Acqua
e dal buio la luce.
Nel breve distico che apre la poesia Acqua, posta programmaticamente in esergo a tutta la raccolta, si condensa il nucleo fondativo di Trilogia dell’acqua (PeQuod, 2023) di Andrea Lanfranchi, un’opera sibillina ed enigmatica, di approdi e derive, in cui il dialogo intorno all’elemento acquoreo – con riferimento diretto al mare Adriatico che bagna Civitanova Marche, la città natale dell’autore – assume sembianze ambigue e proteiformi, tutte racchiuse nel cuore della conchiglia accostata all’orecchio, in cui «il frangersi dell’acqua [può farsi] suono» oppure «tuono».
Dal punto di vista strutturale l’opera risulta simmetrica nell’articolazione delle sue parti: le tre sezioni di cui è composta – La pesa, Nafta e Jinn – contano rispettivamente quindici, sedici e quindici componimenti e sono tutte precedute da versi posti in esergo, tratti da Dickinson, Hemingway e Pessoa, con richiami espliciti all’isotopia acquorea. Quest’ultima lega a doppio filo le prime due sezioni che, come osservato anche dal prefatore Eugenio De Signoribus, si configurano come un continuum, non solo per il tema di sottofondo ma anche per la postura nella lingua e nello stile assunta dall’autore. Entrambe prendono corpo nel porto civitanovese al tempo del crepuscolo mattutino, quando vita e morte si mescolano nello «spazio esatto del mercato», nelle fredde luci al neon che illuminano le casse accatastate – vuote e poi piene, in attesa della pesa – e nell’aria gelida che spira tra le reti dei pescherecci e che spande le macchie di nafta «tra le costole degli scafi». La familiarità con l’ambiente marittimo-portuale di Civitanova affiora con sagacia attraverso immagini vivide, minuziose nei particolari ma a tempo stesso allusive, rese attraverso un linguaggio ora tecnico-specialistico, attinto dalla marineria e dall’ittiologia, ora intimamente privato, come il dialetto civitanovese. Il risultato di questo pastiche linguistico ed icastico si avvicina a quello di un precipuo “lessico famigliare” in cui il vocabolario e la fraseologia fungono da «operatori mnestici»[1] che richiamano episodi, ricordi d’infanzia, memorie ancestrali sommerse dallo scorrere del tempo ma inscalfibili nel dialetto, ossia quella lingua – riprendendo Zanzotto – «carica della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è estesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni di organo fisico e sistema di parole) il nostro non sapere di dove la lingua venga»[2].
Un’altra isotopia della raccolta è rappresentata dalla morte. Anche in questo caso, siamo di fronte a una morte osservata attraverso lo sguardo, còlta nella sua corporeità spaziale e quantificabile. Una morte che si misura “a peso”, ma anche una morte rigorosa di un’«assurda simmetria», come nel caso delle «sardine / affastellate nelle latte sottosale», in cui la singola vita viene annientata in funzione del mucchio, della massa. Pur senza servirsi di riferimenti espliciti, Lanfranchi lascia intendere che dietro alle morti in mare non si celino solo immagini ittiche: le poesie la notizia, sulla spiagga e viaggio – tutte in distici di versi liberi – costituiscono un ideale “trittico degli annegati” e si possono leggere come un malcelato tentativo di denuncia sociale che culmina con uno dei passaggi più intensi di tutta la raccolta:
Per questo hanno le orbite scavate
gli annegati– quando si fanno trovare
hanno già visto tanto, troppo
Muovendosi tra il fuori e il dentro l’acqua, dall’umano all’animale, dal buio alla luce, in un continuo scambio di punti di vista, lo sguardo – nauseato da un «abusare degli occhi», il sigillo di Lanfranchi – si ritrova in balia di un moto ondoso che confonde e disorienta, affonda e porta a galla, dà e toglie la vita, «come pupille spaurite / dentro l’assurdo capitolo della mattanza».
Il passaggio alla terza sezione, Jinn, segna una cesura tra il prima e il dopo: le poesie, tutte intitolate a un Genio/Jinn (eccezion fatta per Verità della pietra), si fanno più criptiche, il linguaggio assume toni più oscuri, solenni e metafisici e, non da meno, il tema acquoreo sfuma gradualmente cedendo il posto a un’altra grande isotopia della raccolta, fino ad ora non menzionata: il substrato religioso. Tutte le sezioni sono infatti disseminate di riferimenti più o meno espliciti alle grandi religioni monoteiste, specialmente il cristianesimo e l’islam: il pesce – il cui acronimo in greco antico si traduce nell’espressione Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore – ha un connotato simbolico profondamente radicato nella tradizione cristiana; senza voler tentare interpretazioni forzate, è innegabile una contingenza tra l’aura mortifera, che aleggia specialmente sulle prime due sezioni, e il richiamo alla crocifissione di Cristo, vittima immolata e innocente, a cui si affida la salvezza dell’umanità. Accanto all’immagine ittica compaiono poi apostrofi alla divinità: curiosamente, si passa da un dio «crudele», dallo «sguardo muto» e indifferente alla morte nelle prime due sezioni, all’oracolarità dei Jinn, creature soprannaturali, a metà tra l’umano e l’angelico – ma spesso connotate da coloriture maligne –, appartenenti alla religione preislamica e musulmana e citati anche nel Corano. L’apostrofe ai Jinn lungo tutta la terza sezione apre la strada a un’altra grande dominante della raccolta, che dapprincipio compare sottotraccia per intensificarsi sul finale: il dubbio.
Io dico che il dubbio salverà la specie
che non esiste una sola via
che nessuna verità negherà mai l’innocenza
così come nessuna colpa sarà mai l’ultima delle colpe.Io dico: asserisci il tuo Dubbio e abbine cura
proteggi le sue sponde e fai tesoro delle onde
che le consumeranno,
fai tesoro della privazione che ne faranno.
Nella poesia Jinn sopra riportata, Lanfranchi affida al dubbio l’unica possibilità di salvezza, e lo fa adottando la «pronuncia evangelica»[3] del “Io dico”, sostituendo la sua “visione” alla parola profetica di Cristo. Il tono solenne e perentorio, unito alla personificazione del Dubbio in lettera capitale, suggerisce che solo il dubbio possa custodire e suggellare il mistero inesauribile del mare: in modo analogo al paradosso del gatto di Schrödinger, ciò che si trova nelle sue profondità è al contempo salvato e sommerso, almeno finché non varca la soglia che conduce «dal buio / alla luce».
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[1] C. Segre, Introduzione in N. Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, Torino, 2014 (1963).
[2] A. Zanzotto, Filò [1976], in S. Dal Bianco, G.M. Villalta (a cura di), Andrea Zanzotto. Le poesie e prose scelte, Milano, Mondadori, 1999, p. 542.
[3] E. De Signoribus, Prefazione, in A. Lanfranchi, Trilogia dell’acqua, PeQuod, Ancona, 2023, p. 7.
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Selezione di testi da Trilogia dell’acqua
Poesia in esergo
Acqua
e dal buio la luce.
Poi l’inventario dei giorni: oceani e attesa
misura della distanza tra luce e tenebra – e
l’abisso profondo che mai fu racconto
– o invertire il tempo: dall’ignoto all’ignoto,
da foce a sorgente,
farne parola, darne conto.
Genio dello sciabordio (delle acque)
*
Ha ali d’angelo quando il frangersi dell’acqua si fa suono.
Ha ali d’angelo e dice: sono il canto delle falesie perdute,
del sole appoggiato a morte sulla scogliera, il canto
dell’annegato che dondola sul bagnasciuga, il canto
che sbatte sul legno della croce.
*
Ha ali d’angelo e porta voci nel fondo della sua gola
voci profughe e perdute, e porta il tempo
e la sua giustizia, e il rimpianto dell’uomo caduto
e la mestizia dell’uomo ferito
e porta giochi di bambini nell’aria e l’eco delle nubi grigie.
*
Ha ali d’angelo e dice: sei nel mio ventre e io sono nel tuo
e quando il frangersi dell’acqua si fa tuono
soffio tutta la sua impazienza, e tutto il suo abbandono
e bevo alla sua agonia come dal calice dell’alleanza
e accarezzo il dolore suo, e gioisco della gioia sua.
*
Ha ali d’angelo se l’onda s’alza sotto la sua pancia
e si sfa – e risale – e torna – e passa – e cade.
Ha ali d’angelo e per ognuno tiene il conto d’ogni battito
E soffia sulla testa d’ognuno E dentro le orecchie d’ognuno
E a ognuno chiede la sua storia E d’ognuno fa memoria.
Specchio
Seppi, così, che i pesci
portano un mondo
in pochi millimetri di pupilla,
uno specchio convesso
e te, col tuo doppio – solo un riflesso
: macchia, inezia, scintilla.
Linea
L’orizzonte è crudele, rende piatta
l’attesa (generando illusione).
Sotto una luce cannibale
incenerisce gli occhi, li asseta
per infida apertura, li sprofonda d’azzurro
fa di loro una patria fittizia.
Ma se sai la sua presa
se conosci il tuo punto di resa
l’orizzonte è la linea più pura.
Nell’intrico
A un certo punto il sonno
diventava una nauseante eccitazione. Così, un mattino
sprofondai nell’intrico delle agore – nella metallica perfezione
dei loro corpi affusolati.
Ecco – pensai – lo splendore non ha mai fine…
Fissai l’orgia delle loro code avvinghiate,lo squamarsi del tempo tra i becchi acuminati,e gli occhi ancora vivi, rivolti a un qualche ignoto Interlocutore.
Ero forse io quello? – era il loro l’inganno, o il mio?
Avrei dovuto tentare almeno una risposta, ma
non ero quel tipo di dio, e a ben vedere
di lì a poco, sarei caduto anch’io
dentro la stessa rete – a dimenarmi nell’intrico.
Alzai le spalle, dunque,
e impilai la cassa sopra il bancale.
***
Andrea Lanfranchi, nato a Civitanova Marche, vive e lavora a Fermo.
Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: vociverse (Ibiskos Ulivieri, Empoli 2009); La Pesa (La Luna, Casette d’Ete di Sant’Elpidio a Mare 2010); cantiere in luce (CFR editore, Piateda 2014, Premio Fortini); La voce obliqua (Arcipelago Itaca, Osimo 2018); Muri (realizzato in proprio nei quaderni di poesia e arte Le egrette bianche, Fermo 2020); Il lato del silenzio (Ibiskos Ulivieri, Empoli 2021); Trilogia dell’acqua (Pequod, Ancona 2023, Premio Franco Loi). Ha inoltre pubblicato le sillogi Corpo di reato in Legenda (Fara Editore, Rimini 2009), A14 in Poesia di Strada XII edizione (Wizarts Editore, Porto Sant’Elpidio 2010); Il punto stabile in Poesia e Conoscenza N.2 (Edizioni Associazione La Poesia salva la vita, Milano 2016).
Componimenti vari sono reperibili su: Anterem; Le voci della Luna; Argo; Arcipelago Itaca; La dimora del tempo sospeso; Le parole e le cose; Poesia e Conoscenza; Poetarum Silva; Yawp Poesia; poesiaultracontemporanea; Trotter in versi; Milanocosa.



