“Ciberneti”. Il nuovo libro di Francesco Terzago

Proponiamo una selezione di testi di Francesco Terzago, tratti dalla sua ultima raccolta "Ciberneti" (Samuele editore, 2022), con una nota introduttiva di Giulio Medaglini.

Ciberneti, l’ultima raccolta di Francesco Terzago, pubblicata per la rinnovata collana «Gialla oro» (Samuele editore, 2022) colpisce per l’imperturbabilità di un dettato che, sacrificando l’afflato lirico, pone al centro l’uomo e l’ingegneria, facendo emergere un rapporto apparentemente simbiotico, ma pericolosamente parassitario che scheletrizza il pathos, appianando le differenze tra anima e materia, tra uomini e robot. Una narrazione poetica che si dipana attraverso la lente di uno sguardo assuefatto e una perizia linguistica che racconta il dilagare della tecnica: l’uomo ridotto a funzione nel sistema capitalistico, assoggettato al mondo delle macchine e a una classe dirigente che vive in nome del profitto e del proprio ego. Quella che l’autore presenta nei suoi testi è una ‘disumanità’ che non si ribella, non è più in grado di farlo: perché ha introiettato il pensiero della classe dominante, perché il lavoro toglie il sonno e ruba il sogno, e dunque l’immaginazione che – come ricorda Matteo Meschiari ne La grande estinzione. Immaginare ai tempi del collasso (Armillaria, 2019) – è un grimaldello cognitivo indispensabile per ripensare a un nuovo modello di organizzazione sociale.

 

NELLO SCHELETRO LA GHISA RAFFREDDA

Quando abbiamo finito stringe
a sé le lenzuola, il cuscino dell’albergo
che si accartoccia come carta-
alluminio. Si mette a giocare con gli spiriti,
li chiama a sé con un linguaggio muto:
muove a mezz’aria la mano come
se stesse accarezzando una sfera
d’aria. Lucidatura di una sfera o del cosmo.
di un bisello: robot antropomorfo, lavorazione
di marmo e cemento, forse di una pietra
sintetica. Quando lo avrà visto: nel video
del collaudo; sono i robot ad averla vista –.
I robot non guardano. Dice che le dovrò
regalare due seni più grandi, indeteriorabili,
simmetrici. Scansionare il suo corpo con un laser
a tempo di volo, archiviare la forma nella nuvola
dei punti. Dice che è contenta, delle sopracciglia,
delle gambe, delle scapole. Il matrimonio
di plastica può durare per sempre se entra
nella carne, se sovverte la natura perché
fa combaciare l’individuo con il desiderio,
quello che ha di sé. Dice che vuole farmi vedere
due capezzoli dritti come antenne, [l’erba bionda
ha sostituito gli alberi attorno alle antenne,
dovevano essere più resilienti]. Arriva luce
dal metallo fuso: autotreni. Le si colora il volto.
È solo un momento. Ci stavamo spaventando.
nello scheletro la ghisa raffredda.

 

 LA TERRA DEL PRATO

La terra del prato è stata messa
da un’altra parte. Adesso c’è impermeabilità.
Comunque appare così, l’interno: decine
di pilastri tinteggiati di bianco in luce,
temperatura, umidità costanti – in ogni
momento dell’anno. Si alzano cespi
di corrugato indeperibile. Sono questi che
interrompono la calotta di calcestruzzo
fornendo dei punti di riferimento
nella vastità vertiginosa. I cespi raggiungono
una quota di un metro dal piano zero
ed è lì che dai fusti partono le molli raggiere
dei cavi: verdi, gialle, rosse, blu, bianche
e marroni. Ce ne sono alcune che si muovono
quasi impercettibilmente, che tremano
nell’aria dei condizionatori. Se si sale
sul ballatoio si vedono tutti quanti,
i cespi. La confusione dei loro colori
scomparirà nel cablaggio dei robot,
con il distribuirsi degli automi nello spazio.


UN SOGNO A OCCHI APERTI

Abbiamo già percorso settanta chilometri
e ancora non sappiamo dove comparirà
una luce naturale; le nuvole sono una caverna
di ghiaccio sporco; una struttura mobile
dove, tra alcune ore, si registrerà
la fosforescenza che non dà ombre;
forse, avrà smesso di piovere. Pare
che siano freddi chicchi d’uva, quelli
che raggiungono il tetto del furgone,
che si schiantano sui vetri; infinite
frasi d’amore in morse sarebbero distinguibili
se solo disponessimo della potenza di calcolo
sufficiente, quella delle nostre macchine;
ridiamo delle disavventure di uno di noi tre
e parliamo della ragazza di un conoscente
che abbiamo in comune, lei si sta impratichendo:
consuma le domeniche di novembre
senza guadagnare niente. Glieli portano
in tarda mattinata o nel pomeriggio
prima che il sole sia percorso da crepe
come un uovo precipitato – anche tre
o quattro in un giorno. Lei farebbe di tutto
per ricomporli, affinché, nello spazio da cui
se ne sono andati, tornino gli organi avvolti
in uno straccio rischiarato dalla lampada
scialitica. Si stringono i nodi per rimediare
alla deriva del derma e dell’anima,
poi si pulisce il banco dal sangue chiaro.
La ricompensa è fumarsi una sigaretta,
riempirsi le narici di osmanto senza
accorgersene. Guardare le tapparelle
abbassate dell’asilo. I cani da caccia
non retrocedono mai così, i cinghiali,
con le loro zanne, li lanciano per aria
come cuscini rossi. La schiena fa male
quando si consumano le ore su questi sedili ma
c’è l’antidolorifico in busta. Le strade
che percorriamo hanno origine latina
o precedente. Il cemento armato poggia
su ostie di granito trascinato sino a qui,
in epoche inconoscibili. Non c’è tempo
per un caffè alla stazione di servizio,
alle otto di mattina dovremmo essere
nel punto in cui convergono, davanti ai cancelli,
gli autotreni e, grazie a loro, i nostri robot. Abbiamo
lasciato le nostre case quando era buio, sarà buio
quando ritorneremo e questo ci darà la sensazione
che sia stato tutto un sogno ad occhi aperti.


Francesco Terzago (1986) ha studiato linguaggi e tecniche di scrittura all’Università di Padova e, alla Scuola Holden (Torino), storytelling politico. Ha vissuto in Cina dove ha indagato il diffondersi della Street Art nei chéngzhōngcūn (villaggi urbani) e vive a La Spezia, città sul mare. Ha pubblicato il volume di poesia Caratteri (Vydia Editore, 2019, Premio Elena Violani Landi – opera prima 2019) e il saggio sulle poesie di strada La parola ovunque, poesia di strada e sovversione dello spazio urbano (AgenziaX 2021, Francesco Terzago e MisterCaos). Suoi testi tratti compaiono in Oltrelontano, Poesia come paesaggio, progetto di Laura Pugno per Rai Radio 3 (2021), ma anche in Nuovi Argomenti (Mondadori) e ItalianPoetry Review (Columbia University/Società Editrice Fiorentina). Oltre a diverse antologie come: Ultima *Definizione del sempre (ultima), Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90 Vol. 2 (Interno Poesia), Generazione entrante (Ladolfi Editore) e Poeti della lontananza (Marco Saya Edizioni). Fa parte del collettivo Mitilanti della Spezia, è membro di Inopinatum (Comitato di Ricerca dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli) e dell’istituto Permanente di Poesia Contemporanea di Salerno, ed è uno degli studiosi ed esperti coinvolti nel programma di indagine del MiBACt sulla creatività urbana, documento nel quale è chiamato a delineare caratteristiche e genealogia della “poesia urbana”.

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