Mario Benedetti (1955-2020) oltre la perdita e la dispersione

Durante questi anni di formazione, per noi di MediumPoesia, umana e poetica, alcuni autori ci hanno segnato più di altri, nella lettura, nella scrittura e più in generale per quanto riguarda le esperienze letterarie e di vita. Uno di questi è certamente Mario Benedetti, che ci ha lasciato nella giornata di ieri. Qui lo ricordiamo con una scelta di testi dalle sue opere, Umana gloria, Pitture nere su carta, Tersa morte e Materiali di un'identità: quattro capolavori che resteranno oltre la perdita e la dispersione.

Ieri mattina ci ha lasciato uno dei più notevoli poeti italiani della contemporaneità, Mario Benedetti (9 novembre 1955 – 27 marzo 2020).

Di origine friulana, nato a Nimis, in provincia di Udine, dopo la formazione universitaria a Padova ha insegnato Lettere nella città veneta e poi a Milano. Si è spento per complicazioni da Coronavirus in un istituto di cura del Cremonese, dove ha vissuto gli ultimi anni afflitto da una malattia autoimmune e dalle conseguenze di un ictus, risalente al 2014.

Vogliamo ricordare Mario Benedetti in quanto poeta fondamentale per la nostra formazione, con alcuni dei testi a cui siamo più legati, tratti da 4 capolavori, che resteranno oltre la perdita e la dispersione: Umana gloria (2004), Pitture nere su carta (2008),Tersa morte (2013) – sillogi riunite in Tutte le poesie (Garzanti, 2017), a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta – e infine Materiali di un’identità (2010), libro magmatico e difficile da classificare, che contamina poesia, filosofia, saggistica e autobiografia attraverso appunti sparsi in prosa.

Un libro pressoché impossibile da reperire, che ci auguriamo venga ristampato presto e che abbiamo potuto leggere grazie al nostro incontro con il poeta Guido Mazzoni.

In chiusura, al nostro Tommaso Di Dio, per averci guidato durante il viaggio di conoscenza di questo autore straordinario che è stato Mario Benedetti, vorremmo mandare oggi il nostro abbraccio, per la perdita di un amico, oltre che di un poeta, a lui ancora più caro.

Francesco Ottonello
Michele Milani

Lasciano il tempo e li guardiamo morire,
si decompongono e il cielo e la terra li disperdono.

Non abbiamo creduto che fosse così:
ogni cosa e il suo posto,
le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male,
sempre un posto da vivi.

Ma questo dissolversi no, e lascia dolore
su ogni cosa guardata, toccata.

Qui durano i libri.
Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,
le erbe, i mari, le città.
Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.


*


Log, Ambleteuse

Un bianco dove non si mette niente,
di notte
si vede una pagina di Nerval,
il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,
un bungalow sulla costa.

Non è mai tornare se diventa che mi vedi leggero.
La mano attraverso le case è dirti «guarda»
e già ti sporgi sul mare.
E la primavera gira gli occhi nella primavera
se ti dico «guarda quante eriche».

Difendimi, difendi questa notte bianca,
il giorno ripetuto nel pensiero.
Log, Ambleteuse,
colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,
i nostri visi nelle mani,
il vento negli occhi chiusi per pensarlo.

E un albero di fiori
sale sullo slargo con la marea
perché la mano è così, amore,
lei va alta fra i tuoi capelli.

                           da Umana gloria (2004)

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Senza, raccolto sole, raggiunto.
Da nuvole e strade, da quello.

Il traghetto, Motivo dalmata,
Non siamo gli ultimi, Ida.

Case rimaste, vuoi, castano
passare da me, stanze, occhi.

Poltrona grigia, la tua.
Sfinente dolore.

Venuti con abiti. Non c'è alba,
e tramonta solo dietro la vita.

                          da Pitture nere su carta (2008)

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Dentro i discorsi si perde
la prima cosa che il bambino ha guardato.
Lui gioca silenzioso e gli occhi non muove.
Hanno tagliato l'albero, il tronco è caduto, 
lui non muove gli occhi, ascolta il da farsi.
Impara a vivere poveramente.


                         da Tersa morte (2013)

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La bellezza delle lacrime.
La trasparenza. Tutto è vicino e lontano. 
Io a frammenti di te, di noi. 
Progetto di vita in cui non saremo, 
non siamo, non fummo. 
«Sai» non è un «tu», eppure è da lì.
Bocca sul catino. Non ho madre. 
Padre, di me stesso padre. Sul cielo stellato.

(p.13)

*

Altro modo di mantenermi nell’angoscia, esprimendola, è
l’immaginario erotico di violenza “particolare”. Lo descrivo. 
In un film di Ingmar Bergman, una donna seduta a terra
in un corridoio, schiena contro la parete, dice: «se quello
mi avesse violentata… sarebbe stato meglio, una cosa che
non avrei voluto, ma…». Più o meno. 
Violentata… e, penso a me, violentato da un uomo, ma
“da quello”. Oppure… Sì. Cerco di ammetterlo. Anche da me.
Ma ci vuole una donna, o un uomo, disposti, semi
consenzienti. 


Descrivo. 


Pagine bianche. E poi il sentimento di colpa e
vergogna. Mi vergogno, io o lui-lei. Entrambi? L’angoscia è
qui. Che cosa è successo? Uno non voleva, ma c’era
qualche minima cosa in entrambi a disporre la vicenda così. 
Comunque è l’estremo del possibile tra chi è complice
davvero con me. Penso. Immagino. Farnetico. Sono lucido.
Tremante. A metà tra fantasia e realtà. In queste righe.

(p.14)


*


I

Lo sai che ci siamo incontrati. Non fare finta. Non
fare finte.
E allora? Sei un corpo che si dà, si dice così. Lo dicono.
Senza amore. Una vecchia storia? No. Corpo cinico, crudele.
Ma vulcano in sommovimento interno, con amore. È tutto.

Chi parla?

Sono in diversi a ballare nella gabbia. Uno ricorda sé.
Un altro, sé. In tre o quattro. Ho guardato in foto la Tangenziale
Est che ti porta al mare. In costume, foto che mi volevi
inviare e non lo farai. È tutto.

Frasi nella vita.

(p.18)



                          da Materiali di un'identità (2010)
I testi sono stati selezionati da Francesco Ottonello, Luigi Fasciana, Michele Milani, Silvia Righi

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