Jericho Brown – Inaugural, Work, Say Thank You Say I’m Sorry

Per la rubrica "Sponde", di Alessandro Brusa, proponiamo una selezione di testi di Jericho Brown tradotti e preceduti da una nota introduttiva.

Jericho Brown nel 2020 viene insignito del Premio Pulitzer Poesia per la raccolta The Tradition (Copper Canion Press). I testi che qui proponiamo sono successivi a quell’opera e dimostrano un evidente cambio di rotta formale rispetto a quanto li precede.
Se nella serie Duplex (dal sottoscritto tradotti e pubblicati su questa stessa rubrica nel 2023 https://www.mediumpoesia.com/jericho-brown-duplex/) la brevità del periodo così come la forma spezzata ed interrotta dei versi, o di parti di essi, erano in qualche maniera mitigate dai continui rimandi intratestuali tra parti e scene, nei testi che ora vi proponiamo, in particolare nel primo Inaugural, dedicato all’insediamento alla Casa Bianca del presidente Biden e della Vice Presidente Harris, questa forma viene portata all’estremo costruendo un testo dove anche l’unità tematica viene messa alla prova con l’intento di rendere il discorso il più asettico, freddo e distaccato e conseguentemente, paradossalmente, oggettivo. Non c’è più un punto di vista, c’è solo una raccolta, una elencazione di fatti, di dati, di eventi, una pornografia della storia e degli oggetti priva di qualunque artificiosa emozione. Se il testo di Amanda Gorman, letto in diretta televisiva di fronte a miliardi di persone collegate da tutto il mondo, è ricolmo di speranza per il futuro dove quanto è “gone wrong” viene in qualche maniera medicato dalla speranza, da quel “never again” che apre una porta verso il futuro, molto più amara è la lezione che sembra  “non volontariamente” impartirci Jericho Bown. E per poter imparare non si deve fare sconto alcuno alla storia americana recente, anche riappropriandosi di quanto invece accaduto in un passato meno recente, soprattutto nel campo della lotta ai tanti diritti civili, come il diritto ad una sana politica carceraria, il diritto a non sentirsi in balia di un sistema di repressione perpetrato dalla violenza delle forze dell’ordine, soprattutto verso le minoranze ed i più deboli, così come il diritto alla salute e all’accesso al bene comune tutto, tanto per elencarne alcuni.
Ma sarei ingiusto e nel torto se dicessi che non c’è speranza alcuna nel testo di Brown. Non vuole essere ingenuo, non vuole farsi illusioni, ma la strada la vede chiara e puntare il dito contro tutto ciò che “non va” è l’unico modo per dare risposte, perché

[…] siamo  comunque arrivati qui, dove ciò in cui crediamo
Incontra ciò che deve essere fatto. […].

***

Inaugural

We were told that it is dangerous to touch
And yet we journeyed here, where what we believe
Meets what must be done. You want to see, in spite
Of my mask, my face. We imagine, in time

Of disease, our grandmothers
Whole. We imagine an impossible
America and call one another
A fool for doing so. Can’t you feel it? The trouble

With me is I’m just like you. I don’t want
To be hopeful if it means I’ve got to be
Naive. I’ve bent so low in my hunger,
My hair’s already been in the soup,

And when I speak it’s from beneath my self-
Imposed halo. You’ll forgive me if you can
Forgive yourself. I forgive you as you build
A museum of weapons we soon visit

To never forget what we once were. I forgive us
Our debts. We were told to wake up grateful,
So we try to fall asleep that way. Where, then,
Shall we put our pains when we want rest?

I don’t carry a knife, but I understand
The desperation of those who do,
Which is why I am recounting the facts
As calmly as I can. The year is new,

And we mean to use our imaginations.
One of us wants to raise George Stinney
From the dead. One of us wants a small vial
Of the sweat left on Sylvia Rivera’s

Headband. Some want to be the music made
Magical by Bill Withers’s stutter.
Others arrive with maps, magnifying
Glasses, and graphite pencils to find

Locations beside the mind where we are not
Patrolled or surveilled or corralled or chained.
I, myself, have come to reclaim the teeth
In George Washington’s mouth and plant them

In the backyards of big houses that are not
In my name. My cousins want to share
A single bale of the cotton our mothers
Picked as children. I would love to live

In a country that lets me grow old.
We are otherwise
Easily satisfied. Where do we get
Tangerines for cheap? Can we make it

There on the Metro? How hot is the fire
Fairy blister of chocolate chipotle sauce,
And will you judge me if I taste it? Today,
We’ve put our hunger down for the time it takes

To come and reconcile ourselves to the land
Because it is holy, to the water
Because it swallowed our ancestors,
To the air because we are dumb enough

To decide on something as difficult
As love. If no one’s punishment leads to
Salvation, accountability must be
What waits to mend and move nations.

That’s for us to prove. That’s the deed
To witness. That’s the single item on the agenda
Read in Braille or by eye, ink drying like blood
Spilled this American hour of our lives.

 

Discorso Inaugurale

Ci hanno detto che stare assieme era pericoloso
E siamo comunque arrivati qui, dove ciò in cui crediamo
Incontra ciò che deve essere fatto. Volete vedere, nonostante
la mia maschera, il mio volto. Noi sogniamo, in tempo

Di malattia, le nostre nonne
Come in salute. Noi sogniamo un’America
Impossibile e ci diamo l’un l’altro
Del pazzo per questo. Non lo sentite? Il problema

Con me è che sono proprio come voi. Non voglio
Farmi illusioni se questo vuole dire essere
Ingenui. A tal punto mi sono piegato per la fame,
Che i capelli già stanno nella zuppa.

E quando parlo è da sotto l’aureola che da solo
Mi sono messo. Perdonerete me se potrete
Perdonare voi stessi. Io vi perdono quando costruite
Un museo di armi che presto visitiamo

Per non dimenticare più cosa non siamo più. Rimetto a noi
I nostri debiti. Ci è stato detto di svegliarci riconoscenti,
E in quel modo cerchiamo di addormentarci. Dove, quindi,
Dovremo riporre le nostre pene quando vogliamo riposo?

Io non vado in giro con un coltello, ma capisco
La disperazione di coloro che lo fanno,
Ed è per questo che riporto i fatti
Con tutta la calma che ho. L’anno è nuovo

E intendiamo usare la nostra immaginazione.
Tra noi c’è chi vuole riportare in vita George
Stinney. Tra noi c’è chi vuole un po’
Del sudore della bandana di Sylvia

Rivera. Alcuni vogliono essere quella musica
Resa magica dal balbettio di Bill Withers.
Altri arrivano con delle mappe, con lenti di
ingrandimento, e matite per trovare

Luoghi oltre alla mente dove non siamo
Controllati o sorvegliati o rinchiusi o incatenati.
Io, di per me, sono venuto a reclamare i denti
Nella bocca di George Washington per piantarli

Nei giardini di grandi case che non sono
A nome mio. I miei fratelli non vogliono
condividere nulla del cotone che le nostre madri
raccolsero da bambine. Vorrei tanto vivere

In un paese che mi permetta di invecchiare.
Siamo d’altronde
Soddisfatti con poco. Dove li troviamo
Mandarini a poco? Possiamo arrivarci

Con la Metro? Quanto è piccante la salsa
Chipotle al cioccolato della Fata di fuoco,
E mi giudicherete se l’assaggio? Oggi, abbiamo
Messo da parte la fame per il tempo che ci vorrà

A riunirci e a riconciliarci con la terra
Perché è sacra, con l’acqua
Perché divorò i nostri avi,
Con l’aria, perché siamo stupidi abbastanza

Da esprimerci chiaramente su una cosa così difficile
Come l’amore. Se non punire alcuno porta alla
Salvezza, la responsabilità deve essere
Ciò che serve a migliorare e a spronare le nazioni.

Sta a noi dimostrarlo. È questo il progetto
Da sottoscrivere. Questo è l’unico punto all’ordine del giorno
Letto in Braille o con gli occhi, l’inchiostro si asciuga come il sangue
versato in questo tempo americano della nostra vita.

from The New York Times Magazine – 20 gennaio 2021, in occasione della cerimonia di insediamento del presidente Biden e della vice presidente Kamala Harris.

 *

Work

The men come in every color of black
From the fields of the South
To the mills in the North
And the women too
Some on their feet ready to hoe
Some flat on their backs
One lying facedown
With the train we can trust
In earshot but too far to catch
Very few of us seated
Each so different
You can’t tell us apart
The way the skin on my hands
Is not the skin on my face
My face won’t get a callus
My hands never had a whitehead
But it’s all my body
My body of work is proof
Of color everywhere
I can show you
Just how black everything is
If you let me
If you pay me
If you give me time
To cut
The way a life can be cut into
It’s roosters and whistles and sundowns
And other signals to get up
And go to work
Or to rest a little
My family made a little money
And I was so light
A few of the women called me
Shine
I had an eye
For where I wasn’t like the people
I pulled and pasted together
Where wasn’t I like the people I pasted
Back when Jim Crow touched the black side
Of all the light in the world
First time I came to Atlanta
I couldn’t walk through one door
Of the High Museum
Wasn’t allowed
But baby I’m old
Enough to know
What New Negro means
Let a Negro show you
Let me do my thing
I want to go to work
I want to make me
Out of us
Turn on the sun
Get me some scissors

 

Lavoro

Gli uomini in tutti i toni del nero vengono
Dai campi del Sud
Alle fabbriche del Nord
E le donne anche
Alcune a piedi pronte per i campi
Alcune giù sulla schiena
Una che giace a faccia in giù
Nelle orecchie il fischio del treno in cui
Speriamo – troppo lontano da prendere
Solo pochi di noi seduti
Ognuno così diverso
Impossibile distinguerci
Come la pelle delle mie mani
Non è quella sulla mia faccia
La mi faccia non avrà mai calli
Le mie mani non hanno mai avuto brufoli
Ma è tutto il mio corpo
Il mio sudore è ovunque
Prova del colore
Vi posso mostrare
Quanto tutto sia nero
Se me lo permettete
Se mi pagate
Se mi darete tempo
Per distruggere
Come una vita può essere tagliata
Come galli e fischi e tramonti
Ed altri segnali per alzarsi
E andare al lavoro
O riposarsi un po’
La mia famiglia guadagnava poco
E io ero così leggero
Alcune donne mi chiamavano
Splendore
Avevo occhio io
Per dove non ero come le persone
che ho copiato e incollato insieme
Dove non ero io come la gente che ho messo insieme
Al tempo in cui Jim Crow toccò il lato nero
Di tutta la luce del mondo
La prima volta che venni ad Atlanta
Non potevo attraversare una porta
Del Museo High
Non mi era permesso
Ma baby sono vecchio
Abbastanza da sapere
Cosa New Negro voglia dire
Lascia che un Negro te lo mostri
Lasciami fare le mie cose
Voglio andare al lavoro
Voglio costruire me stesso
A partire da noi
Accendi il sole
Passami le forbici

from The Art Section – Online Journal of Art and Cultural Commentary

*

Say Thank You Say Im Sorry

I don’t know whose side you’re on,
But I am here for the people
Who work in grocery stores that glow in the morning
And close down for deep cleaning at night
Right up the street and in cities I mispronounce,
In towns too tiny for my big black
Car to quit, and in every wide corner
Of Kansas where going to school means
At least one field trip
To a slaughterhouse. I want so little: another leather bound
Book, a gimlet with a lavender gin, bread
So good when I taste it I can tell you
How it’s made. I’d like us to rethink
What it is to be a nation. I’m in a mood about America
Today. I have PTSD
About the Lord. God save the people who work
In grocery stores. They know a bit of glamour
Is a lot of glamour. They know how much
It costs for the eldest of us to eat. Save
My loves and not my sentences. Before I see them,
I draw a mole near my left dimple,
Behind my mask. I grin or lie or maybe
I wear the mouth of a beast. I eat wild animals
While some of us grow up knowing
What gnocchi is. The people who work at the grocery don’t care.
They say, Thank you. They say, Sorry,
We don’t sell motor oil anymore with a grief so thick
You could touch it. Go on. Touch it.
It is early. It is late. They have washed their hands.
They have washed their hands for you.
And they take the bus home.

 

Dire Grazie Dire Mi dispiace

Non so da quale parte stai,
Io sono qui per coloro
Che lavorano negli alimentari luccicanti al mattino
E chiudono per le pulizie di notte
Dietro l’angolo ed in città che non so dire,
In città troppo piccole perché la mia grande nera
Auto possa andarsene, e in ogni angolo
Del Kansas dove andare a scuola vuole dire
Almeno una gita scolastica
Al mattatoio. Voglio così poco: un altro libro rilegato
in pelle, un gimlet con un gin alla lavanda, del pane
Così buono che quando lo assaggio possa dirti
Come è fatto. Vorrei che ripensassimo
Cosa significa essere una nazione. Sono in vena di parlare dell’America
Oggi. Ho un PTSD
Causato dal Signore. Dio salvi le persone che lavorano
Nei negozi alimentari sanno che un po’ di incanto
è tanto incanto. Sanno quanto
costa mangiare per quelli più vecchi tra noi. Salvi
I miei amori, non le mie frasi. Prima di vederli,
disegno un neo vicino alla mia fossetta sinistra,
dietro la mia maschera. Sorrido o mento o forse
Ho la bocca di una bestia. Mangio animali selvatici
Mentre alcuni di noi crescono sapendo
cosa sono gli gnocchi. Alla gente che lavora negli alimentari non importa.
Dicono Grazie. Dicono Mi dispiace,
Non vendiamo più olio motore, con una pena tale
Che si potrebbe toccare. Fate pure. Toccate.
È presto. È tardi. Si sono lavati le mani.
Si sono lavati le mani per voi.
E prendono il bus verso casa.

from The New York Times Books Review 21 giugno 2020.

***

Testi riprodotti e tradotti su permesso dell’autore Jericho Brown, permesso concesso in data 26 ottobre 2023.

Alessandro Brusa, “Sponde” – Jericho Brown, Duplex

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Il canto interrotto di Gertrud Kolmar

Totalmente ignorata in vita e molto tardivamente apprezzata dopo la morte ad Auschwitz nel 1943, la poetessa e scrittrice Gertrud Kolmar di cui l’anno scorso si è celebrato il 125esimo anniversario della nascita a Berlino nel 1894, è considerata oggi una delle poetesse tedesche di origine ebraica di maggiore importanza del secolo scorso. Il critico Patrick Bridgewater nella sua antologia “Twentieth-Century German Verse” la definisce “uno dei grandi poeti del suo tempo, e forse la più grande poetessa che abbia mai scritto in tedesco”. Poco si sa della sua vita e nulla sulla sua morte, ma il suo canto così crudelmente spezzato, ci incanta oggi non solo per l’altissimo livello poetico ma anche per il coraggio di parlare apertamente in un periodo in cui molti poeti ed intellettuali si erano defilati davanti alla repressione culturale nazista.

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