Antonio Francesco Perozzi / Sparare a zero. Intervista e testi

Per la prima puntata del format "Sparare a zero" la redazione intervista il poeta Antonio Francesco Perozzi.

7. Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?

Come mi è capitato più volte di dire, il mio percorso di lettore è stato abbastanza diverso da quello di molti poeti della mia generazione. La provenienza da una provincia particolarmente ostile alle attività culturali ha inciso sui tempi e le possibilità delle mie letture, portandomi a scoprire le scritture contemporanee più tardi rispetto alla media. Questo per dire che rispondere a una domanda del genere mi crea delle difficoltà, dal momento che se penso ai miei anni di formazione – quelli che condizionano maggiormente (lo si voglia o meno) i nostri gusti e la nostra forma mentis – mi vengono in mente, tra quelli che hanno avuto più impatto su di me, solo libri del secolo scorso. Cerco perciò di indicare dei titoli che sono usciti dopo il 2000, e che sicuramente hanno segnato la mia visione del mondo e della scrittura, ma che lo hanno fatto in un momento in cui il mio percorso (di lettore, almeno) era già abbastanza avviato. Spaziando un po’ tra i generi, quindi, nomino due saggi – Realismo capitalista di Mark Fisher e Iperogetti di Timothy Morton (pubblicati per la prima volta in Italia, da Nero Editions, entrambi nel 2018) – due romanzi – Bruciare tutto di Walter Siti (Rizzoli, 2017) e I detective selvaggi di Roberto Bolaño (che in realtà è del ’98, ma esce in Italia nel 2003, per Sellerio) – e Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (2009, Lavieri) per quanto riguarda l’area poesia/scrittura di ricerca.

6. Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana?  Per chi scrivi poesia?

Dividerei il discorso sul rapporto tra poesia e vita quotidiana in due rami. Il primo riguarda la sfera personale, cioè il rapporto che si instaura tra il vivere la propria esistenza e il fatto di occuparsi di scrittura. In questo senso, dal momento che tendo a considerare la scrittura, in generale, come strumento di conoscenza, anche l’ambito che riguarda il contatto “personale” tra sé stessi e la propria scrittura si piega nella direzione dell’auto-indagine o dell’indagine di ciò che esiste. Scrivere permette di visualizzare, assaltare lateralmente i nervi della logica, storcere la lingua parlata vedendone il retro. Questi sono aspetti che mi si aprono in quanto scrivente, su cui anche insisto, ma che non mi danno idea di una dimensione “speciale” del fare poesia; solo gli effetti e le utilità del dedicarsi a qualcosa che, nel mio orizzonte, ha una consistenza molto concreta. Questa è la quotidianità della scrittura, dal mio punto di vista: un’azione pratica che si fa all’interno della lingua e che interagisce col nostro modo di esperire la vita. Come si vede, poi, è un discorso che non ha a che fare con la pubblicazione, che è un mito secondo me da decostruire: può esistere – per me esiste – un’esperienza della scrittura che valica i margini dell’entità-libro, non passa necessariamente per tappe cartacee autolegittimanti, si muove in un globo che è quello del «materiale verbale», come lo chiamava Sanguineti. Ecco, è questa – lo ribadisco – la quotidianità (quotidie: vuol dire starci ogni giorno) della scrittura.

Quanto al secondo ramo, invece, ovvero al rapporto con il pubblico, si entra in una questione enorme. Cerco quindi di schematizzare, cominciando col dire che la scelta del destinatario della nostra scrittura è decisamente influenzata da ragioni molto più grandi degli individui, che riguardano la geografia, l’economia, gli algoritmi – lo spazio reale, insomma, che occupa la scrittura nella nostra società. Questo, però, non cancella del tutto una volontà anche individuale, la direzione che vogliamo imprimere al nostro lavoro. Ma sono due forze che si influenzano e alimentano a vicenda, ragion per cui il risultato è la nicchia che conosciamo, dove chi legge poesia quasi sempre la anche scrive. Interrogarsi sui limiti e le possibilità alternative di questa situazione è necessario. Però bisogna anche chiedersi: la poesia ha le possibilità strutturali di essere rivolta a un grande pubblico mantenendo la propria specificità, l’efficacia dei propri meccanismi? Altri ambiti del pensiero molto sofisticati – che ne so, la fisica teorica – si pongono lo stesso problema? Conosciamo casi in cui, per aprire al mainstream, si smonta completamente, un compromesso alla volta, la serietà (non morale, semplicemente gnoseologica) dello strumento. La poesia presuppone innanzitutto un lettore (che, pensando sulla scala delle grandi masse, è già qualcosa di non scontato), poi un lettore disposto a venire incontro ad alcune modalità “non convenzionali” della lingua, o a cui si viene educati molto meno. Sicuramente la realtà masturbatoria e auto-incensante a cui siamo abituati è un problema. Ma rifletterei all’interno di una zona più sfumata, tra superamento della nicchia e realistica interrogazione su quali aree della società la poesia può toccare. Su questo medito più da insegnante che da autore, cerco di sperimentare a scuola quale rilevanza può avere la poesia nella quotidianità di persone completamente disinteressate alla lettura. Perché mi sembra si tratti di una partita pedagogica e sociale, prima ancora che letteraria, che riguarda ciò che impariamo a fare con la lingua e quali sono i sistemi di senso e di azione in cui viene inserito il nostro rapporto con essa.

5. Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?

Come dicevo, esiste una comunità poetica, ed esiste nella forma di una nicchia di cui bisogna studiare possibilità realistiche e criticità. Sento di essere parte del gioco di questa comunità e quindi vengo letto e leggo volentieri altri autori, con cui mi confronto, e spesso questo confronto è profondo e autentico, oltre che competente e utile all’evoluzione dei testi. Come si è capito, però, il mio modo di approcciarmi a questa comunità è trasversale: che la poesia appartenga a una nicchia (in senso statistico) può forse essere difficile da evitare (bisogna ragionarci, sottolineavo), ma che questa nicchia assuma poi forme elitarie, esclusiviste, è sicuramente un problema. Disinnesca il dibattito, la propria messa in discussione, la critica, che sono invece la leva necessaria a fare della poesia (di ogni forma d’arte) qualcosa di contestuale e vivo, non autistico. Mi interessa che la poesia (la scrittura in generale) partecipi ai meccanismi del mondo, e che, se proprio deve stare ai margini, lo faccia per i suoi limiti strutturali, o per questioni socio-pedagogiche su cui possiamo lavorare, non per scelta aristocratica. Motivo per cui, nonostante i confronti positivi comunque presenti, nonostante anche le amicizie, più della parola comunità trovo adeguata la parola bolla: che tale comunità si costruisca per via algoritmica, nello spazio espositivo, auto-celebrativo e a bassissimo regime critico dei social network è la magia della sua sopravvivenza, ma anche della sua innocuità.

4. Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?

Forse bisognerebbe prima chiedersi cosa significa – in particolare a quest’altezza della storia – “tradizione”. Comincerei col dire che un’idea lineare di tradizione (o anche di diverse tradizioni parallele) mi sembra più (pre-)novecentesca che attuale. Voglio dire: è possibile ancora ragionare in termini di tradizione a seguito dell’esplosione radiale delle scritture – per tipologie, approcci, nicchie – dopo la nascita di internet? Come dicevo, occorre guardare a bolle e algoritmi, che sono effettivamente le meccaniche su cui si basa la costruzione delle reti sociali oggi, anche all’interno della poesia, e che quindi ne direzionano l’esistenza. Dietro l’idea di tradizione mi sembra ci sia un’idea di linearità, e anche un’idea di pubblico (l’artista che si rivolge a una massa generalista), che si è decisamente indebolita negli ultimi decenni, dove invece predominano la schizofrenia delle produzioni e la settorializzazione del pubblico. Persiste sicuramente la possibilità di guardare a ciò che è successo nella scrittura prima di noi, magari anche per spirito di opposizione, ma parlare di tradizione come passaggio di consegne (che è poi ciò che significa la parola tradizione) mi sembra sempre più problematico. A livello storico e collettivo – per le ragioni descritte – e anche a livello personale, per quanto riguarda la mia scrittura: mi trovo più a mio agio in una dimensione di invenzione e messa in crisi, credo nel valore artistico della sperimentazione.

3. Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?

Sì, l’incontro/scontro tra poesia e scienza è proprio il cuore del mio ultimo libro, Lo spettro visibile. Lì ho cercato di fare intersecare la dimensione intuitiva, analogica, prosodica e immaginativa della poesia con quella razionale, deduttiva, sistematica e logica delle discipline scientifiche (in particolare delle scienze naturali, della tassonomia). Ne è emerso un prodotto testuale che degrada i meccanismi logici della scienza con quelli contraddittori della scrittura e allo stesso tempo sfida la tenuta della poesia con le zavorre del sillogismo e della catalogazione. Mi piaceva, insomma, l’idea di produrre conoscenza a partire da un agonismo tra intelletto e visione. Quanto alle altre arti, invece, posso dire che una parte della mia produzione entra nel campo delle arti visive e delle installazioni (penso all’asemic writing e al progetto Spore), mentre negli sviluppi recenti della mia scrittura in versi ho fatto entrare anche alcune istanze dell’architettura, ovvero lo studio dello spazio, il rapporto tra naturale e artificiale, la planimetria dell’esperienza. Cito infine anche la musica, e in particolare quella derivata dal punk e dal rock alternativo, che è stato il mio primo interesse artistico e che permane al fondo della mia attività quantomeno come atmosfera mentale e antagonismo.

2. Che rapporto hai con la metrica e la rima?

Non esistono per me tecniche di scrittura invalide in quanto tali. Esistono però dei gradi di praticabilità che sono costruiti da una serie di fattori che riguardano l’orizzonte storico, il contesto letterario e la stereotipia. Questo per dire che dare alla metrica e a strumenti fonici come la rima lo stesso valore e la stessa utilità (ad esempio mnemonica, o addirittura oracolare) che gli si dava in altri momenti della storia, non è possibile – e anche in questo senso si inquadra, ad esempio, la riflessione di Gleize. Personalmente non arrivo però a una rottamazione totale di questi strumenti (o consapevolezze), e rimango nel gioco della praticabilità; motivo per cui ho scritto anche testi che lavorano sulla metrica, o che riprendono strutture chiuse, come ad esempio la sestina. Mi rifaccio qui ancora allo Spettro visibile, dove coesistono forme derivate dalle avanguardie (come il cut-up e la cancellazione) e altre derivate dalla tradizione (come appunto testi strutturati secondo una metrica precisa). Al pari della sfida tra poesia e scienza avevo posizionato infatti la sfida tra decostruzione e costruzione, tra dissonanza e armonia, tra frattura e ipnosi; e da qui si capisce la mia idea in certo senso situazionista delle tecniche di scrittura, ovvero pensate strettamente in relazione all’obiettivo e al contesto.

1. Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?

Ce ne sono ben più di tre, perché nonostante le criticità descritte sopra (bolla più che comunità, rischio di auto-incensamento, difficoltà a costruire dibattiti reali), si continuano a scrivere libri molto belli. La posizione che vuole il presente tout court inferiore alla radiosità del passato non mi appartiene, e la mia critica (interrogativa e tesa all’indagine) riguarda semmai i rapporti tra scrittura e mondo, nonché i modi e i significati con cui le relazioni tra scriventi e leggenti, o tra scriventi e scriventi, si costruiscono. Dovendo fare tre nomi, comunque, conscio di lasciarne fuori tanti egualmente interessanti, indico Riccardo Frolloni, Simona Menicocci e Pasquale Pietro Del Giudice. Le loro sono tre scritture molto diverse e perciò da me apprezzate per ragioni varie. Di Del Giudice guardo con interesse la possibilità di fare poesia-pensiero in maniera concreta, oggettuale, misurando seriamente l’intelletto sulle cose; di Menicocci l’intervento sui gangli della grammatica, che è però anche la dimensione più “materica” della lingua (penso soprattutto a glossopetrae / tonguestones, IkonaLiber, 2017); di Frolloni i versi larghi e sbrigliati e i campi ventosi che con quelli riesce ad aprire.

0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?

Parto dal presupposto che indicare un poeta che non ci piace ha senso, nel dibattito pubblico, solo se coincide con l’indicare pratiche e filosofie della poesia che per qualche ragione troviamo inefficaci. Non la gogna, quindi, né del resto l’indicare uomini e donne in quanto persone; semmai la critica ragionata, e quindi l’indicare, a partire da un’opera o autore, una posizione o un’estetica che riteniamo contestabile. Con questo spirito, non ho problemi a indicare poeti contemporanei che non mi piacciono, che sono assai più di tre, e che però qui, stando al gioco, esemplifico in Mariangela Gualtieri, Chandra Livia Candiani e Davide Rondoni. Tre poeti diversi fra loro e però accomunati dall’avere un pubblico consistente (che è comunque scarno, in senso assoluto, ma contribuisce alla definizione del senso comune della poesia, che per me ha un ruolo cruciale nella sua efficacia sociale), nonché dal ricorso – ed è questo a essere rilevante – a certe immagini naturali e archetipiche ormai sfibrate, a certa bidimensionalità della sfera emotiva. Mi sento infatti distante dall’idea di poesia come confessione, nonché dall’uso scoperto di un lessico sentimentale che rende vuote proprio quelle “emozioni” che cerca di intensificare. Vuote; cioè, volendo, interscambiabili (e forse anche in questo, nella facile universalità, è la ragione del successo di massa). Lascio qui un testo, comunque, da Apocalisse amore (Mondadori, 2008), a mo’ di exemplum:

Conoscere il respiro, esattamente
è l’occupazione degli amanti
                                    toccare

l’acqua misteriosa
del volto silenzioso
                            dire mio
amore come dire niente

la impaziente luce delle dita
quel che trema e non smette
di tremare.

 

Infine ti chiediamo di selezionare dai 2 ai 5 testi, esemplificativi della direzione più recente assunta dalla tua poesia, provenienti da un tuo libro edito e/o inediti.

 

Sirio [da Lo spettro visibile, Arcipelago Itaca, 2022]

Così vicini a Saturno alcuni cespugli
infestano le notti. In silenzio. Luglio
da un pezzo ha scavato nella sera
qualcosa come un sacrificio o un
allentamento dei gas. E il colore
dell’esosfera è compatto superato
il raccordo che da Roma immette
nell’innocenza. Vecchie case. Distanti galassie
alcune luci arrivano uguale – pianeta
Terra chiama ovunque si registri
una rispondenza astro/argomento o una linea
che smaschera orsi a nord-nord-ovest.
Sirio la grande, sappiamo. Ora che è infranta
ogni barriera tra via Enrico Fermi e il cosmo
scendono al concerto delle piante cataste-
rismi e bulbi stellari: l’hanno presa
in zona l’antimateria per tenerli
tessuti insieme (cani, dragoni, balene,
profumo di oleandro voluto da Vega).

 

placebo [inedito]

ad esempio elisa ha trovato qualcosa nel pilates
le sue cosce si tonificano e la sua vita si rischiara
quando la sera rientra stanchissima andrea
ottenuto l’indeterminato si prende cura dell’audi
bianco latte davide non esce più di casa
ama sua madre il paese la domenica
stefano vende cocaina e ha due figli
alle elementari paolo cinquant’anni viaggia
le mattine verso roma fa il conto a rovescio
è cattolico per educazione come mara convinta
che il bilocale in puglia salverà la coppia
yuri precario si rinnova la notte su fortnite
chiara approssima la sveglia alle otto di un minuto
ogni settimana carlo si fida della lega
la sicurezza è al primo posto dice valerio
spala crostacei nel ghiaccio del bancone
beve tre peroni al giorno e come gli altri
sente la fine lontanissima

 

Sfere metalliche in volo [inedito]

Ho un’immagine che mi sono costruito da solo:
sono delle sfere di metallo
grandi, sospese
venti metri sulla zona coltivata.
Le vedo – nel pensiero – salendo
sul bus che costeggia il Piave.
Il Veneto si presta a scavare allegorie
di questo tipo nel cielo – ad esempio
il tramonto qui è cianotico,
blu-viola, basso, cloud, robe del genere.
Oppure i tralicci dell’Enel che svettano sul grano
ancora non uscito mi danno le idee
di segnali captati dall’altrove, messi a terra
e convertiti in acciaio.
Allora approfitto della situazione e moltiplico
le sfere contro la capacità
della corteccia cerebrale. Alla fine
ne faccio seimila; io e l’autista
ci inoltriamo fino alla gola
e niente è più traccia di niente.

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travi, godard

Poverina, poverina…
la voce, la scrittura: nascita d’una poetica
(Vivre sa vie di Jean-Luc Godard, 1966)

Nel buio – Un film, un poeta. Nel buio uterino e amniotico del cinema, la luce del film e lo sguardo di un poeta. Abbiamo chiesto a poete e poeti di parlare di cinema, ma a partire da un film, una sequenza, un fotogramma. La rubrica, a cura di Luigi Fasciana, prosegue con la terza uscita, firmata da Ida Travi e dedicata al film “Vivre sa vie” di Jean Luc Godard.

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