Giorgia La Placa | Le sette domande di MediumPoesia

Giorgia La Placa risponde alle sette domande di MediumPoesia, presentando cinque testi estratti da una raccolta ancora in lavorazione, accompagnati da una lettura ad alta voce.

1. Tra i libri usciti nel primo ventennio degli anni 2000, ne trovi almeno 5 che per te siano fondamentali?

Sono diversi i libri, a mio avviso, da menzionare. Sicuramente, per ciò che concerne la mia formazione, non posso non menzionare Datura e Pigre divinità e pigra sorte di Patrizia Cavalli,  Historiae di Antonella Anedda, Il conoscente di Umberto Fiori e, certamente, la raccolta Poesie di Milo De Angelis. Aggiungerei anche Libretto di transito di Franca Mancinelli.

2. Se incontro un poeta, possibilmente, non lo riconosco subito. C’è un modo per riconoscere un poeta? Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana?

Direi, piuttosto, che la vita quotidiana si riflette pienamente nelle mie poesie. Sì, sicuramente, però,  è vero anche il contrario, cioè mi capita spesso di pensare in funzione della poesia, di ragionare per versi, paradossalmente, o per figure retoriche, in quel caso la poesia invade totalmente la vita, diventa un’ombra, alle volte opprimente. Non so come si possa riconoscere un poeta, ma credo che ci si riconosca, ad un certo punto. C’è una bella canzone di De Gregori, Poeti per l’estate, che spiega un po’ l’andatura e il modo di fare di chi scrive poesia, ecco, potrebbe essere una chiave per decifrare i poeti. È certo che, ad ogni modo, qualcuno di noi si atteggia da poeta.

3. Come è il tuo rapporto, in quanto autore, con i lettori e con i colleghi?  Senti di fare parte di una comunità, a cui aderisci?

Sì, mi sento sicuramente parte di una comunità ricca, con cui ricercare un dialogo e criticarci. Il mio rapporto con i miei lettori, di numero limitatissimo tra l’altro, è abbastanza costante, in loro non ricerco consenso, ma critiche aspre, consigli, dialogo. A Bologna, città in cui vivo, ho avuto la fortuna di essere molto a contatto con colleghi della poesia, si parla tanto e ci si litiga alle volte.

4. Ci sono delle tradizioni poetiche in altra lingua, che conosci o ti affascinano particolarmente?

Di certo, mi sento di citare la tradizione poetica americana, perché ho sempre avuto a che fare con la lettura di poeti statunitensi, incluse le nuove voci, sapientemente inserite in “Nuova poesia in America” di John Freeman e Damiano Abeni. Mi affascina anche la poesia russa, vorrei approfondirla!

5. Nel tuo processo di scrittura, ti capita di raccogliere stimoli da altre forme artistiche o da discipline scientifiche?

Io sono una archeologa, per cui ritengo fondamentali gli stimoli provenienti dal mondo dell’arte, dalla pittura in particolare, dai colori, dalle palette naturali, dalle sfumature. Per me, un altro stimolo fondamentale è la musica, dal jazz al rap, passando per l’opera e il cantautorato, purché tutto di ottima fattura.

6. Che rapporto hai con la rima?

Rapporto con la rima? Difficile, discutibile, derisibile! Scherzi a parte, un rapporto iper-complesso, mi affascina, ma, al tempo stesso, mi allontana dal mio modo di scrivere. Mi trovo più a mio agio con altre figure di suono.

7. Ci sono 3 poeti delle nuove generazioni che ritieni particolarmente preminenti e/o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

Sicuramente Riccardo Frolloni, Giulia Martini, Edoardo Occhionero

I cinque testi presentati sono tratti da un progetto di raccolta ancora in lavorazione

Тоска

Tosca tossisce annaspa fiorisce, a marzo.
Il morbido lamento delle autostrade la fa
sudare, vorrebbe scendere di nuovo nel suo
corpo.
Ricorda di quei film in cui la telecamera dall’alto poi
sprofonda ed è un attimo prima che il naso le
indichi la strada di casa.
Nabokov suggerisce l’impossibilità di tradurre ‘Тоска’
ci si limita a girarci intorno come i cani.

Si allarga il campo, panorami bancarelle                       – cielo bianco a
Rimini

*

Le storie sulla Passione, sull’Orto degli Ulivi
e condivamo sempre col disegno finale della croce.
Poi il discorso sull’etimo dell’etichetta lignea
sul capo di Cristo.
Avevamo idee diverse e anche l’accento e la posa con cui recitavamo:

Mio Dio

               mio Dio

perché mi hai abbandonato

*

È fatica tenerti ancorata alla notte
ma se mi squadri o mi stani,
se mi riconduci al centro o mi incastri tra le mani,
circoscrivi gli sciami di sogni e ne parli come ormai lontani,
      afferri mordi stringi e metti insieme le parti
e distaccarti sapientemente quando serve,
allora al netto del gioco           
                                   – o seriamente fissandoti –
so che non c’è un espediente e sei accogliente, ma incosciente, in fondo,
se nemmeno ti arrabbi
quando ti provoco chiedendoti spesso “cos’hai?”
consapevole che mi dirai “niente”.

*

Nel sonno parli, bofonchi.
Questo tuo mugugnare, però, è a margine del foglio,
della parete dove si sparge  un fascio oro
          –   alle otto e trentuno circa –
          e si espande il bianco proprio lì sul tuo fianco.

*

Ti associo nel sogno a quattro o cinque cose:
in una mi benedici la testa, nell’altra ti muovi veloce tra le parole
con consonanti dure.
Ti appartiene un lessico diverso, forse
più avaro, ma ti disincastri già bene, se ti conviene,
in un dizionario pieno e inespresso.
Ti seguo nel segno, nel significante, nel tuo essere muti
e in un attimo ti scontorno con lo sguardo,
ma tu dormi ancora.

Giorgia La Placa

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