J.K. Stefánsson – incipit da “Storia di Ásta”

A interessare J.K. Stefánsson è proprio quel ritmo, quella vibrazione che attraversa mondo e corpo e che è alla base di meccanismi percettivi e recettivi tra uomo e natura. Un articolo di MediumPoesia con lettura in lingua originale dell'autore, dal suo ultimo romanzo "Storie di Ásta" (Iperborea, 2018)

Ma com’è possibile raccontare la storia di una persona senza toccare anche le vite che la circondano, l’atmosfera che sostiene il cielo – e soprattutto, è legittimo farlo?

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A chiederselo è Jón Kalman Stefánsson che, nel suo ultimo romanzo, Storia di Ásta (Iperborea 2018), racconta di Ásta, del tragico sentimento di lei per Joseph – conosciuto in una fattoria sperduta da qualche parte nell’Islanda orientale – della sua gravidanza precoce, della sua solitudine. Senso di profonda solitudine che la porta a stringere legami con uomini che non le interessano davvero, a concentrarsi sui suoi studi, confrontandosi anche con l’assenza materna. Il narratore onniscente, utilizza lo sguardo della protagonista come primo filtro della narrazione, che tuttavia viene rotto molto presto. Così, nel romanzo anche l’aspetto lineare scomparirà: emergono piani molteplici intrecciati fra loro in una polifonia di episodi e di tempi differenti. Dalla morte del padre di Ásta – ispirato in parte alla figura del nonno dell’autore, imbianchino e morto tragicamente in un incidente sul lavoro – alle lettere della madre, fino alle riflessioni metaletterarie tra Sigvaldi e il fratello poeta, o alle digressioni musicali, veniamo a conoscenza di un mondo impossibile da raccontare, sospeso tra il ricordo e un presente che sfugge. Tuttavia, la coralità dei personaggi emerge nella sua musicale potenza. È la felicità rincorsa tra nostalgia e desiderio ad avvicinare le diverse esistenze – tra l’Islanda urbana, la sua campagna e la Norvegia. Un romanzo che, tra tentativi di scritture, riscritture e divagazioni, parla di un mondo inclinato sempre di più verso un abisso sbagliato, di ciò per cui vale la pena vivere, dell’uomo e dell’armonia, dell’incastro doloroso fra i corpi fino alla tenerezza, alle notti estive.

Jón Kalman Stefánsson è nato a Reykjavík nel 1963. Ex professore e bibliotecario, è passato alla narrativa dopo tre raccolte poetiche. Luce d’estate ed è subito notte ha ricevuto nel 2005 il Premio Islandese per la Letteratura. Paradiso e inferno, primo volume della sua trilogia, è stato definito il miglior romanzo islandese degli ultimi anni. Noi lo abbiamo incontrato al Festival della Letteratura di Mantova, per parlare con lui di Ásta e della sua opera.


Riportiamo qui un breve estratto dell’intervista all’autore, utile a contestualizzare ciò che segue in questo articolo:

J.K.S. : Quando scrivo non penso mai al lettore, forse mi dispiace, ma non penso mai a come una persona possa approcciare un mio libro, se possa essere troppo difficile oppure no. Quello che cerco di fare è catturare il sentimento che ho dentro di me, oltre che abbracciare nella scrittura tutti i differenti sensi con cui facciamo esperienza della realtà. Cerco per esempio di rendere musicale la scrittura, perché ritengo fortissima la connessione che lega musica e parola. In un certo modo compongo sinfonie, o scrivo blues. (Per leggere l’intervista completa: https://www.labalenabianca.com/2018/11/14/intervista-a-jon-kalman-stefansson/).

La musicalità della lingua e della scrittura non è per Stefánsson solo un fattore tecnico, di “stile”, bensì qualcosa di profondo. Non a caso Dylan Thomas parlava di “primo battito cardiaco dell’universo”. A interessare Stefánsson è proprio il ritmo, inteso qui come vibrazione che attraversa mondo e corpo, posta alla base di meccanismi percettivi e recettivi tra uomo e natura. A contrapporsi a questo – in quanto forza contraria che interrompe il compiersi di questo unico battito – è il “rumore della modernità”. Si legge infatti che «il modo migliore per essere se stessi è non fare niente – che l’essere umano scopre chi è quando riflette con calma». Stefánsson riflette sia da poeta che da romanziere rispetto alla propria scrittura, preferendo il mistero sepolto sotto le parole piuttosto che la discussione intorno alla forma in versi o in prosa: una differenza non ben definita, che sfuma nella sua opera e nel suo percorso autoriale. La parola cerca l’andare e il ritrarsi del mare, abbandonandosi al movimento delle onde. Un lasciarsi andare che è come annegare nelle fredde acque del nord, per respirare finalmente del respiro dell’isola.

Per avere un piccolo assaggio di questo mondo, su cui la letteratura è in grado di aprire una porta, abbiamo chiesto a Stefánsson di leggere l’incipit di Storia di Ásta, in lingua originale. Vi riportiamo, oltre al podcast, la traduzione italiana di Silvia Cosimini.

Michele Milani


 

«Le pagine che seguono raccontano la storia di Ásta, che un tempo è stata giovane, e che ormai è piuttosto anziana nel momento in cui queste righe vengono scritte, o meglio, scribacchiate, perché qui accade tutto di fretta, anche quando, a volte, la storia pro- cede con tale lentezza che il tempo è quasi sul punto di fermarsi.
Tra poco spiegherò perché è stata chiamata Ásta.
Perché i suoi genitori hanno scelto questo nome, e non Sigríður, María, Gunnþórunn, Auður, Svava, Jóhanna, Guðrún oppure Fríða, perché tutti nasciamo senza nome e immedia- tamente, o poco dopo, ci assegnano un nome, perché la morte faccia più fatica a trovarci. Dammi un nome, e la morte mi troverà meno facilmente. Ma com’è possibile raccontare la storia di una persona senza toccare anche le vite che la circondano, l’atmosfera che sostiene il cielo – e soprattutto, è legittimo farlo?».

 

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Ultima Eldorado, nella trasparenza, Maria Borio, Ilaria Mai, Tommaso Di Dio, Poesia, poesia contemporanea

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Eldorado è il sogno degli uomini che vivono fra le poche cose del mondo; e che scavano per cercare. E così trovano non come restare, ma i resti di tutte le cose del mondo.
​Una teoria di reperti, senza indicazioni, senza spazio né tempo; colti ciascuno in una prossimità che diventa imitazione reciproca. Esposti, i reperti si sottraggono sia alla curiosità catalogatrice dell’osservatore sia alla pretesa di una narrazione che imponga loro un inizio e una fine. A chi sappia rinunciare a queste pretese, si dischiude un’ulteriore possibilità: l’abbandono al dialogo delle analogie, alla capacità evocatrice dei segni, al loro ritmico ripresentarsi, verso un travalicamento che è ogni volta un discorso da ricostruire nello sguardo di chi sta guardando. Bisogna cedere a questa trappola liberatoria, all’immobile gioco fra le figure che, sebbene schiacciate sulla pagina e mute, continuano a tessere segnali, rimandi, richiami. Bisogna avere pazienza, rimanere avvinti da queste tracce di intensità, fino a quando non osserveremo più reperti – i tasselli di una morta storia – ma il ritmo vivo che li scioglie e li lega: l’oro del tempo, la poesia.
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www.ultimaspazio.com

Qui pubblichiamo un estratto dal saggio di Maria Borio “Nella Trasparenza”.

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