«Spifferi in carta» da rive opposte. Il carteggio tra Franco Fortini e Vittorio Sereni

Proponiamo una recensione del Carteggio 1946-1982 tra Franco Fortini e Vittorio Sereni (Quodlibet, 2024), a cura di Simone De Lorenzi.
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Il Carteggio 1946-1982 tra Franco Fortini e Vittorio Sereni, uscito per Quodlibet a novembre 2024, mette finalmente a disposizione la corposa produzione epistolare (142 in tutto le lettere trascritte) di due letterati e intellettuali tra i più influenti del secolo scorso. Viene in soccorso, il carteggio, a studiosi e appassionati che finora avevano avuto accesso solamente a stralci di questo fecondo scambio, attraverso edizioni parziali: alcune missive erano infatti state anticipate nelle sereniane Scritture private con Fortini e Giudici (Capannina 1995), oltre che in sedi critiche sparse.

La pubblicazione del carteggio, effettivamente, completa il trittico epistolare suggerito dal volume del 1995 che vede protagonista l’amico comune Giovanni Giudici: nel 2018 il Carteggio 1959-1993 con Fortini, a cura di Riccardo Corcione per Olschki; nel 2021 quello con Sereni a cura di Laura Massari: Quei versi che restano sempre in noi. Lettere 1955-1982, uscito per Archinto. Strumenti critici che rendono questa triangolazione di riferimenti ancora più proficua.

«Due destini» oltre l’«esile mito»

Qualcosa dello scambio, dunque, si sapeva già, ma il volume – grazie alla meticolosa curatela di Luca Daino – fornisce una panoramica più ampia e più profonda dei rapporti che intercorrevano tra Fortini e Sereni.

È noto il legame di stima e rispetto reciproci tra i due autori, e insieme il travagliato percorso fatto di incomprensioni per le rispettive posizioni ideologiche e modalità di intervento nel discorso pubblico. Un tormentone che ha toccato anche l’opera in versi e che trova il suo culmine in Un posto di vacanza («Venivano spifferi in carta dall’altra riva: / Sereni esile mito / filo di fedeltà non sempre giovinezza è verità / ………. / Strappalo quel foglio bianco che tieni in mano»), celebre poemetto sereniano su Bocca di Magra, luogo fisico e testuale di scontro tra intellettuali arginati su «rive» opposte. Nelle lettere il tema è oggetto di botta e risposta approfonditi, ripresi anche attraverso gli anni:

Che tu sfugga a chi ti chiede le scelte, sul ponte […]; che tu ci sfugga in versi, transeat: è un autoritratto. Ma tu come tu, privato, non puoi sfuggire o puoi farlo a tue – gravi – spese. (FF)

Le missive sono anche veicolo di componimenti poetici, come il fortiniano A Vittorio Sereni, inviato il 14 dicembre 1970:

Come ci siamo allontanati.
Che cosa tetra e bella.
Una volta mi dicesti che ero un destino.
Ma siamo due destini.
Uno condanna l’altro.
Ma chi sarà a condannare
o giustificare
noi due?

Le riflessioni, le discussioni, i battibecchi a distanza – spesso colmati a voce, nella vita vera: non pochi sono i salti e i sottintesi nei loro discorsi epistolari – percorrono le lettere di seguito, spesso anche nella stessa missiva, come scomparti paralleli che corrono insieme; così i malumori non inficiano gli attestati di stima per i rispettivi lavori poetici, né ostacolano il disbrigo delle incombenze professionali.

Rispetto ad altri carteggi che li vedono protagonisti, nel loro dialogo serrato traspare più chiaramente il rapporto umano che li lega («È solo per dirti che ieri è stata una bella giornata per me, dopo che mi hai telefonato», vs), una giocosità che – ad esempio – Sereni non si permetterebbe con altri («Rallegramenti (come si dice nella buona società) vivissimi e buon lavoro») e, soprattutto da parte di Fortini, lucide analisi sulle rispettive psicologie e punte di dolceamara confidenza («Allora, se non puoi volermi bene, almeno fa’ uno sforzo»).

Poeti e di poeti funzionari

Insieme al lato umano, le lettere portano testimonianza di quello professionale. Innanzitutto con i rispettivi feedback e consigli sull’opera poetica: possiamo infatti seguire la genesi di raccolte come Strumenti umani e Stella variabile, e Una volta per sempre. Specialmente da parte di Fortini – che frequentemente parla per citazioni del suo interlocutore – risalta l’ammirazione, mai nascosta, per i versi del poeta luinese.

Lo scrittore toscano aveva coniato per Sereni, direttore editoriale in Mondadori, la definizione di «poeta e di poeti funzionario». Una felice invenzione che potrebbe adeguatamente applicarsi anche al lavoro editoriale fortiniano di consulente per la poesia mondadoriana, alla quale sovrintendeva proprio l’amico. Emergono scambi in cui si mescolano la pressione del lavoro quotidiano, di routine, e considerazioni più ampie sull’industria nella quale operano:

Quando mi lamento del lavoro mi lamento soprattutto di questo: dello stato di atonia intellettuale in cui inevitabilmente si cade, dell’ottundimento feroce delle facoltà più personali. (VS)

Sono gli anni del miracolo economico e iniziano a emergere forti interrogativi sulla cultura all’epoca del neocapitalismo, opinioni che vengono veicolate su riviste come Questo e altro, alla quale insieme contribuivano, e che trovano eco anche nel carteggio privato.

[…] E il bello è che gli editori si scannano tra loro per un libro di versi, ormai. Senza accorgersi che quelli che tirano i fili sono invece d’accordo tra loro. Ma perché prendersela? (VS)

Ma capiranno mai che il “discorso umanistico” è oggi, purché cosciente e non ebete, l’unica testimonianza possibile della facticité e del mondo cosale? (FF)

Testimonianza preziosa, in appendice vengono inoltre presentate le schede editoriali di Fortini per Mondadori, che vanno a collocarsi a fianco dei suoi Pareri editoriali per Einaudi, pubblicati sempre da Quodlibet nel 2023. Fortini si misura su raccolte di poesia anche distanti dal proprio gusto: scavalcando la loro funzione strettamente burocratico-tecnica, le schede prendono la forma di saggi critici in miniatura, non scevri di commenti personali che contrastano con l’impostazione istituzionale tipica della casa editrice («Per intendersi, si legga subito quella che io considero tra le più belle, la seconda (pg. 4): cristo, e sembra nulla e quanto invece è complessa!» [su Guido Ceronetti]). Fortini lascia indicazioni, suggerisce selezioni, mostra di essere consapevole che il proprio ruolo di lettore editoriale deve essere staccato dal suo gusto personale («“Ritiene che […] il valore delle poesie di Dell’Arco giustifichi un concreto interessamento da parte nostra?” | Rispondo epigrammaticamente: da parte vostra, sì; da parte mia, no»).

Scrittori anche nel privato

Dalla lettura dei testi appare chiaro come questi – vale certamente per le lettere, ma anche per le schede editoriali – assumano un valore che va oltre quello testimoniale: è semmai specificamente letterario, che ricalca lo stile delle loro opere prima ancora di riflettere le personalità degli scriventi: esplosiva e schietta quella di Fortini, urbana e schiva quella di Sereni (che nota: «tu tendi a parlare, io tendo a chiudermi»). Una difficoltà nell’allineamento dei loro caratteri che non ha impedito ai due scrittori di interloquire con intelligenza e tantomeno di volersi bene. Fortini descrive i suoi epigrammi verso Sereni come «gemiti di affetto deluso»:

Siamo condannati a stimarci (io, ad ammirarti), spesso a volerci bene; senza poter superare però malintesi, errori e pregiudizi.

Oggi forse ci si sorprende del misurato decoro con cui erano capaci di affrontare con precisione e distendere a viso aperto i loro problemi, sintomo di un’intesa possibile solo in una vera amicizia. Così come dell’intelligenza che impiegano nel condurre i loro discorsi: ad esempio, in riferimento alla Guerra dei sei giorni tra Israele e i paesi arabi, Sereni dichiara: «[…] è inevitabile approfondire, è doveroso, ma io non ne ho il tempo – dunque è meglio tacere (e, quando è il caso, ascoltare)». Un bel scrivere che non è fine a sé stesso, e che mostra una capacità di argomentazione e di ragionamento da fare invidia ai cosiddetti intellettuali da salotto degli odierni talk show televisivi.

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