“Alter” (2019) | Poesia e alterità in Christian Sinicco

Luca Mozzachiodi recensisce "Alter"(Vydia Editore, 2019), ultima raccolta del poeta triestino Christian Sinicco.

Cover: Daniel Isles aka DirtyRobot from Collateral

In questo libro il poeta triestino Christian Sinicco predispone il meccanismo di un dialogo interno alla sua stessa opera, fatto assai raro nei poeti di oggi e dunque per questo meritevole di attenzione, accorpando in volume due sequenze o poemetti che appartengono a due fasi diverse della sua produzione: il primo testo, Città esplosa, risale, come l’autore ci informa, al 2001 e può quindi essere considerato un’opera liminale della giovinezza, il secondo, Alter, che ne presenta la ideale prosecuzione e conseguenza, è recente.

Si tratta dunque in qualche modo di un’opera lunga nella brevità e che sottintende un’osservazione e un commento di lungo periodo ai fatti del mondo (del quale è frutto e compendio la prosa saggistica di autocommento che l’autore ha posto in coda al volume), ma del mondo e della società viene piuttosto raccontata la dissoluzione apocalittica, e non si tratta dell’irato «di questo mondo sempre volevo la fine», ma quasi di una osservazione da spettatore incredulo e disarmato, «quasi un sogno, una visione improvvisa, una visualizzazione che ho proiettato» scrive l’’autore e l’immaginario visivo è certamente, almeno in questa prima parte, la grande risorsa dei versi di  Sinicco:

vidi
un occhio, e saltai l’azzurro
lontano: lo spazio violentava non meno
una città esplosa
di colpo e frenetica
su orizzonti di cielo

con la velocità della bomba
(e in sussulto
in preghiera
calma, come fluido denso
annegare nel caldo violetto di una
radiazione

               l’universo,
una città nella stella,
i vuoti erodere motori come vento
tra rovine di civiltà, al collasso
i vapori salire per ricadere
come pioggia e

atomi: fra le ceneri gas di vestiti,
bambini dalle teste dorate rotolanti
nella sabbia
indossare nudi questo bacio)
quando la palpebra chiude
forme creare dall’informe

Il tema della poesia in rapporto con la metropoli e di questa come grande allegoria della condizione moderna se non addirittura futura è una costante almeno da quando Benjamin individuò questo rapporto in Baudelaire, ma con Città esplosa siamo di fronte al postmoderno non solo o non tanto come teoria, perché se certo la versificazione richiama alcuni aspetti della prassi avanguardistica, penso ad un altro cantore di città come Pagliarani, un bisogno della storia, un’ansia della sua mancanza come dimensione progettuale c’è, quanto perché in quella città atomizzata (che è anche immagine la nostra citta sprawled, come ormai da anni scrivono gli urbanisti per indicare le nostre continue distese urbanizzate di cui è impossibile distinguere chiaramente inizio e fine e circoscrivere i luoghi) c’è l’ipotesi della fine della modernità come fine dell’umanità e l’indicibile come orizzonte di sfida alle possibilità del linguaggio e della poesia, alla quale è demandato (come già ai tempi dei profeti, maestri nella descrizione di distruzioni cosmiche, o di Virgilio che anche Sinicco ricorda) il compito possibile di ricostruire il senso della visione e con esso un cammino di alterità possibile per l’umanità.

All’esplosione iniziale segue una serie di immagini sempre più rutilante e franta insieme, che rende anche plasticamente, grazie alla commistione di versi lunghissimi e di parole-verso e alla disposizione non lineare dei testi sulla pagina, il miscuglio di percezione e immaginazione, di residuo di sopravvivenza e di novità mostruosa che uno scenario post-apocalittico deve rappresentare:

e sulle alture
che si levano dai mari
danze di carovane ocra
percorrono le insediate mura
ruggine d’industria
dissepolta
abbandonate, sterili
maglie di cellulosa – nylon
spezzate da
torbidi veicoli
carcasse al suolo frastagliato
di un evo andato
metallico
che afferrano luci d’aldilà
come pesci sferraglianti
nella cavità
di un cielo a venire
la lunga via di una nuova umanità
ha danze di carovane ocra
ha petali arsi
di fiori, ha la magnolia
una tomba aperta
di stelle infinite
che sbocciano
cadono nude
ballano con gioia il tamtam
sulle dita di musici
la fuga
di fiati
lire
e sono neri
i carovanieri
e hanno pelle squamosa
fine
bellissima
luccicante
all’alba

Sinicco a questo punto compie il passaggio successivo alla post-umanità (utilizzo nell’impossibilità di fare altrimenti questo termine un po’ alla moda e in realtà ancora umanissimo come tutti i superamenti dichiarati dalla stessa umanità), giacché come dichiara:

ma vive ancora nei petali
le foglie sono appassite
vive goccia di ghiaccio
questa Babele
vive

Introduce dunque Alter, figura dell’Altro dall’uomo, Altro tra due, non alieno, non qualcosa che viene da fuori dell’umanità, piuttosto forse una allusione al sistema binario alla base delle macchine e della programmazione. Alter è l’uomo androide, un piccolo peccato di fantasia asimoviana, che in qualche modo implica la riattivazione di alcune delle istanze, emozioni, sensazioni e speranze proprie dell’umanità e tra esse la paura della distruzione e insieme la speranza che in essa ci sia qualche cosa di redimente:

ma non aver paura
ultimo uomo
dopo di te
l’angelo dell’embrione solare
brucerà il vento e scoprirà
l’osso del mondo,
il vento di ciliegie
sarà
stella.

La seconda sequenza è la descrizione lirica della riumanizzazione di Alter, il suo progressivo conquistare identità senso e sentimento mediante “innesti” che li riattivano facendo ripercorrere ad Alter quasi in sintesi la storia dell’umanità:

lascio partire il tempo,
io sono sulle ali bianche
il silenzio e il sopracciglio di un bimbo,
io sono sull’aria che muove
il suono e il nome come gli uomini e il cielo
innestato di colori e sillabe,
io sono stato un campo di girasoli
la chimica che assomiglia agli odori,

io sono un fuoco improvviso e la perdita di controllo,
lo sguardo dell’animale dalla vetta alla pianura,
sono stato una pompa che aspira
tutta la clorofilla, con la bocca

Diceva anche Giovanni Giudici, in La letteratura verso Hiroshima, che la poesia in qualche modo rappresenta un insetto, una forma di vita in grado di sopravvivere (in forme a noi sconosciute) anche all’apocalissi atomica della società e dell’informazione; credo che Sinicco sarebbe d’accordo dato che, lascia intendere, il futuro di Alter, innesto su innesto, è in fondo ancora una forma di umanità:

sono finito, così hanno detto
(sento le labbra e tutto il pensiero
è un bacio; le macchine affondano,
sono una rara utopia
e il più è questo senso di futuro,
e cose che se ne vanno,
ma non sono assenza, diventano astri
e hanno solo abbracciato
la notte: ciò che è adesso, è stato
riavvolto in una impercettibile
differenza, uno scarto di ritmi
turchino, e le macchine del più
sono questo mistero:
ricombiniamo.

Solo nell’essere umano si dà un chiaro senso del passato della specie e del suo futuro, futuro che per il poeta troppo spesso «non siamo stati in grado di ospitare», ma poi precisa: «L’esistenza è questa trasfigurazione assoluta, non solo nel senso del ciclo vitale di ognuno di noi: la vita tutta è un mutagene simbolico, e la storia dell’umanità ne è testimonianza. I passi in avanti si possono fare, basta non essere attirati esclusivamente da effetti preconfezionati».

Certo di effetti preconfezionati è molto parco questo libro ricco anzi di sorprese e di tentativi di sperimentazione, una lettura che mi sentirei di consigliare soprattutto a quanti vorrebbero, consciamente o inconsciamente, confinare il linguaggio della poesia a lirici tramonti e a pene d’amore dimenticando, ancora una volta, il futuro.

Luca Mozzachiodi

Christian Sinicco

Christian Sinicco

Christian Sinicco è nato a Trieste nel 1975.
Nel 2002 diviene caporedattore di «Fucine Mute», tra i primi periodici multimediali ad essere iscritto nel Registro Stampa (1998), e avvia il progetto di catalogazione della poesia delle nuove generazioni. Fino al 2008 collabora anche con il blog Absolute Poetry e Villagelibri di Scheiwiller editore.
Tra le sue pubblicazioni: Passando per New York (LietoColle, 2005) e Alter (Vydia editore, 2019).
Tradotto in numerose lingue, numerose le partecipazioni ai festival di poesia in Italia e all’estero, anche in formazione con la rock band Baby gelido.
Consulente per diverse case editrici, dal 2008 al 2018 si è occupato di poesia come redattore di «Argo», per cui ha curato L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti in dialetto e in altre lingue minoritarie (1950-2013) (Gwynplaine, 2014) e gli annuari Poesiadelnostrotempo (Gwynplaine 2016), Realtà migrante (Gwynplaine 2017), Confini (Istos edizioni 2018).
Ha fondato il collettivo Gli Ammutinati a Trieste e la LIPS-Lega Italiana Poetry Slam, di cui è stato presidente; è vicepresidente dell’Associazione Poiein (Sondrio). Ha diretto il festival Iperporti-Scali Internazionali di Letteratura (Trieste); attualmente dirige il festival Ad alcuni piace la poesia (Montereale Valcellina, Pordenone).
È Presidente del Premio Letterario Internazionale “Franco Fortini”, nonché giurato dei premi “Giuseppe Malattia della Vallata”, “Pierluigi Cappello”, “Gianmario Lucini” e “Rainer Maria Rilke”. Dirige il progetto Poesia del nostro tempo.

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