Poesie da Gaza – Venite a vedere il sangue per le strade

Non possiamo che concludere la stagione 2024/2025 all’insegna di quello che riteniamo tra i libri più importanti dell’anno: “ll loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi, 2025). Il volume, a cura del nostro redattore Mario Soldaini, insieme ad Antonio Bocchinfuso e a Leonardo Tosti, raccoglie le poesie di dieci poeti contemporanei di Gaza, da Ali Abukhattab (1976) a Haidar al-Ghazali (2004), alcuni morti sotto i bombardamenti israeliani come Heba Abu Nada (1991-2023) e Refaat Alareer (1979-2023). Il libro presenta inoltre una lucida prefazione dello storico israeliano Ilan Pappé e gli interventi finali della scrittrice Susan Abulhawa e del giornalista Chris Hedges. Il contributo è a firma di Davide Pinna, uno dei nostri nuovi collaboratori. Con l’auspicio che il mondo possa ritrovare il senso della poesia e che il loro grido possa divenire davvero la nostra voce. F.O.
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Sotto il cielo muto d’Europa, la Storia ha gli occhi puntati su Gaza. Stona il silenzio nudo e risuona il fragore dei razzi. In quel contesto, dedicarsi alla poesia non sembra un’attività possibile. Non è una guerra di trincea, dove, per la maggior parte del tempo, l’aria immobile permette il condensarsi dei pensieri in poesia. Non è neanche una guerra frenetica tra due eserciti, ma un puro assedio. Lì, chi si dedica alla poesia (e c’è chi lo fa), è costretto a guardare alle cose che stanno nelle immediate vicinanze, ma queste cose non sono che ašlaʾ (أشلاء), ovvero ‘pezzi’.

صورنا العائلية، كيس من الأشلاء، كومة من الرماد

Ṣuwaranā al-ʿāʾiliyyati, kīsun mina al-ašlāʾi, kawmatun mina ar-ramādi.

«Le nostre foto di famiglia: un sacco di brandelli, un mucchio di cenere.»

(Heba Abu Nada, uccisa nel 2023)

Eppure, è possibile fare poesia con quegli ašlaʾ. Sono pezzi fisici, materici, oppure sono i suoni pungenti e penetranti delle voci dei bambini e delle sirene delle ambulanze. In arabo, ṣawt – presente anche nel frontespizio del libro, nella frase che traduce Il loro grido è la mia voce – è tipicamente usato per indicare la voce umana, ma in Cosa può una poesia? di Yousef Elqedra è usato per indicare sia le sirene delle ambulanze sia la voce del bambino Anas: allora prende forma un paesaggio desolato fatto di macerie e bambini schiacciati, e ambulanze in cerca di salvare qualcuno. Anche questi sono ašlaʾ, pezzi di vita quotidiana che si stagliano sopra ogni altro aspetto della vita perché testimoniano la presenza di una vita – e allora si può scrivere una poesia.

بصراخ النساء والأطفال
بصوت الإسعافات بحطام شجرة أحبها
بكل هذه الوجوه التي تتفقد مفقو ديها
بصوت الطفل أنس تحت الركام أنا لسه عايش

Bi-ṣurāẖi al-nisāʾi wa-al-ʾaṭfāli
bi-ṣawti ạl-ʾisʿāfāti, bi-ḥuṭāmi sẖajaratin ʾaḥaba-hā 
bi-kulli haḏihi al-wujūhi alatī tatafaqadu mafqū dīa-hā
bi-ṣawti ạl-ṭifli ʾansa taḥta ạl-rukāmi ʾanā lishu ʿāyaša

Con le urla delle donne e dei bambini,
con il suono delle ambulanze, con i resti di un albero che amo
con tutti questi volti che cercano i loro dispersi
con la voce del bambino Anas sotto le macerie che dice: «Sono ancora vivo

(Yousef Elqedra)

Nella burrasca di Gaza un poeta non può fermare la guerra. Tuttavia, la poesia testimonia e alimenta la memoria. Una delle cifre del nostro tempo è la circolazione di ingenti quantità di informazioni – chi ha vissuto per metà dello scorso secolo tende a ricordare un mondo più pacifico, ma questo è falso. È solo che ora risulta molto più semplice venire a sapere di certi accadimenti. Ma le notizie non sono che vuoti, aridi resti. Per questo serve la poesia: perché dentro alle foto dei bombardamenti e al sangue nelle strade ci ricordiamo che «il vento scuote la tenda, la tenda abbraccia la pioggia, la pioggia lava via tutto, ma non la memoria di chi ci vive. Così la tenda rimane in piedi, a testimoniare che la fragilità è l’altro volto del Sumūd» (Yousef Elqedra).

Il traduttore dall’arabo di Poesie da Gaza Nabil Bey Salameh (Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni si sono occupati delle traduzioni dall’inglese) ha scelto di non tradurre l’ultima parola della seconda poesia di Elqedra, aggiungendo una nota che ci dice che «Sumūd (صمود)significa ‘fermezza’ o ‘perseveranza incrollabile’ e incarna una combinazione di resilienza, resistenza e determinazione di fronte alle avversità». La sua radice (ṣ m d – le radici arabe sono generalmente composte da triadi di consonanti su cui si applicano degli schemi vocalici) evoca proprio l’idea della resistenza. Ma questa – che è ciò che appare da fuori Gaza, dalle notizie, insieme ai muti corpi – tende a farsi da parte nelle poesie dei gazawi, che lasciano spazio a una hašāša (هشاشة), ‘fragilità’, quella che causa gli ašlaʾ.

هكذا تظل الخيمة قائمة
كأنها شهاده على أن الهشاشة
هي الوجه الآخر الصمود

Hakaḏā taẓullu al-ẖaymatu qāʾymatan
kāʾnnahā šuhāduhu ʿalā ʾanna al-hašāšata
hiya al-wajhu al-āẖar liṣ-ṣumūdi.

Così la tenda rimane in piedi,
a testimoniare che la fragilità
è l’altro volto del Sumūd.

(Yousef Elqedra)

Per un poeta, in ogni caso, è impossibile trattenere la penna. Non può, è contro la sua natura. Neanche sotto il fragore dei razzi può fermarsi, come il pianista sull’Oceano. L’argomento, tuttavia, è dettato dalle condizioni materiali. Gli ašlaʾ, la hašāša. Non può far diversamente, è quello che ha attorno. «Per scrivere una poesia non politica, devo ascoltare gli uccelli, e per sentire gli uccelli, bisogna far tacere gli aerei da caccia» (Marwan Makhoul). Aerei e razzi: il paradosso è che il rumore dei razzi è ciò che permette la poesia. Per scrivere bisogna innanzitutto essere vivi, e «chi sente il suono del razzo sopravvive» (Heba Abu Nada). Quando il razzo colpisce, non rimangono che loro:

والوجع أيضا
لا يترك جائعا
يلملم حبات الأرز
من الأرض
تذكر كيف جمع أشلاء ابنه الجائع
في حقيبة

Wa-l-wajaʿu ʾayḍan
lā yatruku jāʾiʿan,
yulammilimu ḥabbāta al-ʾuruzzi
mina al-arḍi,
tadhakkara kayfa jamaʿa ašlāʾa ibnihi al-jāʾiʿi
fī ḥaqībatin.

E il dolore
non lascia un affamato
che raccoglie chicchi di riso
dalla terra.
Ricorda come ha raccolto i resti di suo figlio affamato
in una borsa.

(Haidar al-Ghazali)

E ancora:

في الحظة التي
سيضع فيها الطفل
قطعة البازل الأخيرة
لتكتمل اللوحة
حينها فقط
سيدرك كيف كان
ابوه أشلاء

Fī al-laḥẓati allatī
sayaḍaʿu fīhā al-ṭiflu
qiṭʿata al-bāzil al-ʾakhīrah
litaktamila al-lawḥa,
ḥīnahā faqaṭ
sayudriku kayfa kāna
abūhu ašlāʾan.

«Nel momento in cui
il bambino
metterà il pezzo finale del puzzle
per completare il quadro,
solo allora
capirà come era ridotto in brandelli
suo padre.»

(Haidar Al-Ghazali)

È quel che resta. Anche queste stesse poesie non sono che macerie. Come ci dicono i curatori nella nota finale, queste poesie «costituiscono solo una piccola parte del materiale che gli autori continuano a scrivere e pubblicare nei limiti e nelle possibilità a loro consentite». E questa raccolta funge quindi da simbolo delle macerie di Gaza. La sua stessa esistenza ‘in questa forma’ – una raccolta, come si raccolgono gli ašlāʾ – indipendentemente dalla qualità della scrittura, testimonia la difficoltà di entrare e uscire da quella prigione a cielo aperto.

Sotto il cielo muto d’Europa, riecheggiano i versi di Neruda dedicati all’orrore della guerra civile spagnola, di ormai quasi un secolo fa:

Chiedete perché la sua poesia
non ci parla del sogno, delle foglie,
dei grandi vulcani del suo paese natio?
Venite a vedere il sangue per le strade,
venite a vedere
il sangue per le strade,
venite a vedere il sangue
per le strade!

(Pablo Neruda, La Spagna nel cuore, tr. di Giovanni Bellini, Passigli, Firenze 2006, ed or. España en el corazón, 1937)

Che possa quindi valere l’invito del ventenne Haidar al-Ghazali a ricostruire dalle fondamenta:

تعالي كي نرتب أبجديه الأكوان

Taʿālī kay nuratib abjadiyyat al-akwān

Vieni che sistemiamo l’alfabeto degli universi.

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