta Giudici: «il problema non è di tradurre da una lingua in un’altra, ma da lingua poetica in lingua poetica e con attenzione a tutti i fattori in gioco, in modo che poesia non fossero soltanto gli originali, ma anche (per quanto possibile) le traduzioni»[2]. Mi sembra che la riuscita del lavoro di Gallo stia proprio nell’input di partenza. In Procne Machine, e tanto più nella sezione Traducendo Keats, l’effetto finale è quello di una metamorfosi del mito (Metamorfosi, non a caso, è anche il titolo di un’altra sezione): i luoghi ovidiani in cui la comunicazione si interrompe (cioè la lingua mozzata di Filomena e la trasformazione in uccelli di Procne, Filomena e Tereo) diventano per l’autrice punti d’innesto per nuove possibilità di racconto che riprendono sì i fili del discorso lasciato in sospeso, ma li intrecciano con fili nuovi, col risultato di una glossolalia di significanti e significati: la migrazione, i corpi violentati, reificati, imprigionati (specialmente quelli femminili), ma anche i corpi come prigione, la possibilità – cercata, trovata, negata – di dire, la lingua fatta di suoni, versi (il verso «Jug Jug» – che richiama anche la giugulare – e i vari riferimenti alle canzoni d’autore).
Siamo state svuotate
e subito dimenticate
tra la polvere di gesso
e le pareti imbiancate.
Ci hanno lasciate così
aperte come carcasse,
come osceni vuotatasche.
Il risultato di questo pastiche è quanto si ricordava all’inizio a proposito delle rigatterie: in potenza, esse contengono infinite possibilità di funzionamento, ma, senza mani abili in grado di ricollocare in sede i pezzi, restano vane macchine celibi.
Note al testo:
[1] Tema caro all’autrice e già al centro di altre sue opere, in particolare le raccolte Stanze per una fuga. Poesie 2014-2024 (La vita felice, 2025), Tecniche di nascondimento per adulti (Italo Svevo, 2024) e T.S. Eliot, La terra devastata (Il Saggiatore, 2021), che Gallo ha ritradotto e curato.
[2] G. Giudici, Andare in Cina a Piedi. Racconto sulla poesia., Ledizioni, Milano, 2017, p. 76.




