Ma il salice piegato – su “L’indifferenza naturale” di I. Testa

Una recensione di Luca Vaglio al nuovo libro di poesie di Italo Testa (Marcos y Marcos, 2018). "Leggendo sembra di percorrere i momenti di un diario poetico-lirico, o di un poemetto, sulla sostanza delle cose, su di una matrice dell'esistente segreta e implicita, sfuggente ed evidente al tempo stesso. I testi appaiono come episodi non vincolati a un'impalcatura formale rigida, eppure tenuti insieme da una connessione sottile, da un tono di fondo che pagina dopo pagina diventa senso".

Luca Vaglio, Italo Testa, recensione, l’indifferenza naturale, indifferenza, marcos y marcos, poesia contemporanea, laboratorio critico, poesia, mediumpoesiaLa natura, raccontata, descritta, facente parte della realtà, oggetto di dialettiche concettuali in relazione con le principali tendenze del pensiero, strumento per analisi e riflessioni didascaliche sull’esistente, è stata lungo i millenni e i secoli materia e soggetto della letteratura, e della poesia. La natura, vista nei suoi aspetti particolari, ma anche intesa nell’accezione più generale di natura delle cose, alimenta il grande corso della poesia greca e di quella latina, attraversa i poemi di Lucrezio e di Virgilio, per citare due tra nomi più emblematici. Ma – e non c’è bisogno di dilungarsi troppo su questa evidenza – è ancora elemento centrale di scrittura e di riflessione per gli autori dell’Ottocento e del Novecento. Basti citare, brevemente, Giacomo Leopardi e la sua visione di una natura matrigna e indifferente ai bisogni di felicità degli uomini – natura quasi personificata dal poeta di Recanati a contrastare quelle che per lui sono le illusioni del suo tempo, e della storia dell’umanità: il positivismo, la speranza nel progresso, e la fede, la religione – e Giovanni Pascoli, che invece sviluppa una poetica diversa e per certi versi opposta, in cui la natura, vasta e misteriosa, non è luogo ostile, ma amato, nonché manifestazione dell’imponderabile.

E non manca una relazione con la natura nell’opera di Eugenio Montale, il poeta forse più importante del nostro Novecento, e, tra le altre, in quella sua famosa poesia, contenuta in Ossi di seppia (1925), di cui Testa richiama e nega un verso, quasi in un’antitesi filosofica, come se volesse riportare il discorso montaliano sul piano delle cose sensibili, nel titolo di questo libro:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

La natura, tuttavia, in anni più recenti, a partire dai libri del secondo dopoguerra, via via, per gradazioni progressive, e con eccezioni rilevanti – ricordiamo tra i tanti, e tra i maggiori, Attilio Bertolucci – è sempre meno presente nelle poesie scritte in Italia, di cui diventa oggetto, strumento poetico, e in via estesa, metaforica o meno, interlocutrice, sempre meno vitale e sollecitata. Diverse tendenze e tensioni delle scritture poetiche hanno rinunciato ad affrontare il tema, o l’essenza della natura, ritenendo forse quel discorso ormai retorico, superato e inadatto a dare spunti nuovi e autentici, e hanno preso a guardare altrove, a dire soprattutto altro. Richiamando soltanto una di queste tendenze, si può ricordare l’antologia curata da Luciano Anceschi nel ’52 in cui si definiscono le caratteristiche fondamentali dei poeti della Linea Lombarda, per i quali Vittorio Sereni è stato il grande punto di riferimento, e di cui, nel senso più ampio, e non certo in via esclusiva, Testa, nato a Castell’Arquato, e milanese di adozione, può essere ritenuto uno degli eredi “putativi”: forte attenzione agli oggetti, alla concretezza e alla realtà urbana, insieme ad altri elementi di identificazione. 

E, però, è singolare che in un tempo, il nostro, in cui la natura viene lasciata fuori dalla storia della poesia e della letteratura, come se non potesse dirci più nulla di nuovo e di sorprendente, moltissime persone, spesso mentre si trovano nelle città, nelle metropoli quasi senza confini in cui viviamo fotografino cieli, tramonti, frammenti di natura, come se in quelle porzioni di reale ci fosse ancora qualcosa di meraviglioso e di importante da scoprire. Considerate queste premesse, è già un fatto rilevante che un poeta nato nel 1972, e senza dubbio uno dei poeti più consapevoli e colti della sua generazione, e tout court tra quelli italiani, abbia posto il tema e la rappresentazione della natura, o di una natura, al centro del suo libro, fino ad ora, più importante, coraggioso e difficile. 

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L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018) arriva dopo un percorso di scrittura composito, che ha visto Testa affrontare modi stilistici in continuità con una possibile tradizione lirica in La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), approcciare modi vicini a certe forme contemporanee di ricerca e di avanguardia ne I camminatori (Premio Ciampi – Valigie Rosse 2013) e proporre iterazioni linguistiche e di significati che quasi riecheggiano un’idea potenziale di poesia orale in Tutto accade ovunque (Aragno, 2016). 

Testa sembra perseguire una sorta di antitesi poetica, se si vuole, nei confronti della cronaca di questi decenni che vuole una natura assediata, violentata e distrutta dall’azione degli uomini, come se uomo e natura fossero due entità distinte e opposte. E così se in una prosa posta nelle prime pagine del libro si mostra una vegetazione quasi protettiva, come per una tensione originaria e primordiale – “ma il salice piegato a difesa dei container non ha istruito il giorno…”, passaggio che lascia intuire una potenziale ambivalenza dell’indifferenza naturale: non solo estraneità, distanza, ma forse anche essere parte di un tutto, vicinanza e comunanza -, in altri punti dell’opera la natura risulta raffigurabile soltanto al di fuori della cronaca e del contingente, oltre la storia e la logica umana, come la parte profonda, sconosciuta o inattingibile, e in ombra della nostra esistenza e della nostra ragione pratica e occidentale.

Sono numerosi i passaggi, in cui la scrittura, formalmente lirica, libera e misurata insieme, alternando con sapienza, e naturalezza apparente, endecasillabi, novenari e versi più brevi, si fa soprattutto sguardo, privo di pensiero e di sovrastrutture, sensazione-visione essenziale ed esperienziale, complessa e pluricromatica:


pastura

folaghe e acqua, medaglie nel cielo,
lo stagno si oscura se chiudo gli occhi:

imbiancate dalla lana dei pioppi
le auto ondeggiano nella luce chiara:

la vita che ignota fermenta dai fossi
in un’onda di calore svapora:

gettato come pastura ai pesci
il sonno ci avvolge e impasta la bocca:

muti boccheggiamo alla rinfusa
come anguille nel fitto di una chiusa.

 

O ancora:

la lenza

guarda la vita che anonima fermenta
il ritmo uguale dei giorni senza meta:

da qui ti parlo, da questa indifferenza
che nel torpore consuma le cose:

le senti in aria, le gemme già esplose,
come chiaro e tremendo il veder incomba?

lo sguardo sbarrato, la bocca aperta,
l’incuria mi ha preso alla sua lenza.

 

Leggendo sembra di percorrere i momenti di un diario poetico-lirico, o di un poemetto, sulla sostanza delle cose, su di una matrice dell’esistente segreta e implicita, sfuggente ed evidente al tempo stesso. I testi appaiono come episodi non vincolati a un’impalcatura formale rigida, eppure tenuti insieme da una connessione sottile, da un tono di fondo che pagina dopo pagina diventa senso. Qui sta l’indifferenza, la materia di cui dice il titolo, e collocarla oltre la cronaca e la storia che viene raccontata, contingente o millenaria, diventa una scelta forse inevitabile, il limite, la sottrazione che pure determina l’essenza del libro. Va da sé che sulla sostanza in questione, sulla cosa al centro delle poesie e di questa ricerca non ci possa essere morale nè giudizio, e forse nemmeno pensiero, e che, invece, tutto sia sguardo, attenzione, presa di contatto.

Non stupisce che nel campo dell’indifferenza naturale trovino spazio, come una materia vitale o una misura delle cose, l’eros, ciò che si può dire amore, le relazioni tra le persone nella loro valenza fondamentale e impermanente:


i cardi

perchè la luce non sia incerta
questa che ondeggia ai nostri piedi

e il mondo che gira e trema tra i cardi
si fermi un istante e possa portarci;

hai visto amore, distesi sull’erba,
due che non siamo, o siamo già stati?
su un dorso di terra prendono aria,
chiamano l’acqua, che possa bagnarli.

Allo stesso modo appare coerente che in un libro che lavora e agisce sulla purezza dello sguardo si chiami in causa la meraviglia, e il bisogno di apprenderla, e che questo avvenga in uno dei pochi testi dell’opera in cui la posizione dell’autore-osservatore si fa più avvertibile, insieme a un’adesione, che non diventa giudizio, alla direzione, al merito, percepito come autentico, delle cose:


lara, i gigli

dovevo apprendere la meraviglia
se un giorno guardando dalla finestra

ho visto nel sole tua figlia
correre incontro ai gigli già sbocciati,

negli occhi una letizia, una festa
che solo vergogna era il malumore
di fronte agli occhi chiari, spalancati
sull’incanto pauroso delle ore:

dovevo apprendere la dedizione,
il candore feroce delle mani
per cui le cose sono nuove e buone
e senza nome è il frutto di domani.

 

Italo Testa, in sintesi, sembra aver voluto scrivere un libro ambizioso e multiforme sulla natura-vita, sulla sua essenza luminosa e inafferrabile, ambivalente, eppure persistente:

 

ecco, minima cosa spaurita
la luce che ti ferisce è anche gioia
non dimenticarlo, quando vedrai
del bicchiere che colmano i giorni
solo la parte vuota: i contorni
brillano di luce propria, la vita
divide il tuo letto anche quando vai
per una strada umida e ignota.

 

Luca Vaglio



Luca Vaglio, Italo Testa, indifferenza, recensione, l’indifferenza naturale, marcos y marcos, poesia contemporanea, laboratorio critico, poesia, mediumpoesiaItalo Testa (Castell’Arquato, 1972) vive a Milano. È cresciuto nella provincia emiliana, ha passato molti anni a Venezia e fatto studi nomadi tra Francoforte, Berlino, Parigi e Marsiglia.

Tra i suoi libri di poesia: Tutto accade ovunque (Aragno, 2016), i camminatori (premio Ciampi – Valigie Rosse, 2013), La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), Luce d’ailanto (in Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2010), canti ostili (LietoColle, 2007), Biometrie (Manni, 2005), Gli aspri inganni (LietoColle, 2004) e l’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018).

Dirige la rivista «L’Ulisse», è resident dj su «Le parole e le cose» e collabora con altri lit-blog. Pubblica la rivista/poster «2×2» in collaborazione con l’Otis College di Los Angeles e l’ArtCenter College of Design di Pasadena, e cura per l’Accademia di Brera la collana di multipli non_identità e il laboratorio da>verso: transizioni arte-poesia.

Saggista e traduttore, insegna filosofia teoretica all’Università di Parma.

fotografia: Dino Ignani


 

Luca Vaglio, Italo Testa, indifferenza, recensione, l’indifferenza naturale, marcos y marcos, poesia contemporanea, laboratorio critico, poesia, mediumpoesiaLuca Vaglio è nato nel 1973, non lontano da Lecco, e vive a Milano dove lavora come giornalista. Scrive, tra le altre cose, di libri, di temi che stanno dentro la grande categoria della cultura e di viaggi. Ha pubblicato il saggio-inchiesta “Cercando la poesia perduta” (Marco Saya Edizioni – 2016), le raccolte di poesia “Milano dalle finestre dei bar” (Marco Saya Edizioni – 2013) e “La memoria della felicità” (Zona – 2008) e il racconto “In riva al Lario” (Lite Editions – 2013). Nel 2018 è uscita la sua ultima silloge Il mondo nel cerchio di cinque metri (Marco Saya Edizioni). Il suo primo romanzo Il vuotoè uscito quest’anno per Morellini edizioni.

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