Poverina, poverina…
la voce, la scrittura: nascita d’una poetica
(Vivre sa vie di Jean-Luc Godard, 1966)

Nel buio – Un film, un poeta. Nel buio uterino e amniotico del cinema, la luce del film e lo sguardo di un poeta. Abbiamo chiesto a poete e poeti di parlare di cinema, ma a partire da un film, una sequenza, un fotogramma. La rubrica, a cura di Luigi Fasciana, prosegue con la terza uscita, firmata da Ida Travi e dedicata al film "Vivre sa vie" di Jean Luc Godard.

di Ida Travi

La bocca nascosta dal libro aperto

Sono entrata in giacchetta bianca scostando una tenda nera: anche il film era in bianco e nero, e stava per finire. Sullo schermo campeggiava il piano ravvicinato d’un giovane uomo che sta leggendo un libro, ad alta voce. Si vedono solo i suoi occhi, la bocca è nascosta dal libro aperto davanti al viso. Si vede bene la copertina, si legge chiaramente il titolo: Ouvres complètes di Edgard Allan Poe, nella traduzione di Charles Baudelaire. Il film è francese, Godard ci mette la sua firma e anche la sua voce.

Il ritratto ovale

Il giovanotto sta leggendo la fine del racconto Il ritratto ovale, racconto che io stessa avevo letto qualche giorno prima, per compito scolastico. Tutto ciò che si studiava a scuola mi annoiava a morte, ma ero ormai abbastanza grande, e potevo andare al cinema da sola, potevo imparare qualcosa lì. Dunque calma è la voce del giovanotto mentre legge un brano dal racconto di Poe: “… per un momento, il pittore restò in estasi davanti al lavoro che aveva compiuto. Ma, un minuto dopo, ancora contemplandolo, tremò e fu colto dal terrore. Scoppiò in un urlo: ‘il ritratto è la vita stessa’. Si voltò allora di colpo per guardare l’amata… era morta.” Il giovanotto chiude il libro. Il racconto è finito. Forse è finito anche il film, penso. Ma viene inquadrata la donna. È la nostra storia le dice l’uomo… è la solita storia d’amore, penso, ed ecco che invece, all’improvviso, la scrittura entra nello schermo: irrompono le didascalie, anche in traduzione, come venissero da un altro mondo, da un’altra lingua, imprevedibile, scorretta. Io sono in Italia, sono seduta nelle prime file d’un cinema di Milano, e sto guardando un film francese con doppiaggio in italiano: il tipo dietro di me fuma come un turco e mi soffia il suo fumo sulla testa. Davanti a me sullo schermo compare una scritta sull’inquadratura della donna, muta: Allora cosa facciamo oggi? Nessuno risponde: al posto della voce compare la risposta scritta, imperfetta, poggiata proprio sopra la copertina del libro: Andiamo a far niente ai Giardini di Lussemburgo? Sì, è un dialogo scritto, e la traduzione zoppica. Ma dove guardano gli occhi del giovanotto col libro in mano? Che se ne fa, ora, di quel libro aperto davanti al naso se non lo legge?

Le parole sono immagini

Dunque è il 1962. Io vado al cinema per vedere le immagini, per sentire le voci… e mi trovo di fronte a un dialogo scritto. Perché quell’affidarsi alla scrittura se gli esseri là sopra hanno una voce? Il film che sto guardando è Questa è la mia vita di Jean-Luc Godard, ed è tutto un susseguirsi di
primi piani, battute rapide, dialoghi filosofici, volti silenziosi. In questo film le parole sono immagini, un po’ come accadeva quando il cinema era muto. Si racconta della giovane Nanà. In questo nome da un lato c’è il richiamo alla figura tratteggiata in Nanà di Émile Zola, e d’altro lato c’è l’anagramma di Anna (Karina), interprete del film e, all’epoca, moglie di Godard: Anna/Nanà. Come il nome anche le immagini che scorrono sullo schermo hanno una loro doppiezza e contengono un nucleo oscuro che mette in guardia dalla comprensione: aspetta, capirai, ma non ora.

Cartelli

Il film procede per quadri, o tableaux. In tutto i quadri sono 12. Ogni quadro è introdotto da un cartello, quasi un promemoria, brevi appunti messi lì per tutti. Sul cartello del primo quadro c’è scritto: Un bistrot – Nanà vuole lasciare Paul – La macchinetta a gettoni. Tu leggi e capisci che per fare un film in qualche modo devi mettere le mani su una macchina. Qualche colpo di tosse in sala. I due seduti accanto a me borbottano continuamente: ‘è un film sulla prostituzione, ma tu ci capisci qualcosa?’ Sulla strada Nanà appoggia la schiena contro le parole dei manifesti affissi al muro. Non parla, butta fuori fumo. Di quadro in quadro si stagliano figure d’un bianco casto, d’un nero profondo, figure mobili, pronte a uscire dalla cornice. Quella è la loro vita, certo. Quelle figure incarnano il nostro desiderio d’immagine, come certe forme di religione, o i sogni stessi.

La passione

Infatti il terzo quadro è la cacciata dalla chiesa. Il cartello avvisa: La portinaia – Paul – La passione di Giovanna d’Arco – Un giornalista. Che succede dunque? La portinaia caccia Nanà fuori di casa perché Nanà non paga l’affitto. E Nanà, nel 1966, invece che in chiesa si rifugia in un cinema, dove si proietta un film muto. Che film è? È La passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer, 1928: ma Godard entra nel tempo, prende il volto di Réné Falconetti/Giovanna d’Orléans nel film di Dreyer, e lo mette in controcampo con il volto Anna Karina/Nanà nel suo film: due volti, due icone. Stesso dolore, stessa lacrima sotto l’occhio. Gli sguardi dei prelati sono identici agli sguardi dei parigini quando decretano la condanna. Ma se Giovanna nel muto film di Dreyer piange rivolta verso un Dio, Nanà nel parlato film di Godard, piange silenziosamente rivolta verso uno schermo. La stessa didascalia vale per due: Sur le bûcher! Al rogo! E io? Perché piangevo? La stessa didascalia vale dunque per tre? Sur le bûcher! Al rogo! Dopotutto anch’io invece che in chiesa ero entrata in un cinema, anch’io avevo gli occhi puntati su uno schermo… anch’io sarei stata giudicata, anche sulla mia faccia scorreva una lacrima…

Il linguaggio

Nell’undicesimo quadro la didascalia avvisa che Nanà fa della filosofia senza volerlo: puro emblema della bellezza, Nanà è seduta in un bar, sta parlando con un uomo, e quell’uomo è un filosofo. È il filosofo Brice Parain in carne e ossa, chiamato nel film a essere se stesso. Perché bisogna sempre parlare? gli chiede Nanà Io trovo che molto spesso bisognerebbe stare zitti, dice Nanà, più si parla e più le parole non vogliono dire niente, a volte le parole ci tradiscono… Eppure, le dice il filosofo, si dovrebbe poter dire quello che si ha da dire, visto che si riesce a scriverlo…

Era tutto lì sotto ai miei occhi

Si, era tutto lì sotto ai miei occhi: devi vedere il mondo, la scrittura, come farebbe un cieco, mi dicevo nel buio… ma per quale ragione non sapevo, io non sapevo che avrei scritto poesia. Segno, parola e immagine erano lì, si erano uniti per me… facevano corpo per me, facevano anche il mio corpo. Per quanto tempo? Un’ora, due… Fino a quei due o tre uomini armati, fino alla fine, fino allo sparo, fino all’ultimo respiro. È la scena finale, la ragazza è a terra… Eppure… La ragazza non muore affatto, mi dicevo, recita. – Poverina, poverina – mi dicevo, le hanno sparato e non ha detto una parola, non una parola, solamente un grido.

Niente

Sono entrata ch’era giorno e sono uscita ch’era buio. Per anni e anni mi son detta – poverina, poverina – che mi resta da fare? se vuoi fare poesia chiedi al filosofo. Per anni e anni mi son detta: se vuoi fare poesia non chiedere al filosofo, fa’ quel che ti pare, senza troppa teoria. Finiva il secolo, finiva il millennio, io avevo scritto L’aspetto orale della poesia, e cosa avevo trovato? Niente. Avevo scritto versi, poesia, l’avevo scritta, si, era lì nei libri… e cosa mi restava? Niente! Quei libri io li abbandonavo. Non volevo aprirli, non volevo leggerli davanti agli altri, volevo solo viverli. Così fanno Raoul, Nanà, Paul, la portinaia… e gli esseri tutti. Vivono la loro vita. Non gli scrittori, tutti! Un po’ muti e un po’ parlanti, ciascuno dentro alla sua solitudine, ciascuno dentro alla sua avventura. Ah, le mots! le mots! A volte le parole ci tradiscono, a volte ci danno una seconda vita. Entrano, escono, fanno quello che vogliono. Ci scappano di mano, vanno dalla bocca alla pagina, dalla pagina allo schermo… che mistero! Arrivano di corsa, ci fanno un cenno appena e si spezzano fino all’addio… non puoi distrarti. Che carogne sono le parole! Adieu au langage, dice Godard, A dieu au langage.

“Credo invece che siamo responsabili delle nostre azioni – dice Nanà – e liberi. Alzo la mano, sono responsabile. Giro la testa, sono responsabile. Sono infelice, sono responsabile. Fumo una sigaretta, sono responsabile. Chiudo gli occhi sono responsabile. Dimentico di essere responsabile ma lo sono”


“In fondo, tutto è bello – dice Nanà – Basta interessarsi alle cose e trovarle belle. Sì. In fondo le cose sono come sono e nient’altro. Un volto è un volto. Dei piatti sono dei piatti. Gli uomini sono gli uomini. E la vita è la vita.”

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Vincenzo Frungillo, enigma kaspar hauser herzog

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