Introduzione: riattraversare D’Annunzio nel XXI secolo
Quando mi è stato chiesto dal professor Ermanno Paccagnini di partecipare a una tavola rotonda su Gabriele D’Annunzio, sono stato inizialmente perplesso, perché non avevo mai riflettuto in modo consapevole sul mio rapporto con un autore che, secondo le note parole di Eugenio Montale, è necessario ‘attraversare’ per entrare nel pieno Novecento.
Riflettendo meglio, ho compreso con maggiore chiarezza il nesso tra D’Annunzio e la contemporaneità, nonché quello, più specifico, con il mio personale percorso. Mi sono venuti in mente due ambiti solo apparentemente marginali, ma in realtà rivelatori di elementi fondanti l’opera e la personalità del poeta abruzzese — e, in una parentesi biografica non del tutto peregrina, anch’io provengo in parte dagli “Abruzzi”, avendo una nonna molisana.
Il primo riguarda il legame con il mito e con la mitizzazione dell’arcaico; il secondo il nesso imprescindibile con la sensualità, inestricabile dalla musicalità della lingua. A questi si aggiungono il respiro extranazionale — nonostante e insieme nel nazionalismo — e la dimensione transmediale, che fanno di D’Annunzio un precursore di dinamiche oggi pienamente riconoscibili, nella nostra cultura ‘metaversica’.
In particolare, mi riferisco al rapporto con la figura di San Sebastiano e a quello con la Sardegna, sul quale mi soffermerò più diffusamente.

L’ossessione Sebastiano
Sulla vera e propria ossessione dannunziana per San Sebastiano molto si potrebbe dire anche in relazione alla vita privata dell’autore. Basti pensare all’incontro risalente agli anni ottanta nei giardini di Villa Medici con la scrittrice nonché amante Olga Ossani — che ispirò l’Elena del romanzo Il piacere — durante il quale il Vate si spogliò mimando la posa del santo trafitto alla colonna, e al fatto che in una lettera a lei indirizzata, scusandosi per alcune sue volgarità, si firmi proprio ‘San Sebastiano’.
Qui mi limito a ricordare la pièce teatrale Le Martyre de Saint Sébastien, scritta in ottonari francesi artificiosi e arcaizzanti, con le musiche di Claude Debussy (1910-1911). Premetto che mi soffermo sulla figura del santo — la cui nudità e la cui posa languida sono connesse alla dimensione sensuale fin dalla pittura rinascimentale — anche perché essa occupa un ruolo non marginale nel mio libro d’esordio Isola aperta (Interno Poesia, 2020), in cui compare un «ragazzo trafitto alla colonna» (p. 28) e che secondo il prefatore Tommaso Di Dio ha invece come «protagonista […] un Sebastiano che contempla le proprie ferite, trafitto dalle mancanze e dalle distanze» (p. 6).
D’Annunzio quindi è stato indubbiamente l’autore che ha contribuito maggiormente alla ricezione novecentesca di una versione apocrifa ed erotica della vita del Santo, che si svolge sotto il regno di Diocleziano (284-305): dal romanzo giapponese Confessioni di una maschera di Yukio Mishima (1948, ed. it. 1969) allo ‘scandaloso’ film Sebastiane del britannico Derek Jarman, girato integralmente in latino (1976).
Nell’opera dannunziana la figura di Sebastiano fu impersonata da un’attrice di sesso femminile, la saffica Ida Rubinstein, che rappresenta per il poeta l’ideale dell’androgino. Questo aspetto rafforza ulteriormente l’ambiguità – oggi diremmo the queerness – della rappresentazione, in una sorta di mistero medievale apocrifo della durata di ben cinque ore. L’azione, più visionaria che narrativa, segue il passaggio del giovane capo degli arcieri prediletto dall’imperatore e dalla corte pagana alla rivelazione cristiana: alla fascinazione sensuale esercitata dalla sua bellezza (è paragonato e venerato come Adone) si oppone la scelta consapevole del martirio, fino alla scena finale del supplizio, dove il corpo trafitto si trasfigura in immagine di gloria.
Alla prima a Parigi il 22 maggio 1911, al Théâtre du Châtelet, assistettero tra gli altri Marcel Proust, che apprezzò particolarmente l’opera, e l’arcivescovo di Parigi, Léon-Adolphe Amette, che invece la osteggiò in tutti i modi, giudicandola blasfema. Pertanto mi sembra che quest’opera renda bene conto della transmedialità, del respiro extranazionale e del rapporto pansessuale e sua modo queer con l’erotismo coltivati da D’Annunzio[1].
La nostalgia magico-eroica dell’arcaica Sardegna
Essendo io sardo, il particolare rapporto di D’Annunzio con la Sardegna mi ha da sempre interessato. Già da bambino, in un paese vicino a quello di mio nonno materno (Sardara), al castello di Sanluri, potei vedere esposte alcune lettere autografe dannunziane, in cui il vate parla del ‘vin nero’ di Oliena. Indicativa è la lettera del 1909 al giornalista Hans Barth in cui è ben presente l’elemento mitizzante con riferimento alle costruzioni prenuragiche:
“Non conoscete il nepente d’Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domus de Janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo”.
Un unico viaggio, un amore ‘impossibile’ scolpito per tutta la sua vita. Gabriele D’Annunzio aveva appena diciannove anni quando, nel maggio del 1882, intraprese un tour dell’isola: una Sardegna ancora selvaggia e che il Vate esplorò vedendola come una “terra magica”. Sbarcò a Terranova (l’odierna Olbia) con due collaboratori della rivista romana “Capitan Fracassa”, Cesare Pascarella ed Edoardo Scarfoglio, visitando dapprima Alghero, Nuoro e Oliena.
La tappa successiva fu in Campidano, Villacidro, dove rimase estasiato dalla cascata di Sa Spendula, tanto da scriverne l’omonima poesia, pubblicata su “Capitan Fracassa” il 21 maggio 1882. Il testo celebra “uno strano popolo d’atleti” di pietra, anticipando quasi la riscoperta delle statue dei Giganti di Mont’e Prama. La tappa a Cagliari fu anch’essa fonte di ispirazione: la visione delle ‘bianche piramidi’ delle saline di Molentargius generò la poesia Sale; nella Sardegna meridionale il poeta osservò affinità con il Nord Africa, riflesse anche nella poesia Sotto la lolla (sa lolla è un ‘cortile aperto’ tipico delle case campidanesi).
Il suo rapporto con la Sardegna si configura a partire da quel viaggio giovanile e dall’intensità delle impressioni raccolte, testimoniata anche da una lettera al giornalista Stanis Manca (1893): “Ho nostalgia della Sardegna da dodici anni, come d’una patria già amata in una vita anteriore”. Il precoce Gabriele — che già aveva pubblicato a sedici anni Primo vere (1879) e nel 1882 diede alle stampe la silloge Canto novo — rimase affascinato dall’aspetto arcaico, selvaggio e magico dell’isola, come emerge dai numerosi documenti e dalle lettere.
Questa fascinazione si riflette anche nei personaggi della sua opera. Nella tragedia Più che l’amore (Roma, 1906) compare il servo Rudu, detto homine de abbastu (“uomo di spessore”), che pronuncia battute in sardo e descrive il paese di Santu Lussurgiu. Ancora, nella Canzone della Diana delle Laudi (1912), viene celebrato Pietro Ari di Cuglieri come un combattente fiero e coraggioso.
La Sardegna attirò D’Annunzio anche per la sua dimensione musicale. Egli nutrì una grande ammirazione per il musicista e musicologo Gavino Gabriel, autore di canti popolari sardi, e scrisse: “Da più giorni vivo nel cerchio magico di quelle melodie. Non è possibile ascoltare un canto della Planargia e dell’Anglona senza restare imprigionato da un fascino misterioso con un indicibile aumento di vita interiore”. La musicalità dei canti, insieme alla forza arcaica del paesaggio e alla monumentalità delle strutture nuragiche, alimentò la percezione del poeta della Sardegna come terra mitica, quasi sacrale.
In coda al viaggio, D’Annunzio manifestò l’intenzione di scrivere un libro con foto, racconti e testimonianze, mai realizzato, ma rimangono articoli, reportage e lettere che documentano il suo legame con l’isola. Le poesie Sa Spendula, Sale e Sotto la Lolla mostrano come la Sardegna sia stata mitizzata da D’Annunzio attraverso la sovrapposizione di uno sguardo esotizzante, tipico del “continentale”, e al contempo di un sentimento quasi nativo, che associa l’asprezza e l’arcaicità della terra sarda al suo altrettanto mitizzato Abruzzo.
Faccio seguire, come ideale risposta a “La Spendula” di D’Annunzio, un mio testo letto durante la tavola rotonda a Pescara, ispirato alle costruzioni nuragiche dette ‘tombe dei giganti’, in cui la ricerca del suono e l’antico hanno un ruolo fondamentale. All’idea eroica dannunziana, già in nuce ‘superomistica’, si sostituisce quella di ‘nuovi eroi’ in grado di sapere uscire di scena, facendo così incominciare ‘l’altro’ da noi. In coda si presentano anche le altre due poesie dannunziane sulla Sardegna, mai incluse in alcuna sua silloge[2].
[1] Dell’ossessione per San Sebastiano e della sua identificazione con il santo in alcuni episodi della vita reale parlano Piero Chiara nella Vita di Gabriele d’Annunzio (1933, passim) e Giovanni Bruno Guerri in La mia vita carnale (2013, p. 76). Per una recente lettura queer di Frances Clemente vd. https://journals.openedition.org/mimesis/2364.
[2] Le poesie, insieme a un resoconto del viaggio, furono pubblicate nel volume di G. D’Annunzio, Pagine disperse. Cronache mondane – Letteratura – Arte, coordinate e annotate da Alighiero Castelli, Bernardo Lux, Roma 1913, pp. 25-27. Non sono a conoscenza di alcuno studio monografico su D’Annunzio e la Sardegna. Si forniscono alcuni link utili per approfondimenti: https://www.laboccadelvulcano.it/it/d-annunzio-gabriele.html; https://meandsardinia.it/viaggio-sardegna-gabriele-dannunzio-2/; https://sardegna.admaioramedia.it/80-anni-dalla-morte-di-dannunzio-un-solo-viaggio-ma-un-rapporto-intenso-con-la-sardegna-angelo-abis/
La Spendula (1882)
Dense di celidonie e di spineti
le rocce mi si drizzano davanti
come uno strano popolo d’atleti
pietrificato per virtù d’incanti.
Sotto fremono al vento ampii i mirteti
selvaggi e li oleandri fluttuanti,
verde plebe di nani; giù pei greti
van l’acque della Spendula croscianti.
Sopra, il ciel grigio, eguale. A l’umidore
della pioggia un’acredine di effluvii
aspra esalano i timi e le mortelle.
Ne la conca verdissima il pastore,
come fauno di bronzo su ’l calcare,
guarda immobile, avvolto in una pelle.
Alluxingiau babbaluxi deslùxiu (da Isola aperta, 2020)
Trova una formula al mitologema
a sicut erat at semper a torrare
–
ovunque prende il corpo muti suoni
ripulsano i rizomi dei pianeti
l’astro morente ingurgita i battiti
come se giacessimo lì, addormentati
in sas tumbas ’e sos gigantes nuovi eroi
incubati noi, guarendo da visioni ininterrotte
svincolati dal tempo appena culmina il sole,
è così che usciamo e incomincia un altro
vociare di verbo is brebus ’e is brebus
–
lasciamo il giorno controluce nel suono.
Altre due poesie dannunziane sulla Sardegna (presenti in Versi d’amore e di gloria, Appendice II)
Sotto la lolla
Cadono le sanguigne primavere
de’ rosolacci tra ’l fiorente smalto
de l’avena selvatica, ed a schiere
i fichidindia salgono il rialto.
Dietro la cupoletta saracina
un bel gruppo di palme apre il fogliame
ampio come un ventaglio di cadina
nitidamente sopra un ciel di rame.
– O bella bruna a cui verde rampolla
tra i fior del petto una canzon d’amore
sotto i nidi nell’ombra d’una lolla
co’ i ritmi lunghi d’un incantatore
io mi fermo dinanzi su ’l cavallo
come un arabo senza caffetano:
trottavo solo pe ’l viale giallo
ed ho visto le palme di lontano.
Datemi un sorso d’acqua. Io sono stanco
ed ho raggiunto l’oasi cortese….
Come un vuoto alvear, tacito e bianco,
ditemi, è Tombuctù questo paese?
Ne l’iride di càrabe profonda
a voi fiammeggia il Sàhara incantato,
sprizza da ’l fiore de la bocca tonda
la freschezza d’un dattero dorato.
Tutta cadente su le membra pigre
voi seguivate il piano vol del canto;
ma che stupenda agilità di tigre
ne ’l sorgere de’ vortici de ’l manto!
Che fascino di urì, per maometto,
ne ’l vostro riso (Una gran barba nera
con relativa canna di moschetto
sporge da ’l muro). Grazie. Buona sera.
Sale
Ne le quadrate sedi l’inerzia
de l’acqua torpe: non anche un brivido
trascorre qual sonno di lago
e la grande alba plenilunare.
Stan per la riva tacita i cumuli
bianchi de ’l sale, bianche piramidi
de l’umile vertice, a ‘l fondo
de l’acqua torpe; non anche un brivido.
Stan per la riva simili a un ordine
di sacre tombe. Lungi, la linea
lucente de ’l mare e dei colli
bassi pendentisi ne ’l vapore.
Una freschezza sana di effluvii
Va per la notte di maggio; scricchiola
A tratti il cristallo salino
in quel solenne mistero…. Forse
giù ne le tenebre danzan le mummie
egiziane? Forse invisibile
Osiri co ’l verde occhio regna
La solitudine ampia e serena?




