Francesco Tripaldi – Il machine learning e la notte stellata

Marilina Ciaco intervista Francesco Tripaldi (Tricarico, 1986), proponendo una scelta di poesie dal suo ultimo libro "il machine learning e la notte stellata" uscito l'anno scorso per la gialla (Lietocolle-pordenonelegge). A seguire le letture ad alta voce di due testi da parte dell'autore.

Incominciamo in un modo piuttosto prevedibile ma, a mio avviso, necessario: il titolo. Il machine learning e la notte stellata introduce il lettore in uno spazio poetico segnato da una dicotomia forte, da una parte il presente tecnologico e tecnocratico polverizzatosi in una miriade di big data e dall’altra il topos lirico (romantico?) per eccellenza, quella «notte» alla quale generazioni di poeti hanno indirizzato il proprio canto. Eppure i prodotti della tecnologia sono stati di frequente interpretati come estensioni dell’umano, protesi che ci hanno resi ciò che siamo sin dalla preistoria, fondando il nostro essere-umani sull’essere-tecnici – penso al lavoro di studiosi come Gilbert Simondon, Peter Sloterdijk o, in Italia, Pietro Montani. Credi esista un’opposizione categorica fra «stato di natura» e tecnologie? In che modo ritieni che le tue idee a riguardo abbiano influenzato la tua scrittura?

Innanzitutto, ti ringrazio di avermi accostato a tali altisonanti nomi, anche se sinceramente spero che l’interesse per la mia opera non sia quasi del tutto postumo come per quella di Simondon. 

Il titolo è volutamente antitetico poiché vuole introdurre una riflessione sul ruolo del poeta quale soggetto deputato alla riconciliazione di contrapposte istanze. Credo che il poeta sia forse il solo in grado di passare da una dimensione all’altra e di cucire così un ricamo di sintesi, di convivenza e di influenza reciproca creando da commistioni di elementi completamente differenti una bellezza coagulante. Di questi tempi la tecnologia è parte integrante della nostra vita (presto forse parte invadente) pertanto dovremo conviverci in maniera sempre più naturale. Non voglio, infatti, immaginare la tecnologia come un qualcosa di opposto alla natura, vorrei che diventasse la nostra “nuova” natura. Affinché ciò possa essere possibile la tecnologia dovrà riuscire a creare bellezza così come, da secoli, fa la natura e in questa transizione forse i poeti possono già riuscire ad elaborare e condividere con tutti una notte stellata 2.0

Per rispondere alla tua domanda direi quindi che le mie idee sono l’origine e lo scopo stesso della mia scrittura.

In Epitaffio della poesia analogica scrivi «Il cloud è la cosa che più assomiglia alla divinità» e più avanti, in Preghiera 2.0, si invoca un «Web provider che sei nel cloud». Un altro elemento che ritorna a più riprese sin dal testo di apertura è quello del «buio», un’oscurità impenetrabile che permea gli oggetti e sembra renderne impossibile una maggiore focalizzazione, lasciando emergere in diversi punti della raccolta una difficoltà della visione, il sistematico cortocircuito delle facoltà percettive. Verrebbe da pensare a un testo estremamente significativo per comprendere la portata storica e sociale della rivoluzione digitale, Nuova era oscura di James Bridle, pubblicato da Not lo scorso anno. Bridle paragona l’orizzonte del cloud a «un’infinita biblioteca borgesiana con tutte le sue intrinseche contraddizioni: una biblioteca che non converge in nessun punto e che rigetta ogni logica. Tutte le nostre categorie, le nostre sintesi e le nostre certezze non sono più soltanto insufficienti; sono letteralmente illogiche». Di conseguenza la rete, anziché rendere il reale più visibile, lo avrebbe gettato irrimediabilmente in una nuova oscurità. Il tuo monstrum-cloud è coerente con questa visione?

Hai citato un autore molto interessante, probabilmente il padre del concetto che ho cercato di esprimere nella mia risposta precedente. Bridle, infatti, parla di una nuova estetica che nasce appunto dalla fusione tra il mondo vero e quello digitale ma anche dei danni collaterali del progresso tecnologico e della computazione. Trovo il suo punto di vista abbastanza condivisibile con la differenza che la mia visione è probabilmente un po’ più mistica e un po’ meno scientifica. Io guardo alle potenzialità del cloud computing e dell’intelligenza artificiale come a quelle delle divinità immaginando che possano dar vita ad una nuova genesi o, se pensiamo ai timori che hanno espresso Elon Musk, Bill Gates e i più grandi professionisti del settore, che possano magari sterminarci tutti. 

Il mio cloud è oscurità diffidente ma addomesticabile. È espressione di potenziale grandiosa bellezza. In fondo, come recita un brano della raccolta (ci si può autocitare? vado?): “ognuno ha le sue nuvole” da Aristofane a Fuksas, noi oggi dobbiamo solo abituarci a sognare con una ancora più intangibile.

Nella tua poesia sembrano convivere due principali filoni di ascendenza, ai quali corrispondono due matrici linguistico-stilistiche nonché due posture poetiche concomitanti. Abbiamo da un lato l’eredità della beat generation – peraltro chiaramente esibita nel repertorio citazional-macchiettistico di Vermouth beat – con l’intrusione di colloquialismi ed elementi gergali, la ricerca di una forte aderenza al quotidiano e all’intera gamma del basso-mimetico-corporeo, ma anche l’inaspettato utilizzo di metri tradizionalmente “cantabili” come l’ottonario e il decasillabo, riconvertiti in chiave underground. L’altro filone che mi pare di rintracciare è quello di un post-crepuscolarismo in parte nostalgico, in parte intimamente consapevole della propria inevitabile condanna all’inattualità. Innumerevoli, soprattutto, gli echi gozzaniani e palazzeschiani: la figura del poeta piromane che vive vite sbagliate o del poeta-granchio che ha il cuore nel cranio, il rapporto con l’eros e il femminile, la ricostruzione di scenari di vita urbana e dell’odio-amore verso la metropoli, non-luogo all’interno del quale si oscilla di continuo fra il disagio asfittico e la spasmodica, iperstimolata, curiosità. Vi è in ogni caso un sistematico rovesciamento ironico del tragico nel suo doppio comico-grottesco, anche questo un procedimento tipicamente crepuscolare che ben si adatta a segnalare una delle cifre più emblematiche del contemporaneo: l’impossibilità della tragedia. Che ruolo hanno dunque assunto per te i poeti della beat-generation e i crepuscolari?

Durante i primi anni di università ho vissuto una grande stagione di passione per la beat generation: ho letto Burroughs, ovviamente Kerouac, Ferlinghetti, Corso (immenso), Miller ma tra tutti, se dovessi sceglierne uno, direi Ginsberg. Leggendo le sue opere mi sono come accorto che usare le parole in maniera convenzionale porta ad esprimere concetti convenzionali. Da lì probabilmente anche la vicinanza alla corrente del verso libero e quindi Palazzeschi con il suo periodo futurista vicino al mio strepitare all’interno del presente.

Una eco gozzaniana invece la potrei individuare nel voler far convivere insieme diversi registri, accoppiare le singolarità, congiungere gli estremi, associare le diversità per far scintillare i versi. Da un lato quest’aspetto è proprio della finalità dell’opera di cui parlavo in precedenza in relazione al ruolo del poeta dall’altro, come diceva Montale dei versi di Gozzano, il “far cozzare l’aulico col prosastico facendo scintille” è un effetto che mi piace molto ricercare nella mia produzione.

Sinteticamente ti risponderei dicendo, quindi, che entrambe queste correnti o quantomeno alcuni degli autori più rappresentativi delle stesse sono stati probabilmente una chiave di volta nello sviluppo della mia cifra stilistica.

In tre dei testi della tua raccolta hai scelto la forma prosastica anziché quella versale. Epitaffio della poesia analogica sembra essere un testo introduttivo; perimetra il campo d’azione all’interno del quale ci si muoverà passando rapidamente da un elenco di suggestioni immaginifiche bourroughsiane, quasi da delirio onirico, a una constatazione generazionale degne di una seconda Teoria della classe disagiata. Il secondo, Indisponibilità alla cura del pensiero disfunzionale, mostra invece i connotati di un lungo monologo interiore del soggetto lirico, dove il lessico si prosciuga e si sottrae agli accostamenti surreali senza però mai approdare a un impersonale “grado zero”, mentre Di venerdì sera le cene gourmet è un dialogo fra due personaggi, uno maschile e uno femminile, presumibilmente intenti a mimare gli stereotipi di una classe che non li rappresenta e ricostruendo in tal modo un ulteriore topos che tanta cinematografia, dalla nouvelle vague alla commedia italiana, ha piacevolmente messo in scena. Come motiveresti la tua scelta dell’utilizzo della prosa in questi casi? In che cosa questi testi differiscono dai testi in versi? 

Devo riconoscere grande accuratezza anche a questa tua analisi. La prima prosa vuole effettivamente dire al lettore: “qui non troverai nulla di simile a quello che hai letto in precedenza”. Una specie di affermazione stilistica volutamente provocatoria e presuntuosa. Le altre due prose o forse prose poetiche nascono, come molti altri brani, da episodi o esperienze realmente vissute che però i versi non riuscivano a contenere. Le storie che in esse racconto avevano bisogno di una estensione e di un respiro più ampi, volevo che vorticassero all’interno della testa del lettore quasi per ossigenarsi come i rossi strutturati. Tuttavia, non penso differiscano molto per stile dai testi in versi: cercano di incuriosire con le stesse allusioni, gli stessi ammiccamenti, gli stessi escamotage forse solo un po’ più insistenti, come quando – da ubriaco – ci provi con la barista. 

Intervista a cura di Marilina Ciaco

Il machine learning e la notte stellata

È troppo buio per vedere là fuori, 
per non pisciarsi sui piedi. 
È troppo buio per vedere 
cosa si agita in te 
le tue query a Google, 
i tuoi voti a Dio. 
Madre natura è senza fiato, 
le hai rubato il diario dei semi, 
le stagioni smetteranno di ruotare 
la terra inaridirà come il nostro vocabolario 
la profilazione sostituirà il libero arbitrio. 
Saremo poeti per legittima difesa, 
e bari per necessità 
in questa notte stellata, 
in questa galassia di big data.

*


Epitaffio della poesia analogica

Questa è l’origine, l’Azzurro elementare, la dispersione, il creato, il brodo 
primordiale di 0 e 1 che si rimestano in sequenze deossiribo-nucleiche digitali.
Questo è l’equilibrio, un’escursione lungo i rilievi cartografici delle nostre solitudini, 
l’orografia di un deserto di luce, una selva di mani che accarezza il volto di un santo, 
l’incastro perfetto tra contenuto e forma, zenit e nadir cuciti insieme al contrario.
L’origine è uno sparviero che attraversa in loop un bosco di sequoie producendo 
un fischio impercettibile che si riverbera nella memoria collettiva, nella fotosintesi delle 
angiosperme risintonizzando le nostre trasmissioni sentimentali.
Se ora avvicini l’orecchio al mio petto puoi sentire il rumore del mare.
Irvin Welsh e Simenon, loro sì che hanno visto i treni passare.
Beckett ha vinto un Nobel senza andarlo a ritirare, io ho solo il mio personale epos 
di avvocato con le Vans, le mie asimmetrie posturali, l’assenza di baricentro, il non 
sapermi collocare nel presente senza lamentarmi o frignare. 
Possiamo scegliere il taglio di capelli, i boxer con il nome di qualcun altro sopra, 
quanti caffè bere durante la giornata, su quale categoria di porno sollazzarci, se chiamare o meno nostra sorella, se finire la vaschetta di gelato, se sposarci, se vaccinarsi oppure essere coglioni. 
Il cloud è la cosa che più assomiglia alla divinità.
Da valige in fiamme, una pioggia di fotografie come lapilli incande-scenti si deposita 
sulle nostre smagliature facendole brillare come vene aurifere del Klondike.
Mettete un casco d’astronauta, il vascello esplodente di un nuovo big bang sta per 
salpare, non siamo organismi spontanei siamo parassiti autotrapiantati, siamo 
marmellata di pixel, siero di rigetto dell’evoluzione.
Raggiungiamo i nostri nascondigli, scuotiamo i sonagli nell’arca sotterranea 
dell’aurora, non siamo eroi, abbandoniamo - dunque - il campo di battaglia, 
attendiamo l’ultimo bagliore nei nostri rifugi in silenzio senza fare rumore, 
ascoltiamo il giradischi del destino gracchiare sfinito 
tra i versi dei nostri poeti preferiti.
 
*


Vermouth beat


(…) Quando dicevo a mio padre che desideravo moltissimo scrivere, lui diceva 
non c’è posto in questo mondo per uno “scrittore poeta”. Ma la prigione era diversa, 
c’era posto per uno “scrittore poeta” (…)
Gregory Corso


Aspetto che ritornino di moda
gli sgabuzzini clandestini
per scrittori arrapati
dove bere era intellettuale
tanto quanto fornicare.
Riappariranno
i sotterranei di Kerouac,
le soffitte di Ginsberg,
il cucinotto abitabile di Burroughs,
la prigione di Corso,
le terrazze di cemento e stelle
monumento all’ispirazione originale
e alle tasche vuote
di un pantalone di velluto oversize
comodo da farsi sfilare
nella toilette di uno Speakeasy di Frisco
da un’afroamericana denti d’avorio
che dalla platea di analfabeti,
tra un sorso di Vermouth e un altro,
ripete sussurrando
ogni tua ossuta,
isterica,
abbacinante
parola.
Riapparirà la poesia.

*


Poeta lo dici a tua madre

Ma cosa ne sai tu,
del potere evocativo del dolore,
di bocche sempre sporche di parole,
di totem o di tabù.
Il poeta è un gambero,
ha il cuore nel cranio.
Cosa ne sai,
di consunzione e consustanziazione,
dei lutti di amici immaginari
delle ardenti condoglianze dei dioscuri,
di chi cerca di fare un occhio nero alle nuvole,
del disperato digiuno dei pidocchi
tra le ali degli angeli.
Cosa ne sai tu,
di come rubare alla luna il pallore,
ai bambini il pallone
per non sentirli gridare più.
Cosa ne sai,
della differenza tra favola e fiaba,
di tramonti vermiglio come ginocchia sbucciate,
dell’arte vera e di quella che si fa concupire,
di chi esercita
il mestiere più antico del mondo,
quello con la “p”,
il poeta.

*


Preghiera 2.0

Web provider che sei nel cloud,
sia aggiornato il tuo firewall,
venga il tuo hosting
sia fatto il tuo backup
tratta oggi i nostri dati quotidiani
e rimetti a noi i nostri bitcoin
come noi li rimettiamo alla blockchain
e non ci indurre a prestare consensi inconsapevoli
ma liberaci da ogni irreale
aspettativa di privacy.
Password: @m3n

Francesco Tripaldi

Francesco Tripaldi

Francesco Tripaldi

Francesco Tripaldi, nasce in Basilicata a Tricarico (MT) il 27 maggio 1986. Frequenta il liceo classico Q. O. Flacco di Potenza, si laurea in legge e si specializza all'Università di Bologna. Nel 2015 si trasferisce a Milano dove, attualmente, esercita la professione di avvocato. Il suo ultimo libro il machine learning e la notte stellata è uscito nel 2019 per la  collana gialla di Lietocolle-Pordenonelegge. Le poesie di Francesco Tripaldi sono apparse su molte riviste e blog specializzati.

Negli anni 2012, 2015, 2016, 2018 i suoi brani vengono pubblicati sull’antologia dei finalisti del concorso letterario Coop for Words. Nel 2016 pubblica il racconto breve Autogrill interstellare sul n. 104 della rivista «Il Segnale» e la prosa poetica Giunti di dilatazione sul numero di maggio dello stesso anno della rivista «Versante Ripido». Nel 2018 Francesco Tripaldi si classifica secondo al Concorso Letterario Nazionale Guido Gozzano con la presente silloge Il machine learning e la notte stellata.

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Pietro Polverini, Antologie, Poeti italiani nati negli anni 80 e 90, Planetaria, Abitare la parola, interno poesia, taut, ladolfi

Per un’analisi sinottica di 3 antologie di poeti nati fra ’80 e ’90

Presentiamo un articolo del nostro nuovo critico della redazione, Pietro Polverini, che compie un’analisi sinottica delle tre recenti antologie sui poeti nati fra gli anni Ottanta e Novanta: Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 (Interno Poesia, 2019-2020) a cura di Giulia Martini, Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta (Giuliano Ladolfi, 2019) a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, Planetaria – 27 poeti del mondo nati dopo il 1985 (Taut, 2020) a cura di Alberto Pellegatta e Massimo Dagnino.
A seguire una tabella con l’elenco alfabetico degli autori italiani presenti in una o più delle antologie, con città e anno di nascita.

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