Esito della sezione Inediti
La prima edizione del Premio Digital MediumPoesia ha registrato una partecipazione ampia e stratificata, tanto sul piano generazionale quanto su quello delle soluzioni formali e tematiche, sia per la sezione dedicata agli inediti sia per quella dedicata agli editi. La giuria ha lavorato su una costellazione di proposte in cui sono emerse linee di ricerca differenti: dalla lirica meditativa alla prosa poetica, dalla tensione sperimentale alla scrittura di impegno civile, fino a forme di paesaggismo critico e di riarticolazione del mito.
Il Premio Digital MediumPoesia – Inediti viene assegnato ad Andrea Piasentini (1995).
La valutazione ha riconosciuto nella sua proposta una delle rare voci capaci di mantenere un’elevata uniformità stilistica pur attraversando forme diverse, dal verso alla prosa poetica. Sono stati messi in rilievo il lavoro di pulitura del testo, la precisione ritmica, la coerenza delle chiuse e la costruzione di una sequenza compatta sul piano micro- e macrotestuale. La sua scrittura restituisce una dimensione tragica del quotidiano priva di effetti dichiarativi, affidata a immagini nitide e a una lingua sorvegliata. Una parte della giuria ha tuttavia rilevato una discontinuità qualitativa tra i testi, indicando in un nucleo ristretto i risultati più alti; un’altra ha letto nella varietà formale una coerente articolazione della medesima tonalità meditativa.
Il secondo posto è stato attribuito a Simone Migliazza (1982), autore di una generazione già pienamente matura. La giuria ha sottolineato la consapevolezza linguistica e la tenuta formale dei testi, nei quali il paesaggio si configura come spazio della memoria e della relazione umana, più che come semplice scenario. La critica al presente resta in filigrana, affidata a una sospensione sintattica che costruisce la figura di un osservatore appartato e nostalgico, capace di trasformare la geografia fisica in una geografia affettiva.
Il terzo posto è stato assegnato ex aequo a Luis Cuellar (2006) e Marco Petruzzi (1997), rappresentativi della fascia più giovane dei partecipanti. Di Luis Cuellar è stata evidenziata la vitalità linguistica, il ritmo convulso e l’uso non convenzionale della punteggiatura e delle figure retoriche, che produce una scrittura capace di far saltare le coerenze logico-sintattiche in favore di una tensione semantica più profonda. Una parte della giuria ha letto questa energia come segno di forte originalità in rapporto all’età; un’altra ha osservato come la stessa esuberanza rischi talvolta la dispersione. In Marco Petruzzi è stata riconosciuta la coerenza tra forma e contenuto nella rappresentazione della violenza quotidiana e dei processi storico-politici filtrati dall’esperienza mediatica. La scelta di una prosa volutamente distaccata, capace di generare tensione emotiva attraverso la sottrazione, è stata interpretata come un elemento di maturità; non sono mancate riserve su singoli esiti e su alcune chiuse percepite come eccessivamente retoriche.
Accanto ai testi premiati, la giuria ha ritenuto meritevoli di segnalazione ulteriori proposte. Si è segnalato Adelmo Fortuna (2002) per la peculiare modalità di riuso del mito, innestato su un immaginario pop contemporaneo: una scrittura che mette in dialogo archetipi e cultura mediale, producendo cortocircuiti semantici e temporali. Di Luca Campidelli (1999) è stato evidenziato lo sperimentalismo fondato su strutture associative e su un linguaggio combinatorio che tende a oltrepassare i limiti della punteggiatura e della pagina, capace nei momenti più concentrati di generare immagini di forte evidenza. È stato inoltre segnalato Matteo Persico (1994) per l’uso dell’ironia e della satira nella costruzione di quadri della contemporaneità, nei quali la critica ai costumi emerge con tono misurato, pur all’interno di una materia linguistica volutamente sovrabbondante. Per Gerardo Novi (2000) la giuria ha sottolineato la schiettezza delle immagini, affidate a una scrittura impulsiva e diretta, per quanto non ancora consolidata. Infine, di Lucrezia Lombardo (1987) la giuria ha riconosciuto l’interesse del rapporto con le arti visive e la consistenza del contenuto, rilevando tuttavia un’impostazione prosastica del verso non sempre entusiasmante.
Nel complesso, la selezione restituisce un quadro articolato: la generazione più giovane appare orientata verso sperimentazione linguistica e tematizzazione diretta del presente storico e mediale; le voci anagraficamente più mature si distinguono per controllo formale, lavoro sul paesaggio come spazio della memoria e costruzione di sequenze testuali coese. L’esito della sezione inediti evidenzia così una pluralità di direzioni della poesia contemporanea, nella quale ricerca formale, riflessione sul quotidiano, riuso del mito e tensione etico-civile convivono come possibilità complementari.
Esito della sezione Editi
Per la sezione dedicata ai libri editi, la giuria ha lavorato su una rosa di opere eterogenea per impianto formale, linee di ricerca e grado di maturità. Nel complesso è emersa una valutazione più selettiva rispetto agli inediti: più voci hanno rilevato una qualità discontinua dei materiali pervenuti, individuando tuttavia alcune raccolte capaci di distinguersi per coerenza macrotestuale, tenuta linguistica e riconoscibilità del progetto.
Dalla prossima edizione, il Premio adotterà una modalità di selezione ampliata: la giuria leggerà le opere inviate ma individuerà inoltre, indipendentemente dalle candidature ricevute, i libri di poesia ritenuti più significativi tra quelli pubblicati nel semestre precedente.
Il Premio Digital MediumPoesia – Editi viene assegnato alla silloge La terra coverta. La terra coperta (Puntoacapo, 2023) di Carlo Rettore, classe 1994, nato a Conegliano (TV). La scelta è maturata attorno alla qualità di una raccolta in dialetto veneto capace di coniugare nitore formale e densità referenziale. La giuria ha sottolineato la forza della visualizzazione immediata, la dimensione proverbiale e aforistica dei testi e la capacità di far emergere un paesaggio umano e geografico, fatto di terra, fango, provincia. Sul piano macrotestuale è stata riconosciuta l’efficacia del dialogo tra lingua e dialetto come riflessione implicita sui limiti e sulle possibilità della scrittura poetica. La versione in italiano standard, limpida e priva di ridondanze, è stata letta come ulteriore elemento di equilibrio.
Accanto al vincitore, la giuria ha individuato altre due opere finaliste. Di Trilogia dell’acqua (Pequod, 2023) di Andrea Lanfranchi (1968), con prefazione di Eugenio De Signoribus, è stata evidenziata la coerenza dell’impianto, costruito attorno a isotopie riconoscibili – in particolare quella acquorea – e sostenuto da una sonorità diffusa e da una macrostruttura organica. L’alternanza tra italiano e dialetto all’interno degli stessi testi è stata letta come uno degli elementi più riusciti della raccolta. Non sono mancate riserve su singoli passaggi percepiti come meno compatti o su una certa oscillazione tra intensità e dispersione, ma nel complesso il libro è stato considerato tra i più solidi per ritmo, lessico e tenuta progettuale.
Ha colpito positivamente la maggior parte della giuria anche la raccolta La voce bambina (Edizioni Croce, 2024) di Giovanni Rossi (1996). Si riconosce nella sua scrittura una linea lirica riconducibile a una tradizione di ascendenza sabiana e penniana che giunge fino alla ‘scuola romana’ con poeti quali Antonio Veneziani e i più giovani Gabriele Galloni e Giorgio Ghiotti (prefatore del libro). La lirica di Rossi è caratterizzata da pulizia formale e da una tonalità affettiva di impatto immediato: alcune letture hanno sottolineato il rischio di una soluzione ritmica e fonica talvolta prevedibile e di esiti troppo assertivi; altre hanno invece valorizzato la dimensione di ingenua tenerezza e la rarità, nel panorama contemporaneo, di una voce che non rinunci a un’efficace comunicabilità emotiva.
La giuria ha inoltre ritenuto opportuno segnalare alcune raccolte per specifici elementi. Di Ksenja Laginja (1981) è stata rilevata l’ambizione della costruzione simbolica e del sistema di richiami interni; tuttavia, il rapporto tra impianto numerico e asse tematico non è apparso sempre risolto in modo convincente, pur lasciando intravedere una linea di ricerca riconoscibile. Andrea Tisano (1995) è stato letto in relazione a una marcata ascendenza sanguinetiana-zanzottiana: per una parte della giuria tale prossimità ha costituito un limite in termini di autonomia della voce, mentre per altri è risultata apprezzabile la densità del tessuto fonico e del dettato. Di Fabrizio Bregoli (1972) è stato apprezzato l’interessante rapporto tra scienza (fisica, nello specifico) e poesia, non senza alcune riserve in merito alla coesione della versificazione. Di Clarissa Arvizzigno (1994) è stata riconosciuta la competenza versificatoria e una buona tenuta metrica, soprattutto in rapporto all’esordio; sul piano delle immagini la raccolta è stata percepita come ancora in cerca di una più marcata definizione. Per Silvia Pepe la giuria ha rilevato parziali elementi di originalità nell’impianto macrostrutturale derivato dalla Tōrāh, nonostante la tenuta complessiva sia stata percepita manchevole di forza e compattezza.
Una menzione particolare riguarda infine due due voci giovanissime, classe 2007, che hanno pubblicato una raccolta ancora in ambito liceale: Michelangelo Grimaldi e Maddalena Albiero. Nel caso di Grimaldi la giuria ha osservato una lingua orientata verso modelli colti e classicheggianti, seppur non ancora pienamente emancipata dall’impianto scolastico; nel caso di Albiero, si tratta piuttosto di una scrittura confessionale ed emotiva, quasi diaristica, che privilegia il contenuto rispetto al lavoro formale sul verso. Si tratta in entrambi i casi di prove da incentivare, per le quali si suggerisce un rafforzamento della formazione attraverso lo studio della poesia del Novecento – in primis, con la storica antologia Poeti italiani del Novecento (1977) curata da Pier Vincenzo Mengaldo e con un utile volume orientativo quale La poesia italiana degli anni Duemila (2017) di Paolo Giovannetti – e la lettura delle principali voci degli ultimi cinquant’anni, da Antonella Anedda a Giuliano Mesa, fino alle generazioni più recenti. Al riguardo si segnalano i “Quaderni Italiani di Poesia Contemporanea” editi da Marcos y Marcos a cura di Franco Buffoni; l’antologia in tre volumi sui Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 a cura di Giulia Martini per Interno Poesia; e recenti iniziative quali il Pini Art Prize rivolto ad artisti e poeti under 35.
Nell’insieme, gli esiti della sezione editi delineano un quadro in cui la coerenza macrotestuale, la consapevolezza linguistica e la riflessione sul rapporto tra lingua e territorio si confermano come i principali elementi di riconoscibilità di una proposta poetica valida, accanto alla persistenza di linee liriche più tradizionali e di ricerche ancora in fase di definizione.
Seguiranno nei prossimi mesi gli articoli dedicati ai vincitori delle due sezioni. Invitiamo autori e autrici – di cui sono giunte molte meno proposte in percentuale – a inviare le proprie opere poetiche edite e inedite per la prossima edizione del premio semestrale (invii possibili dal 1° marzo al 1° maggio), secondo le modalità che trovate sul nostro sito nella sezione Scopri e Collabora.
Francesco Ottonello, presidente della giuria




