L’opera prima di Carlo Rettore, La terra coperta. Ła terra coverta (Puntoacapo Editrice, 2023) si articola in cinque sezioni, ciascuna composta da dodici componimenti ad eccezione della quinta che ne presenta dieci; un componimento in esergo fa da proemio a tutta la raccolta, Marco el ndeva torno[1] (Marco vagava).
Dal punto di vista stilistico, l’opera si contraddistingue per l’impiego del dialetto padovano, un sottogruppo del Veneto centrale, reso attraverso una delle grafie storiche, impiegata per tentativi di koiné pan-veneta. L’intero apparato linguistico è autogovernato da un principio di equilibrio non lontano da quello che la tradizione medica antica definiva díaita, ossia un sistema di pratiche atto a disciplinare la salute dell’organismo secondo la logica della buona misura e della regolazione. In questo senso la lingua dell’opera si sottopone a una sorta di “dieta” stilistica: il vaglio attento delle forme lessicali unito alla moderazione dei toni accompagna la ricerca espressiva.
Così come nella fisiologia antica la malattia nasceva dal disequilibrio dei fluidi anche nel tessuto dialettale l’equilibrio si origina dalla pressione costante di forze contrastanti: figure e artifici retorici non si accumulano in densità linguistiche dal carattere caotico, sono, altresì, dislocate sapientemente per rendere le possibilità inedite della lingua.
La poesia Pa nialtri on funerałe el jera roba de tuti[2] (Per noi il funerale era cosa di tutti), al verso 3 («de mal de testa; po’ i portava to noni») si caratterizza per un ritmo di particolare musicalità, ottenuto attraverso le allitterazioni delle consonanti dentali (sorda e sonora), bilabiale sorda e nasale sonora.
Il processo di equilibrio si manifesta anche nel contenuto. Le azioni umane agiscono come sospinte o trattenute da un principio di pacatezza dei gesti, che rievocano una dimensione temporale trascorsa, come indicato dall’utilizzo di numerose forme verbali al passato: «jera» (era), «zugàvimo» (giocavamo), «ciapava» (prendeva). Nella poesia On fià pì in łà i ghe ciapava[3] (Un po’ più in là gli prendevano) in pochi versi si susseguono una sequenza di azioni velocissime schiuse nella dimensione del ricordo: «So noni i łi menava bałon, / che ghe vegnese łe ganbe dure / e i dasase dormire» («I nonni e li portavano a calcio/ che gli venissero el gambe dure e / li lasciassero dormire», vv. 3-5).
La perentorietà di talune azioni, pungentemente armate di sintesi, si dissolve nella memoria più nobile e solenne, quella dell’infanzia, che si manifesta al lettore attraverso immagini quotidiane intrise di realismo. La formula pare essere quella presente in alcuni «frammenti di realtà realissima, percepiti con un’acutezza sensoriale dolorosa»[4], citati dal Mengaldo per descrivere la poetica di Tonino Guerra.
In questo organismo, alla sutura delle sagome e il loro sovrapporsi nella calma quasi devozionale dei loro gesti, s’innesta un vigore magico di ritorno all’origine, al gheinon primigenio.
La poesia Zé stà masa tardi; ghe jera on zbianso[5] (È stato troppo tardi; c’era uno schizzo) restituisce una mestizia luttuosa, che si genera dai materiali naturali (fango, sale, neve) per venire trasfusa in un colorito biancastro di umana memoria. La chiusura del componimento enfatizza ancora il carattere del ricordo: lo sguardo lirico dispone sulla scena i morti, raccolti nel salotto per la veglia, per poi, quasi a sottrarsi al clima funereo, compiere uno scarto verso l’esterno, dove si impone l’immagine della strada «sgombra» e «lurida» (v. 6).
Infine, merita particolare attenzione la dimensione spaziale, dove tali azioni e gesti s’intrecciano agli oggetti di uso quotidiano; questi ultimi secondo un principio prettamente butoriano[6], celano il loro contenuto sentimentale o sociale: è il caso dell’immagine cinematografica del divano «portato fuori» (vv. 3-4) e bruciato sui campi attorno a cui si sviluppa la poesia Te ło ghevi visto co i to oci: el divan[7] (Lo avevi visto con i tuoi occhi: il divano).
Selezione di testi da Ła terra coverta
Zé stà masa tardi; ghe jera on zbianso
de fioca inte ’l paltan de ła sałe, te jeri
bianco, te sì stà bianco pa ùndeze ani.
Ła nona ła pasava i morti in sałoto.
Varda vanti:
la strada è sgombra, lurida.
È stato troppo tardi; c’era uno schizzo
di neve nel fango del sale, eri
bianco, sei stato bianco per undici anni.
La nonna controllava i morti in salotto.
Guarda avanti:
la strada è sgombra, lurida.
***
On fià pì in łà i ghe ciapava
el nazo pa finta, ła łengua pa davero.
So noni i łi menava bałon,
che ghe vegnese łe ganbe dure
e i dasase dormire. D’istà,
in bicecreta pa stradełe,
sarìa scanpà na paroła.
Un po’ più in là gli prendevano
il naso per finta, la lingua per davvero.
I nonni li portavano a calcio,
che gli venissero le gambe dure
e li lasciassero dormire. D’estate,
in bici per le stradine,
sarebbe scappata una parola.
***
Ogni do metri canbiava tuto e tuto
jera on cołera. I ve ła
gheva contà pułito: ła tera
ła jera onta, bizognava
ciaparve a sciafoni.
Ogni due metri cambiava tutto
e tutto era un colera. Ve
l’avevano raccontata bene: la terra
era sporca, bisognava
prendervi a schiaffi.
***
Te ło ghevi visto co i to oci: el divan
el jera conpagno. A jera venti ani
che el jera sfondrà e ło ghévimo portà
fora, bruzà so i canpi. Łe robe vecie
łe jera dapartuto, imortałi.
Lo avevi visto con i tuoi occhi: il divano
era lo stesso. Erano vent’anni
che era sfondato e lo avevamo portato
fuori, bruciato sui campi. Le cose vecchie
erano dappertutto, immortali.
***
Carlo Rettore (1994) ha vissuto fra la provincia padovana, Parigi e Padova città. Ha studiato composizione presso il Conservatorio ‛A. Steffani’ di Castelfranco Veneto e, dopo aver conseguito il dottorato presso l’Università degli Studi di Cagliari, ha lavorato come assegnista di Filologia Romanza presso l’Università degli Studi di Padova. È redattore del lit-blog formavera e nel 2023 ha pubblicato Ła tera coverta (Premio Violani-Landi per l’opera prima; Premio Mazzavillani per la poesia dialettale).
***
[1] C. Rettore, Ła terra coverta, Puntoacapo Editrice, Pasturana 2023, p. 14.
[2] C. Rettore, ivi, p. 26.
[3] C. Rettore, ivi, p. 37.
[4] P. V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1978, p. 844.
[5] C. Rettore, ivi, p. 39.
[6] Si rimanda alla descrizione degli oggetti nelle opere di Michel Butor. Cfr. R. Günday, L’espace dans le romans de Michel Butor, «Oneri», XXVIII, pp. 351-358.
[7] C. Rettore, ivi, p. 25.