Flavio Santi / Sparare a zero. Intervista e testi

Per la tredicesima puntata del format "Sparare a zero", la redazione intervista il poeta Flavio Santi. Fotografia di Diego Marras.
  1. Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?

Essendo una rubrica di poesia, parlo di libri di poesia, di autori vivi e vegeti: Dall’interno della specie di Andrea De Alberti; La prima parte di Carlo Carabba; Schiuma di quanti di Durs Grünbein; Ultimo discorso alla società proustiana di Barcellona di Mathias Enard e Sintassi italiana di Edoardo Albinati. Ma permettetemi di aggiungerne un sesto, collettaneo: Tutte le poesie di Fernando Bandini. Considero Bandini tra i vertici della poesia in assoluto. Capace di muoversi su tre registri, italiano, dialetto e latino, e dotato di una particolarità universale/universalità particolare propria solo dei grandi autori. Qualora arriviate in fondo all’intervista, capirete ancora meglio il perché.

  1. Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana? Per chi scrivi poesia?

Parlerei più in generale di “scrivere” – visto e considerato che la mia scrittura poetica è molto fluttuante e discontinua (anche se io considero scrittura in proprio anche la traduzione di poesia). A questa cosa penso spesso, ma non credo di avere una risposta univoca. Se non scrivo/leggo/traduco (per me le tre cose sono indissolubilmente legate tra loro), sto male fisicamente – sento i sassi in testa. Per chi scrivi: Forse scrivo per la mia famiglia. Per mia moglie Chiara. Per i miei nonni. Per mio padre Alfeo. Per la mia terra, il Friuli. In fondo mi sento un “cantastorie” friulano, lo faccio con vari mezzi, la poesia, il romanzo, la radio, la tv ecc. E forse scrivo anche per cercare di trovare una risposta alla domanda “Per cosa/chi scrivi?”, in una sorta di circolo vizioso molto à la Queneau (autore in fondo lontanissimo dai miei gusti, ma per me fondamentale: di queste contraddizioni “quantistiche” ne troverete spesso durante l’intervista).

  1. Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?

Per molti anni sì, è stato così: due gruppi soprattutto spiccavano, quello di “Atelier” e quello di “Nuovi Argomenti” – che si intersecavano, orbite di afelio e perielio, ad altri come “Autografo” di Maria Corti e “Testo a fronte” di Franco Buffoni. Lì il collante era la stima reciproca – ma con forti dosi di ferocia critica se necessario, perché non ci si faceva sconti. Poi è arrivata la morte. Di Simone Cattaneo (“Atelier”), di Enzo Siciliano (“Nuovi Argomenti”), di Maria Corti (“Autografo”). Prima mi avete chiesto per chi scrivo: be’, scrivo anche per loro. Oggi è tutto molto più frammentario, e soprattutto legato da interessi di parte, extra-artistici (anche prima c’erano, non sono così ingenuo, ma non erano la priorità). Ho rapporti di stima e anche amicizia con molti poeti: dai più giovani come Demetrio Marra o Daniele Orso (ma anche più giovani, mi piace “tenere a battesimo” nuovi poeti) ai miei coetanei (Andrea De Alberti, Gabriel Del Sarto, Domenico Brancale, Daniele Mencarelli), fino ai Maestri come Franco Buffoni, Valerio Magrelli, Nino De Vita. Ma mi interessa anche molto il parere dei (pochi) lettori di poesia puri, dunque non del settore: li vado a cercare, li stano, ne sollecito impressioni a caldo – e a freddo. Quando mi dissero che le poesie “non finite” dell’ultima sezione di Quanti venivano proseguite dai (pochi) lettori, a me fece un immenso piacere.

  1. Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?

Direi per forza di cose, scrivendo in italiano (e non solo). Due filoni mi interessano soprattutto, soltanto in apparenza in contraddizione. Il filone dialettale, così ricco di umori e “cose”: qui i nomi si sprecano davvero, una fioritura impressionante, da Belli e Porta fino ad Amedeo Giacomini, Elio Bartolini, Giacomo Noventa ecc. ecc. E il filone neolatino, umanistico-rinascimentale: Giovanni Marrasio (autore del più breve canzoniere d’amore in assoluto), Angelo Poliziano, Giovanni Pontano, Girolamo Vida (ricordo una bellissima poesia sulla pace, Pax) sono poeti di razza. I metafisici inglesi (Herbert, Vaughan, Crashaw) hanno una notevole produzione anche in latino, ad esempio. Mi sento molto vicino alla poesia inglese e americana anche, e a quella russa (sto infatti cercando di imparare il russo, finora riesco solo a compitare l’inizio delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij: Ià cielaviek balnoi…). Mi incuriosisce invece molto la capacità performativa di certe tradizioni poco note da noi: ad esempio, la poesia indonesiana, molto teatrale nella recitazione [Sajak Godi Suwarna Pukau Penonton di Balairungsari Taman Budaya (youtube.com)].

  1. Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?

Pittura e fisica quantistica direi. Della pittura e dei pittori invidio molto l’approccio materico, concreto, sapido alla realtà. Quello sporcarsi le mani con colori e pigmenti, quel loro guardare dritto alla tela, senza tante astrazioni filosofiche (se ci sono, sono dentro il quadro, non fuori nei discorsi). Sto rileggendo Il libro mio di Pontormo: lì si capisce molto bene questa attitudine. Pontormo parla solo del proprio corpo (deiezioni comprese) e di quadri! Sulla fisica quantistica invece ci sto riflettendo da tempo [Muoversi in quanti, tra scienza e poesia? Un dialogo – Treccani – Treccani].

  1. Che rapporto hai con la metrica e la rima?

La rima mi interessa molto, cerco di usarla. La metrica meno, ma misurandomi adesso con la scrittura in latino (sulla scia di Bandini, ma anche di un certo Rimbaud), direi che è molto, se non tutto. Ai poeti suggerisco sempre di “sporcarsi le mani” in due modi, almeno: scrivendo in latino (lì si raggiunge il massimo dell’artificio, che però è un artificio naturale, se ben calibrato) e scrivendo un giallo (utilissimo per il ritmo, l’organizzazione dei pensieri, la tensione ecc.).

  1. Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

Demetrio Marra, Daniele Orso e Diletta D’Angelo.

0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?

Fiero seguace della legge di Sturgeon (“90% of everything is crap”), ho un gusto molto selettivo. Ma questo gusto è in funzione della mia scrittura. Nei panni di “scrivente” sono ferocissimo, perché quella ferocia la applico innanzitutto a me stesso, quindi – paradossalmente ma fino a un certo punto – potrei dire che non mi piace innanzitutto Flavio Santi – bisogna lavorarci, più secchezza, troppe digressioni, troppa maniera ecc. Dismessi i panni dello scrivente, in quelli di lettore sono onnivoro invece. Però non mi convince la poesia “orale”, degli slam poetry. Non in assoluto (la tradizione della black poetry è grandiosa), ma questa, di questi anni, mi sembra molto provinciale, capisco le (buone) intenzioni, ma la resa su carta è debolissima (perché il problema è questo: sulla carta non regge, perché allora ostinarsi a portarla sulla carta?). Qualche nome? Burbank, Petrosino, Zhara, Voce… Veniamo però ai Maestri, sennò è troppo facile. Eugenio De Signoribus. Versi strepitosi, alternati a rovinose cadute, a mio avviso. Credo capiti soprattutto a certi poeti molto osannati dalla critica, che a un certo punto si siedono, non sono più in tensione – esistenziale e dunque linguistica. In genere direi che nutro svariate perplessità per quel genere di poesia che, semplificando, potremmo definire “sperimentale”. Cancella, cancella. Perché allora adoro Amelia Rosselli o Wallace Stevens, che certo bucolici non sono? Tutto questo in termini di logica lineare, principio di non-contraddizione ecc., non si spiega. Si spiega benissimo invece alla luce della fisica quantistica.

Ti chiediamo infine di proporci alcuni tuoi testi poetici.

Io ho almeno “tria corda”, tre cuori, secondo una celebre espressione latina. Ecco dunque un testo ricavato da Rimis te sachete/Poesie in tasca (Marsilio, 2001), declinato secondo i “tria corda”: friulano, italiano e latino (con un pizzico di greco anche). Per la resa in latino ringrazio l’ultimo degli umanisti, Massimo Scorsone.

I Santi? Non sono, non sono questi i Santi!

(P.P.Pasolini)

                             Par C.

Un plan là ch’i Mongui
a batajavin e a metevin i fucs
e chischiu son i voj.
Ma ancje da lis arcades, a pindulin i voj
tanche da lis catacombes
i cristians cu le pôre
e ’l me voli ancjmò al è ’l cristian
dongje ’l leon, te rene.
Un grum de saetes plenes d’aghe
e là al è le muse.
Par lâ di là e dentri
a scugniress un palombâr:
’ne cronologje dal ciâf ai pîds:
la storie al è ancjmò longje.
Par cumò iò cussì mi pituri
là ch’ai piardût le sperance d’orografie.

*

Un piano dove i Mongoli
battagliavano e bivaccavano
e questi sono gli occhi.
Ma anche dalle arcate, pendono gli occhi
come dalle catacombe
i cristiani impauriti
e il mio volto è anche il cristiano
vicino al leone, nell’arena.
Un mucchio di saette annacquate
ed ecco la faccia.
Per andare oltre e dentro
ci vorrebbe un palombaro:
una cronologia dalla testa ai piedi:
la storia è ancora lunga.
Per ora io mi do questo ritratto
dove ho perso la speranza d’ogni orografia.

(Rimis te sachete, Marsilio, 2001)

*

Chunis planities tum peragrantibus
aptusque ad foculos barbaricos locus:
haec sic lumina. At et fornice penduli
curuo sunt oculi: lucifugae suis
ceu cryptis timidi saepius hinc micant;
et uultus mihimet Christicolis pares
dum saeuis inhiant in caueis ferae.
Fulgur roscidulis ictibus adfluens:
totum en oris habes, quod satis est, decus.
Intus quo melius noscas, et in cute,
urineris opus, siue chronographis,
ad talos homo ut a uertice persequar:
res namque haud brevis est. In scidula
modo me leui refero, spe δ᾽ὀρέων carens.

***

Flavio Santi scrive, traduce, insegna, legge, coltiva un piccolo orto. Tra gli ultimi lavori: Quanti (Industria&Letteratura, 2020, Premio Viareggio-Rèpaci) e la seria gialla dell’ispettore Drago Furlan per Mondadori (La primavera tarda ad arrivare; L’estate non perdona).

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Pietro Polverini, Antologie, Poeti italiani nati negli anni 80 e 90, Planetaria, Abitare la parola, interno poesia, taut, ladolfi

Pietro Polverini | Per un’analisi sinottica di 3 antologie di poeti nati fra ’80 e ’90

Presentiamo un articolo del nostro nuovo critico della redazione, Pietro Polverini, che compie un’analisi sinottica delle tre recenti antologie sui poeti nati fra gli anni Ottanta e Novanta: Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 (Interno Poesia, 2019-2020) a cura di Giulia Martini, Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta (Giuliano Ladolfi, 2019) a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, Planetaria – 27 poeti del mondo nati dopo il 1985 (Taut, 2020) a cura di Alberto Pellegatta e Massimo Dagnino.
A seguire una tabella con l’elenco alfabetico degli autori italiani presenti in una o più delle antologie, con città e anno di nascita.

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