Menti sommerse 8. ‘Perché scegli di vivere’: “Isola aperta” di Francesco Ottonello

Si propone la lettura critica di Massimo Del Prete a "Isola aperta" (Interno Poesia, 2020) di Francesco Ottonello, da una serie di articoli soppressi usciti originariamente su Menti Sommerse. [L'immagine è stata generata dal nostro AI di fiducia, Fractor Ignotus].

Avendo avuto l’occasione di ascoltare Francesco Ottonello in più occasioni, posso dirmi colpito dalla calma delle sue parole, una sorta di speciale attenzione, come volesse riascoltarle nella mente prima di metterle nel circuito del dialogo. E poi, certo, l’origine sarda, la condizione – comune a molti di noi – dell’espatriato e uno sguardo doloroso e quasi stanco nei confronti della memoria e della vita in questo contemporaneo.

TRAVERSATA

Dimentico per questo invento

domani lontana sarà una terra
non basterà, distesi sulla sabbia
non bastava eppure sbatteva dentro
a granelli man mano sbiadendo
come sfumarsi, come fiumi.

Francesco Ottonello pubblica con Interno Poesia questo suo libro d’esordio Isola aperta dopo un lungo apprendistato e grazie a una lunga consuetudine con la parola scritta. L’avvio del libro di Ottonello vede un esergo programmatico («Memory, committed to the page, had broke») e una poesia proemiale che veicola lo stesso messaggio. Siamo subito introdotti a uno dei temi chiave della raccolta: la memoria e la sua riproducibilità, la capacità cioè di essere tramandata, in un discorso che ha un sapore quasi biologico, genetico, sin dal primo verso: «sarai sterile tua madre morirà –».

L’incapacità/impossibilità di trasmettere il proprio passato in una forma compiuta e decodificabile (cioè fruibile da altri, da altri “uomini-isole” per restare nel linguaggio della raccolta) è messo in pendant con la sterilità, innescando un parallelo affascinante tra la trasmissione dei geni e quella dei ricordi e delle esperienze: l’una meccanica, l’altra possibile solo su base volontaria.
Ma come fare? Exegi monumentum aere perennius, recitava Orazio in un celebre verso. Ma qui, subito, si ribalta questa nostra certezza culturale per cui la scrittura immortala atti e coscienze.
«Scrivere | solo per un gesto» e allora anche la poesia è meccanismo, equiparato a un ingranaggio fisico, non diverso da un atto riproduttivo, capace di ossequiare tecnica ed estetica, ma non più durevole del suono pronunciato da due labbra o da un pianoforte.
Ancora si rimarca il concetto quando si dice «sto solo […] | per un gesto senza più canto | perso, perso»: la nostra traccia di uomini è la somma delle nostre esperienze, ovvero dei nostri ricordi. L’identità e il motore degli individui risiedono in questa memoria che ci dice e ci scrive, dall’interno verso l’esterno.
Ma il nostro passato qui appare incomunicabile in una forma distinguibile: «non basta scrivere e pensarti», la pagina bianca si stacca dal foglio e ricopre il mondo, tutto diventa territorio vergine, luogo in cui il passato non è, solo fumo dentro altro fumo.
Per l’io questo equivale a scordarsi di sé, a doversi riscoprire da capo ogni volta: «dimentico per questo invento», si dice, quasi in chiusura. Inventare quando l’oggi ci ha tolto la lingua per dire il nostro ieri ma, latinamente, soprattutto, trovare-trovarsi.

IL VIAGGIO DI ROMEO

[…] senza numeri senza foto né ricordi
aspettare che vengano a prenderti
e di nuovo essere
riportati nella vecchia casa
sapere che è breve il tempo della vita.

La seconda sezione ha i contorni di un memoir (per quanto si possa definire memoir stando i presupposti dei testi precedenti), in cui il comune denominatore è un Erasmus compiuto dall’io.
Anche qui, però, i vaghi rimandi cronotopici non riescono a eludere l’ambiguità e l’imprecisione della poesia. Specie quando si parla di amore, fisico e mentale, come in questi versi.

La poesia ha questo potere quanto alla conoscenza: estrarre i concetti dalla propria fattispecie ed elevarli a ragione, a concetto. Dunque, nell’indeterminazione dei riferimenti al reale, la struttura interna può emergere, tanto più imprecisa nei dettagli quanto più esatta, più lontana dagli equivoci nel suo nucleo.
Questa seconda sezione trasmette, proprio nella sua nebbia, una potenza debordante, come di una cosa troppo bella che finisce, come «una felicità che so, […] che devasta», nel dolore della perdita che taglia la carne, nell’assenza che sfilaccia la coscienza.
Questo viaggio di Romeo è sempre un inseguimento, tentativo di trattenere una serie di momenti intensi come apoteosi: andare insieme a una festa, fare una doccia uniti o distendersi su un prato.
Tentativo poi sempre disatteso da volontà carenti, da leggerezze di spirito che confinano con la superficialità degli istinti («mi infatuai di una leggerezza lucifera», con tutta l’ambivalenza dell’aggettivo): tutto perduto in un moto che continuamente condanna l’io «per scolpirci l’immensità del mondo», per tentare un segno che rimanga. Ma niente resta fermo in questa corsa: «saremo per sempre, senza ritorno» che ricorda, rovesciandolo quel verso di Sereni «e il privilegio | del moto mi rinfacciano…».

C’è una contemporaneità furiosa in questi testi, nei giorni di giovani di questa generazione che devono pensare la vita come un perenne movimento, anche loro malgrado. E più si viaggia e più si impara, e più si viaggia e più si perdono contatti, più trame intessute all’improvviso si sciolgono («quanti ragazzi saranno ora lì | al posto nostro, forse tu in Cina»).
Unica costante in questi viaggi-fuga, la tecnologia: «il GPS dell’app» che mima la strada per riunire due io separati da distanze luminali o il cellulare dimenticato nel parco, che ci lascia «senza numeri, senza foto né ricordi», collettore ed estensione delle nostre coscienze.

Amore, volontà, desiderio di conoscenza, invito al viaggio: tutto corre troppo in fretta e non si può «fermare il deragliare dei treni». Anche questi ricordi sono «poche parole prima di andare», prima di ripartire in altre corse forsennate, lasciando le macerie di una terra privata dell’umanità, una «terra devastata dai fiori», quando la fuga cancella tutto, come un vento che appiana la polvere sui sentieri. A questo, opporre solo un attimo di riposo che sa di dolce oblio, di tabula rasa prima del futuro: «oltre la foresta dondolavo nell’amaca | del tuo terrazzo dimenticando tutto».

CENSURATO

La donna, ma verrà a mancare.
Spoglia, senza vita un’altra vita
non nasce e se nasce non vive
non nasce e se nasce non vive
non nasce e se nasce non vive

una, una vita senza entrata.

Censurato, cioè coperto, oscurato, negato. Così l’io diventa oggetto di censura in questa sezione quando visto nell’ottica della riproduzione. La breve prosa in esergo infatti si conclude con «Non riprodurti. Mai più» e sin dai primi testi si insiste sul tema della sterilità (riallacciandosi all’avvio).
La componente amorosa delle sezioni precedenti qui si mescola, tra freddezza e raziocinante cinismo, alla sfera biologica della perpetuazione della specie.
Si dice che avrebbe potuto salvarci «la donna, ma verrà a mancare» e in questo uso verbale c’è tutto lo srotolarsi di un tempo storico per cui la riproduzione è un rischio troppo grande e un imperativo morale dovrebbe interrompere il processo: d’altronde anche la memoria/testimonianza genetica è molto effimera e la vita ha inscritta nei geni la firma della sua fine.
Si intreccia forse qualche rimando a un sentimento omosessuale in certi versi sussurrati, come «se amerai un uomo sentirai la pietra | scagliarsi sul viso per volere di Dio», o ancora «sento il seme, disperato in te»: non tanto come specificazione necessaria (l’amore in poesia è precedente a ogni sua possibile declinazione reale) ma come negazione biologica alla riproduzione.
L’io è in mezzo al fuoco incrociato dell’esclusione e della rassegnazione e il suo amore spesso si limita a un fremito del corpo: «qui hai donato e venduto il tuo corpo», o ancora «dubitando tu | se vendere il corpo», come un meccanismo, un lavoro, uno scambio senza ritorno.

È costante, nella voce di Ottonello fin qui espressa, la stessa sensazione di fondo: l’incomponibilità, l’impossibilità di una soluzione dirimente.
E questo è solo l’ennesimo scenario di confusione e dispersione in cui a negare non il sesso, ma l’amore stesso, è la constatazione che i tempi e la vita non dovrebbe perpetuarsi, che abbiamo preso e usurato tutto della terra e della mente; che non c’è modo di entrare l’uno nell’altro e le catene dei geni andrebbero spezzate.
L’io cerca, di nuovo, una consolazione, ma come chi beve per non pensare più: «vorrei essere violato, dolore in fiore | salvo in un vaso impossibile verde | acerbo, lì fermo per sempre».

FERMI NELLA SECCA

[…] sogno la tua foto di luce obliqua
sentire che nulla più rappresenta
nulla che voglio, nulla che resta
onda secca senza uscita.

Questa sezione ha la forma di un preludio alla più intensa parte finale o forse – meglio – di interludio rispetto al libro intero. Si tirano un po’ i remi in barca, si fa l’inventario, si respira. Questi brevi testi si pongono come osservatorio, luogo statico da cui osservare il moto del cosmo, in un doppio movimento che dal piccolo si rivolge al grande e viceversa.
Da un lato l’isola, centro dell’osservatorio, risulta punto di vista privilegiato sui conflitti del mondo proprio per la sua marginalità spaziale: se si supera l’illusione che le cose abbastanza lontane smettano di esistere per noi, allora la distanza è lo strumento ideale per disincantare la realtà e allargarne le crepe per guardarci dentro. Certo, è sconfortante la presa di coscienza, epifanica e grottesca («Stragi e ipocrisie ma che ci fotte») sui cardini intorno a cui ruota il mondo («con i soldi acquisterai la tua pace | sazierà le ossa e non sarai felice»).

L’immagine dell’osservatorio appartato mi ricorda ancora le Notti di Anedda, così come le atmosfere sfumate di notti senza stelle, gli spazi sfrangiati che concretizzano tempi senza misura. L’io naviga a vista in questo mare, ribadendo il suo nichilismo razionale, ma pieno di affezione umana se la memoria è destinata a perdersi («ma rotta resta la memoria hard disk» quando neanche un moderno supporto fisico la preserva) e i tentativi di distrazione riportano sempre a una realtà stanca, sfinita («a festa finita torneremo a riva | vedendo dove e senza chi si vive»).
Ma l’osservatorio è anche la città, Milano, dove vivono gli «uomini di oggi», quelli che vanno verso il futuro senza guardarsi alle spalle. Da qui l’isola assume i contorni dei primordi dell’io, un pre-luogo, un passato assoluto («il tuo luogo resta ancorato a nulla», si dice parafrasando Anedda) che richiede anche l’uso di una lingua speciale, il sardo, come di un codice che emerge dalla terra e dalla storia individuale di chi da essa proviene.
Un nulla, si diceva, ma forse meno vasto e spaventoso di un «continente che sfuma e ci smarrisce», un tutto-pieno asfissiante, materico, sterminato. Il passaggio infatti non è qui, sulla terraferma: occorre tornare all’isola, farsi seme in essa, aprire la sua terra.

UNA RIPRODUZIONE ACERBA

[…] la vita è un torrente, borbotta sempre,
ma mentre si va io cerco quel fuoco
che alzandomi in volo mi anneghi.

«Sono ondivago», si legge in un verso: non si potrebbero definire meglio le fluttuazioni di questa densissima e stupefacente sezione di Isola aperta. L’io, arrivato alla costa-soglia della sua isola, raccoglie la conoscenza appresa per tornare a interrogarsi sui temi fondanti del suo percorso: la catena della vita e il contatto tra gli individui.

Moti alterni e a tratti inconciliabili tentano di comporre visioni altissime del cosmo con vedute terrene, tentativi di significare con disperate rese sul senso. Ottonello sviluppa una preziosa sensibilità di immagini costruendo una sorta di “biologia del cosmo”, in espressioni icastiche come «spinta di orizzonti», «il tempo è tutto in un punto» che rimandano alla fisica dei buchi neri (e al pendant semantico della singolarità slegata dal suo spaziotempo: i buchi neri non sono altrettante isole?), o ancora «rizomi dei pianeti», «il latte materno e la galassia» come diretta traduzione del mito di Eracle, così come la cartolina di avvio in prosa che riprende in metafora la forza nucleare forte dei nuclei atomici.

Sotto questi cieli minacciosi a cosa credere? Nell’amore, sì, per «accettare, ricostruirsi. Ricostituire», poiché «amiamo […] | per essere felici, essere vivi»; nella dedizione ai sogni, come nella stupenda poesia-dialogo con la madre: «trova qualcosa da non comprare | […] e sposalo», suggerisce la madre di un io spossato dalla sua solitudine («le solitudini esistono per essere smussate | un vestito da cui sognare di spogliarsi»), un io che si avverte come «uno spazio sfinito’ e chiede soltanto «una dedizione che riempie | i vuoti spazi».
Ancora l’eco di un prospettivismo quasi nietzschiano in questo accogliere il nulla, in questo fracassare la realtà col martello per aprirsi a un senso trovato a posteriori.
Ma quanta forza occorre per questo, o quale dose di nuova illusione, quale atto di ipocrisia? La sostanza sembra dirci altro, che i nostri sforzi, animati da sentimento e raziocinio, non possono valicare il muro della realtà; che una vita smascherata nei suoi tratti di rigido meccanismo è insostenibile per le nostre coscienze.
Lo spazio è troppo grande, il tempo troppo sottile, e la memoria non resiste a questi strattonamenti: «quattro generazioni e poi via», sarà dimenticata. I luoghi che ci hanno visto nascere, in cui «nulla cambia», in cui «il tempo è tutto in punto» non hanno più nulla da dire al nostro presente.

Mi ha sconcertato la durezza con cui è tratteggiato tutto questo e il conseguente coraggio di mettere tutto, letteralmente, nero su bianco: vita come vuoto, ovvero come «un’inutile pretesa di stare», «espansa vita», contenitore senza densità, privo della sua semantica. Di fronte a un tale scenario anche il desiderio finale di farsi isola aperta, di farsi uno in comunicazione, in contatto con gli altri, diventa atto di fede, qualcosa a cui credere senza motivo, contro le prove.
Noi «non navighiamo a portare messaggi», cioè non diciamo né siamo detti, perciò non siamo né siamo tramandati. Ogni nuovo nato in questi tempi civili solo in superficie «attende il nuovo e gli manca già tutto», sullo sfondo di un mondo che se ne va docile verso l’autodistruzione, che tanto muore quanto più uccide.

Uomini come bolle sparate a velocità folle o costretti a una sterile staticità, «aggrappati a un albero | come a un sogno». Se solo «si potesse davvero amare […] | definirsi», esistere grazie al proprio nome pronunciato dall’Altro che ce lo legge dentro. Ma nulla, bisogna vivere «sapendo sparire […] | per finirla, per finirci, Francesco» in questo verso in cui la realtà buca la finzione letteraria, come quando ci si parla allo specchio e una mattina finalmente ci si dice la verità.

«Dimmi adesso perché scegli di vivere»

Si conclude il libro, senza punti, senza segni, lasciando forse spazio per uno spiraglio, e di certo spazio al dubbio: se la gioia vale tutto il dolore, tutta l’amarezza di giorni benedetti o dannati.
E tutti i versi di questo libro, sin da subito spogliati, come testimonianze nude, limitati, quasi vergognosi della propria impotenza, dal fondo del buio bisbigliano un sì.
Aprire la nostra isola sarà allora lo stesso che aprire gli occhi, sopportare una luce mortale, prendersi la rivincita sul mondo.

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