Cos’è rimasto dei canzonieri d’amore: su “Volontà nobili” di Imperatrice Bruno

Proponiamo una lettura critica di Simone De Lorenzi alla raccolta poetica “Volontà nobili” di Imperatrice Bruno, con delle riflessioni sulla scrittura di canzonieri amorosi nel contemporaneo e sul fenomeno della instapoetry. In copertina, "Il bacio" di Francesco Hayez

Scrivere poesie d’amore è forse tra le operazioni più difficili oggi in letteratura. Con Volontà nobili (Nulla Die 2022), Imperatrice Bruno concretizza il rischio che si può correre nel comporre un intero canzoniere d’amore dopo che i poeti lirici di ogni tempo ne hanno ampiamente saccheggiato le miniere, ovvero quello di scadere in banalità e riproporre topoi ipersfruttati.

Le settantacinque poesie che compongono la raccolta – la terza dopo Costellazioni di emozioni (Aletti 2018) e Caratteri interi (Nulla Die 2021) – si susseguono in un fluire magmatico e dirompente, favorito anche strutturalmente dall’assenza di sezioni: l’autrice campana, classe 2001, trasporta sulla pagina la passione della giovinezza insieme alla sua fisicità, innestando una serie di corrispondenze dal sapore panico tra gli elementi della natura e le componenti corporali del piacere. Quelle di Volontà nobili sono poesie carnali, che contengono un erotismo accennato sottilmente o alluso ma non smaccatamente osé.

Vele bianche si issano nelle vene,

sfondano il tetto della carne.

Mi apro.

Ti gonfi.

Sogni di pesca

fram-

mentati

mi percorrono vergini

al sole. (p. 46)

Nei suoi versi l’amore è assolutizzato e viene al contempo vissuto come malattia e dolore o celebrato come fonte di vita e di gioia. Struggimento che tende al sublime, il desiderio fa parte di un rito quasi sacrale, arriva ad assumere movenze simil-religiose che devono molto alla forma della preghiera (i riferimenti ai salmi biblici e al Cantico dei cantici sono evidenti); l’intento pare essere quello di marcare il carattere ancestrale e atemporale dell’esperienza amorosa (e il tu a cui spesso si rivolge appare universale, anch’esso ab-solutus). Tuttavia nel complesso i versi si rivestono di una patina altisonante che rende questa scelta stilistica obsoleta: romantica, sì, ma nel senso ottocentesco del termine.

[…]

La tua lingua resta sepolta,

pepita d’oro, irraggiungibile incenso sacro

ai piedi del Golgota

[…] (p. 20)

***

Settembre che con la fuga

mi sventri il midollo,

forza, portalo da me.

Portamelo radiante, bello come un Re d’Egitto,

portamelo lento, che si faccia intravedere,

un po’ aspettare,

giovani occhi d’inchiostro.

[…] (p. 73)

Delicate invece le soluzioni adottate nei componimenti più brevi, in cui la dimensione intimistica offre quadretti epigrammatici dal sapore aforistico. Purtroppo il recupero di quanto si perde in espressività è tentato attraverso una postura gnomica che cerca di aumentare la pregnanza del contenuto mediante un tono sapienziale: si tratta di facile sentimentalismo, a sostegno del quale la lingua adotta un “poetese” che vorrebbe vedersi riconosciuta la cittadinanza del “poetico”.

Tra i miei salmi

un solo mantra:

il sangue si lava con l’acqua fredda. (p. 47)

***

Con occhi di Madonna

lei insegna all’uomo

il pianto. (p. 81)

A questa emotività di superficie si oppongono i movimenti di uno scavo più serio, che tenta il conseguimento di immagini atipiche e ottiene scatti creativi in una direzione maggiormente originale sul piano dell’invenzione linguistica:

Tutto un vanto,

Tutto un vanto,

dal tuo corpo che scola

cimici ghiacciate.

[…] (p. 27)

***

[…]

Magari poi attendere stesa

un Caronte confuso

che dei vivi – morti d’amore –

non sappia contrattare.

[…] (p. 70)

 

L’aspirazione delle poesie di Bruno – contenuta nella Nota ai lettori introduttiva – è quella di costituire «panacea da dosare» per chi legge, aggiungendo quindi la spinta catartica della condivisione di un’esperienza a quella strettamente personale dell’espressione di un’urgenza interiore. Intenzione di per sé valida, ma indebolita dalla messa in scena di immagini e situazioni inflazionate, temi scontati, dettagli già visti: le fiamme e il fuoco, la luce, il mare, i fiori, la luna, la notte, il vento, l’anima. La genuinità dello spunto poetico non basta a garantire risultati efficaci.

Sono gelosa anche del sudore

che ti accarezza il petto:

io non voglio che la mia pioggia

sulla mia terra. (p. 41)

Non credo che – nonostante il seguito social – sia il caso di inserirla tra le e gli instapoets contemporanei, ma certe modalità di scrittura e non poche manovre stilistiche sembrano andare a beneficio proprio di quel pubblico la cui fame di empatia è saziata da versi di facile presa e immediatamente digeribili («Io / sono tra i sensibili», p. 22). Non si sta comunque parlando della piattezza da Bacio Perugina di un Francesco Sole o da canzonetta indie di un Gio Evan, né di self-empowerment alla Giorgia Soleri (o, per andare sull’estero, alla Rupi Kaur); potrebbe avvicinarsi, piuttosto, alle ultime prove di Franco Arminio e condividerne gli aspetti più languidi. In ogni caso si tratta di un prodotto che dal punto di vista commerciale può funzionare per il lettore occasionale; lo dimostra quanto accaduto per la prosa con il filone del romance, rivitalizzato da Wattpad, che ha portato al caso editoriale di Erin Doom (un parallelo poetico può essere individuato nel successo social di poeti come Davide Avolio, che puntano principalmente sugli elementi passionali).

Non fermate il mio cuore ora,

non toccate il mio sangue,

non toccatemi ora,

ho addosso un incantesimo

che non voglio far svanire.

Lasciatemi immutata, ho troppa paura

di perdere l’equilibrio che ora

mi fa impazzire.

Ora sono innamorata,

domani in fuga. (p. 54)

Tuttavia, sebbene il suo lavoro sulla lingua poetica necessiti ancora di maturazione, si intuisce la potenzialità della ricerca di un «linguaggio tutt’altro che dilettantesco» (come sottolinea Vittorino Curci nella postfazione), che fatica però a diventare atto. Davide Rondoni, che firma l’introduzione, sostiene Volontà nobili tramite considerazioni generiche, adatte più a un risvolto promozionale che a una nota critica; ma d’altronde la retorica di cui sono imbevute le due paginette restituisce in parte quella messa in versi dalla poetessa. Il commento di Marco Sonzogni in quarta di copertina corona questo triplice avallo istituzionale, per un libro che riflette tuttavia una scrittura ancora acerba: non in grado, a mio avviso, di rinnovare la poesia d’amore contemporanea (come invece fecero a loro tempo Valduga, Cavalli, Lamarque).

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