Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento. A cura di Isabella Leardini

Proponiamo una nota critica di Giulio Medaglini a "Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento". A cura di Isabella Leardini

Non una antologia femminile, quella che Isabella Leardini ha pubblicato quest’anno per Vallecchi, come lei stessa ha tenuto a specificare nel saggio introduttivo, ma un florilegio di testi abbandonati ai margini, volutamente epurati dalle principali antologie del Novecento, la maggior parte delle quali, non a caso, curate da uomini. Ma, come ci ha insegnato l’antropologo Gilles Clément, ciò che non è centrale può divenire terzo paesaggio, luogo di alto valore biologico e simbolico in cui prolifera la biodiversità[1]. È questa potenzialità che l’antologia di Leardini raccoglie, lasciando risplendere una Costellazione parallela che è stata sempre presente, ma a cui è mancato lo spazio, per riprendere una parola chiave del recente saggio di Daniela Brogi, Lo spazio delle donne (Einaudi, 2022), già messa a fuoco da una scrittrice come Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé.
Un’operazione politica, dunque, la scelta di Leardini? No, se non di riflesso, dato che politica, per la sua ripercussione sociale, è stata l’esclusione delle donne – fatta eccezione per Amelia Rosselli – dal canone novecentesco, sulla base di pregiudizi rintracciabili nelle stesse definizioni di “femminile” o di “femminilità” che i dizionari ne davano, contrapponendo la fragilità e la debolezza alla virilità prettamente maschile. Ne è un esempio il Grande dizionario della lingua italiana in cui, alla voce “femminile” si poteva leggere: «che ha grazia, squisitezza, dolcezza di forme, di modi e di tono (un componimento poetico, un modo di parlare, un paesaggio, ecc.) che rivela debolezza, incertezza» (già citato da Ambra Zorat, 2009).[2]       
La presente antologia, seppur distante dalle motivazioni e dal clima culturale in cui nacquero le prime antologie di poesia femminile negli anni ’70, presenta un corposo saggio introduttivo che scandaglia la situazione delle donne in poesia nel corso del Novecento e rende conto delle motivazioni insite nella selezione dei testi. Questi ultimi sono accompagnati da una nota biografica e da un ritratto delle sedici poetesse antologizzate dalla curatrice, in ordine cronologico: Ada Negri, Sibilla Aleramo, Amalia Guglielminetti, Lalla Romano, Antonia Pozzi, Daria Menicanti, Fernanda Romagnoli, Margherita Guidacci, Maria Luisa Spaziani, Cristina Campo, Armanda Guiducci, Nella Nobili, Maria Gloria Sears, Giovanna Bemporad, Amelia Rosselli, Alda Merini. Voci diverse, accomunate in questo percorso dalla messa in rilievo, da parte della curatrice, di quello che chiamerei un female gaze. Con questa locuzione non intendo indicare un insieme di caratteristiche proprie di una ‘poesia femminile’, né è mia intenzione (e non lo è della curatrice) contrapporlo a un oppressivo male gaze. Voglio invece servirmene per indicare una contronarrazione, spesso liquidata dalla critica come intimistica, forse per nascondere la carica destabilizzante che i testi di queste donne sono in grado di veicolare. È il caso della prima poetessa antologizzata, Ada Negri, che nella sua raccolta Maternità (Treves, 1904) celebra la donna, madre e operaia, apostrofando l’uomo come “infido”. Una libertà espressiva che, si può ben immaginare, non doveva essere vista di buon occhio nella società patriarcale primonovecentesca, in cui si stava preparando il terreno per l’avvento del fascismo. O, ancora, si possono trovare testi tratti da Poesie per un uomo (Mondadori, 1965) di Armanda Guiducci che scardina quell’idea secolare del canzoniere scritto da un poeta che si rivolge alla sua musa. Un io femminile, dunque, e un tu maschile, come quello della Bovary c’est moi (in Autobiologia, 1969) di Giovanni Giudici o, più recentemente, di Lui passava – riscrittura al maschile che Franco Buffoni compie della celebre A une passante di Baudelaire (in Una piccola Tabaccheria). Ed è sempre Franco Buffoni che, in Jucci (Mondadori, 2014), mette in scena uno sdoppiamento dell’io in io-maschile e io-femminile. Esempi, questi, che confermano come il female gaze non sia caratteristica intrinseca delle poetesse e che, al contrario, denotano una tendenza crescente a una liquidità dell’io ben lontana dallo sguardo maschile reificante a cui la tradizione letteraria ci ha abituati.
Basterebbe pensare al germe di questa evoluzione o all’ardita retorica di Ada Negri, più futurista di Marinetti, per comprendere l’operazione eminentemente letteraria e rivitalizzante che Isabella Leardini compie in questo suo lavoro. Un ridare luce, tramite le individualità e insieme la coralità a donne a cui era stata tolta, come nel caso di Sibilla Aleramo e Amalia Guglielminetti, ricordate dai più per essere state le compagne, rispettivamente, di Dino Campana e Guido Gozzano. Ma anche a chi la luce dei riflettori ha finito per ustionare l’immagine: è il caso di Alda Merini, la cui fama ha lentamente svalutato e fatto dimenticare le sue opere piu pregevoli, come La presenza di Orfeo (Schwarz, 1953), originale riscrittura dell’omonimo mito, visto con gli occhi di Euridice. Un’operazione questa anticipatrice di una tendenza, oggi, piuttosto diffusa, come testimoniano libri di poesia e prosa che hanno adottato un’altra prospettiva per raccontare il mito; è il caso, per fare alcuni nomi di: Averno (Il saggiatore, 2020) di Louise Gluck, Circe (Marsilio, 2021) di Madeline Miller, Il silenzio delle ragazze (Einaudi, 2019) di Pat Barker.
Molto si potrebbe ancora dire su questa antologia che prova, con perizia, a riempire un vuoto, a sfidare le categorie, a colmare il silenzio di tanta critica, come quello che avvolge i versi indelebili di una poetessa come Margherita Guidacci[3], di fronte ai quali non rimane che mettersi in ascolto.
Concludo questo scorcio con le parole (non se ne potrebbero trovare di migliori) della stessa curatrice: «Discutevamo di uccidere i padri e non ci accorgevamo mai di essere orfani di madri» (p.12).

 Giulio Medaglini


Testi tratti dall’antologia

In sogno i morti (di Fernanda Romagnoli)

Vengono i morti nel sogno,
ci affiancano se ne rivanno,
talvolta danno un segno – ma diviso
da noi – candela mossa dietro un vetro.
Così mio padre mi s’accende accanto
nel buio che mi fascia.
«Vieni per dare o per chiedere?» m’affanno.
«È la medesima cosa» – e in un sorriso
si spegne, come annottando sulla riva
l’acqua, che del suo viaggio fiammeggiante
non lascia nessun pegno.


Nessuna parola (di Margherita Guidacci)

Poiché non mi veniva nessuna parola
(la parola era «addio», ma non riuscivo a dirla)
ti ho dato il mio silenzio
ed ho ascoltato il tuo,

e non è stato un vuoto, ma condivisa pienezza
e ancora gioia, mentre accettavamo,
come la terra, un nostro tempo di neve,
bianco grembo d’attesa delle future estati    
                                                               

Il pericolo (di Alda Merini)

Che s’io così mi decanto
sciogliendomi in tempo
dalla forma assoluta che «decide»,
non vedere, amor mio,
dentro la povertà della mia assenza
un assenso, un consenso o solamente
una parola
da richiamare sempre,
da oppormi quasi a specchio ed a condanna
d’ogni mio moto divenuto illecito!

Ho timore di questo:
che qualcuno ricavi dal passato
un simbolo, un accenno
che mi descriva incatenata sempre
ad un unico passo…

Mobile come sono,
cinta di fughe e da sproni tremendi
e incalzanti turbata, esasperata,
non è ancora per me giunto il momento
di riposare queste membra stanche
sull’iniziale della fissità!

13 aprile 1949                                                                               

 

 


[1] Ricordo che l’associazione tra poesia contemporanea e Terzo Paesaggio risale al saggio di Laura Pugno In territorio selvaggio (Nottetempo, 2018), mentre l’accostamento tra l’antologia di poesia contemporanea e il Manifesto del terzo paesaggio (Quodlibet, 2004) di Gilles Clément è un’intuizione di Sara Vergari, che ne ha parlato nel numero XXIV de «L’Ulisse – rivista di poesia, arti e scritture», pp.282-287. In questa sede l’analogia sembra ancora più opportuna data la marginalizzazione che le donne hanno subito nel corso del Novecento.

[2] GDLI, vol. V 1968, p. 807. In Ambra Zorat, La poesia femminile italiana dagli anni Settanta a oggi. Percorsi di analisi testuale. Trieste: Università degli Studi di Trieste, 2009. https://www.openstarts.units.it/server/api/core/bitstreams/e5547c44-179f-496d-a3f3-b544ce0b6408/content

[3] Per un ulteriore approfondimento dell’opera di Margherita Guidacci, segnalo il seguente articolo di Mario Soldaini, pubblicato su MediumPoesia il 20 Giugno 2022: https://www.mediumpoesia.com/laltro-nella-poesia-di-margherita-guidacci/

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