Todd Portnowitz | Tre poesie da “The root of nothing” tradotte con Chiara Bernini

MediumPoesia presenta tre testi poetici del poeta americano Todd Portnowitz, nella traduzioni di Chiara Bernini, estratte dal libro "The Root of Nothing / La radice del niente", opera ancora inedita di prossima uscita a maggio 2021.

Introduzione

Tre poesie che pensano nel letto. Che fanno onore a quest’atto, a volte piacevole a volte autodistruttivo. Ora vivo in un altro appartamento, ma rileggendo questi testi mi vengono dei ricordi forti di quel letto, di quella stanza di pochi piedi quadrati, in un appartamento con altri tre coinquilini–ognuno con una stanza identica, ognuno che faceva i propri pensieri sciocchi nella propria scatola. I testi fanno parte di un gruppo di poesie che si chiama, appunto, “Poems from My Bed / Poesie dal letto,” una delle sette sezioni che compongono il libro The Root of Nothing / La radice del niente, che uscirà verso maggio 2021 con l’editore palermitano Edity in un’edizione bilingue (inglese/italiano). Tutte le traduzioni, incluse queste tre, le ho fatte insieme a Chiara Bernini, che ha anche aggiunto una nota introduttiva al libro. Se non sbaglio, “Dormire con il telefono” è stata la prima poesia che abbiamo tradotto insieme, quasi tre anni fa, l’inizio di una preziosa collaborazione. 

Sleeping with My Phone

Like a balloon strung to the back of a chair,
where the back of the chair is my head,
my phone often rests with me in bed,
on the right, where a girl would be.
Or like a thought bubble, really,
and in that bubble: all my words
and the words of friends,
and the many more words of strangers,
and the game Words With Friends . . .
No, no, I deleted that game.
The only game I really have is Heads Up!,
the one created by Ellen DeGeneres,
where you put the phone to your forehead, and,
in any case,
that one, too, is about words.
There are more words in the bubble
than any cartoonist would dare to fit.
Only an absurdist
would want so many words in the bubble
and only a coward, like me,
would want that bubble in bed with him,
floating there, solidly,
thinking its own thoughts
and yet: my thought,
a thought of mine, having other thoughts,
thoughts beyond the scope of my thinking,
and yet here I am having them.

Dormire con il telefono

Come un palloncino legato allo schienale di una sedia,
laddove lo schienale della sedia è la mia testa,
spesso il mio telefono dorme con me nel letto,
alla mia destra, dove starebbe una ragazza.
O come una nuvola di pensieri, in realtà,
e nella nuvola: tutte le mie parole
e le parole degli amici,
e le tante parole degli sconosciuti,
e il gioco Parole tra Amici…
No, no, quello l’ho cancellato.
L’unico gioco che ho adesso è Heads Up!,
quello di Ellen Degeneres
dove ti appoggi il telefono sulla fronte,
che poi in ogni caso
anche quello è un gioco sulle parole.
Ci sono più parole nella nuvola
di quante un fumettista oserebbe infilarne.
Solo un personaggio dell’assurdo
vorrebbe così tante parole nella nuvola,
e solo un codardo, come me,
vorrebbe quella nuvola a letto con sé,
che fluttua lì, saldamente,
pensando i suoi propri pensieri,
eppure: il mio pensiero,
uno dei miei pensieri, che ha altri pensieri,
pensieri oltre i propositi del mio pensare,
eppure eccomi qui che li penso.

Ascolta Sleeping with my phone letta in lingua originale dall’autore

*

The Validating, Edifying Thing

If I were doing the most,
if I were making the best possible use—
the validating, edifying thing—
I’d be, or at least I wouldn’t be,
I’d have my phone playing lessons
in Classical Greek, in Sanskrit.
I’d be translating the first page of the Bible.
I’d be beginning. I’d be at the beginning.
I’d begin again and never again would I wait to begin.

I’m not being chummy.
I very sincerely want to be doing the maximum
of all things I could be doing in this moment
and for a swath of moments sufficient to sate my conscience—
not necessarily to “seize the day” in any global sense
but to seize a day or two, preferably in succession.

My limit is two weeks.
I can make it to two weeks before the motive dies,
and though in truth I came to this number
through repeated personal experience,
I’ve in some sense settled on it as a convenient threshold
beyond which I need never journey, lest I prove myself wrong
and become what I think of as a better me
though which is in truth just a more disciplined me.

All scams, in fact, are an evasion of discipline.
Art itself, you could say, is an evasion of discipline
though it’s a disciplined form of evasion
and therefore comes with certain rewards,
like an illusory sense of rebelliousness.
Or else you could say that true art
must necessarily lack a measure of discipline,
which is why Duchamp started advancing
with his back turned, so he could spit
on the stiffs who came before him,
and why we, his inheritors, who still proceed backwards
(though we swallow our spit), must embrace
a certain deprecatory self-consciousness
similar to swallowed spit.

In fact, neuroscientists have determined
that the same part of the brain that lights up
when we’re idle, lights up when we think about ourselves,
which is why, when we read of Narcissus,
Echo seems to frolic through our ganglia,
and why, if you pulverize those particular neural networks
and sprinkle them over a potted plant,
that plant almost assuredly will die.

La nobilitante cosa edificante

Se stessi facendo il massimo,
se stessi facendo tutto il possibile –
la nobilitante cosa edificante –
starei a, o almeno non starei a,
avrei il telefono che mi dà lezioni
di greco antico, di sanscrito.
Starei traducendo la prima pagina della Bibbia.
Starei iniziando. Sarei al principio.
Inizierei di nuovo e mai più aspetterei di iniziare.

Non voglio tergiversare…
Io voglio sinceramente fare il massimo
in tutte le cose che potrei fare in questo momento
e per un fascio di momenti sufficiente a saziare la mia coscienza –
non necessariamente a “cogliere l’attimo” in un senso globale,
ma a cogliere degli attimi, preferibilmente consecutivi.

Ho un limite di due settimane.
Arrivo alle due settimane e poi il motivo muore,
e pure se in realtà ho basato questo calcolo
su certe abituali esperienze personali,
l’ho in qualche senso stabilito come soglia conveniente
al di là della quale non devo mai avventurarmi, in modo che non mi contraddica
e diventi ciò che immagino sia una versione migliore di me
ma che in realtà è solo una versione più disciplinata.

Tutte le truffe, infatti, sono un’evasione dalla disciplina.
L’arte stessa, si potrebbe dire, è un’evasione dalla disciplina,
pur essendo una forma di evasione disciplinata
che quindi comporta certe sue ricompense
come un senso illusorio di insubordinazione.
Oppure si potrebbe dire che nell’arte vera
deve per forza mancare un tot di disciplina,
cosa che spiega perché Duchamp iniziò a procedere
con le spalle girate, così da poter sputare
sui puritani che lo precedevano,
e spiega perché noi, i suoi eredi, che ancora procediamo all’indietro
(ma che invece lo ingoiamo, il nostro sputo), dobbiamo adottare
una certa autocoscienza denigratoria
simile allo sputo ingoiato.

Infatti, i neuroscienziati hanno scoperto
che la parte del nostro cervello che s’illumina
quando poltriamo è la stessa che s’illumina quando pensiamo a noi stessi,
cosa che spiega perché, quando leggiamo di Narciso,
ci sembra di sentire Eco galoppare per i nostri gangli,
e perché, se provi a polverizzare proprio quelle reti neurali
e a spargerle su una pianta di casa,
quasi di sicuro quella pianta morirà.

 

*

Nap

Settling into a nap on a Friday evening
it comes to me I like my two dead plants,
like to have them dying here around me,
going deeper into their deaths—and, yes,
changing: the stem of the succulent
expiring down from the tip like a cigarette;
the little fern, growing even more papery
and pathetic.

                     So much so, I imagine myself
renting a mausoleum as a studio,
setting a chair out front on the cemetery lawn,
and leaning back to soak in all the death:
thousands of corpses, mutating around me,
churning in the earth like dung balls,
organic cogs, propelling a giant ship—


—and me at the helm, my eyelids sinking.

Pisolino

Accomodandomi per un pisolino in un venerdì pomeriggio
mi viene in mente che mi piacciono le mie due piantine morte,
mi piace averle qui, che mi muoiono intorno,
affondano sempre di più nelle loro morti – e sì,
cambiano: il gambo della pianta grassa
che incenerisce giù dalla punta come una sigaretta;
la piccola felce, che cresce sempre più sottile
e più patetica.

            Così tanto che mi viene la fantasia
di affittarmi un mausoleo come monolocale
piantarmi una sedia fuori davanti al prato del cimitero
e starmene sdraiato, a immergermi in tutta la morte:
migliaia di salme che mi si trasformano intorno,
roteano nella terra come palle di sterco,
ingranaggi organici che sospingono una nave enorme –

– e io al timone, le palpebre che scendono.

Poesie: Todd Portnowitz
Traduzioni: Todd Portnowitz / Chiara Bernini

Todd Portnowitz

Todd Portnowitz

Todd Portnowitz (1986) è il traduttore di Go Tell It to the Emperor: The Selected Poems of Pierluigi Cappello (Spuyten Duyvil, 2019) e Long Live Latin di Nicola Gardini (Farrar, Straus and Giroux, 2019). Per le sue traduzioni dall'italiano ha vinto il premio Raiziss / de Palchi della Academy of American Poets, ed è un Assistant Editor presso la casa editrice Alfred A. Knopf. Le sue poesie sono apparse su Atelier, Poetarum Silva, Nuovi argomenti e Italian Poetry Review. Vive a lavora a New York

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La Redazione: Francesco Ottonello, Michele Milani, Tommaso Di Dio, Silvia Righi, Luigi Fasciana, Davide Paone, Marilina Ciliaco, Francesca Sante, Antiniska Pozzi, Silvia Girardi, Giulia Vielmi, Vanessa Morreale

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