Sin troppo facile applicare a questa messe di versi la categoria interpretativa di “poesia civile”: un’etichetta che vuole indicare quelle opere i cui contenuti sono sbilanciati verso un proclamato attivismo pubblico, nella condivisione di certi valori positivi. E comunque non c’è dubbio che siamo di fronte a poesie che si sforzano di dire qualcosa di utile a favore della pace. E che otterranno un piccolo effetto – comunque – dopo la loro pubblicazione. Perché se ne parlerà, se ne discuterà, ci saranno letture, presentazioni, polemiche. Sia chiaro: tutti insieme, con questo libro stiamo facendo qualcosa di concreto, a sostegno di una entità che chiamiamo “pace”. Anche se la sua definizione non può che essere grossolana, imprecisa, nel senso che ricordavo sopra. E invece, più concretamente? Queste poesie sono anche “contro la guerra”? Vanno al di là di una serie di petizioni di principio? Ed è corretto chiedere alla poesia una collocazione così storicamente vincolata? Peggio ancora: il discorso in versi è in grado di rispondere a una richiesta pubblica forte? Temo di dover rispondere negativamente a tutte queste domande. E non perché quelli che avete di fronte siano brutti testi, e non perché io escluda che sia possibile una poesia che svolga un ruolo civile. Ma semplicemente perché le strade politiche della poesia “contro la guerra” (come di ogni altro discorso estetico impegnato) seguono percorsi molto tortuosi e non così frontali. La politicità profonda di un’azione artistica chiede una serie di mediazioni che non passano solo attraverso una dichiarazione tematica, ma implicano il riferimento a un agire simbolico la cui efficacia dipende innanzi tutto dalle dinamiche tortuose della ricezione. Le intenzioni, i programmi sono invece la sostanza prima con cui – qui – abbiamo a che fare. Questo libro si vuole – tematicamente, volontaristicamente – favorevole alla pace, e almeno un po’ contro la guerra. Si manifesta come atto nobile e generoso, in grado di dare un contributo alla polis universale. E io che scrivo mi sento organico a questo proponimento.
(dall’introduzione di Paolo Giovannetti)
*
Davide Barilli
RABDOMANTI
Non erediteremo che rovine
grattacieli di polvere e sangue
fotogrammi sgranati di incunaboli
postmoderni
respirando altri veleni sbriciolati
occhi feriti che supplicano
garze impregnate di morte
satellitari istanze geografiche
in attesa di orde meccaniche
precise come droni
nascosti in un rivolo di luci perse
bussole senz’ago nella galassia
in cui rabdomanti del nulla
cercheremo pace.
*
Alessandra Carnovali
sa di pane la pace
di grano che il sole
irrobustisce e ammorbidisce
la pioggia e di mani
sapienti
e condivisione
sa di gesti umani, unione
tra pari
bisogni primari
*
Federico Marcelli
Ἰχθῦς ἱεροὺς μὴ ἀδικεῖν
Legge sacra del santuario di Atargatis, Smirne, I sec. a. C.
NARCISO
Il giardinetto presso la stazione
sente un rumore non troppo lontano.
È chiaramente il treno,
perché per le cicale è ancora presto.
Dentro ai confini della recinzione,
la primavera insiste sui veleni:
saltella il sole sopra alla lamiera,
la fontanella d’amianto zampilla
e nella vasca sporca i pesci rossi
predicano la pace.
Per poterli guardare vengo a patti
con mezzo metro d’acqua e con lo specchio.
Come sarebbe utile toccare
col dito il fondo e non bagnarsi il polso,
se la profondità diventa un obbligo
e un ordine conoscere sé stessi!
Come sarebbe bello rinunciare
ai trascorsi mortali di Narciso!
Asciugo l’avambraccio
e guardo il mio riflesso. Eppure esisto
innanzitutto perché non mi vedo.
*
Giuseppe Pisano
LA PACE
Quanno t’arimorde ’a coscienza
d’ave’ fatto ’no sgarbo a quarchiduno
te po’ veni’ ’a voja d’arimedia’ e allora?
la inviti pe’ ’na pizza ’ndo se po’ discore
e tentar de fa la pace immantinente
ma se fa più presto a dillo che a fallo
e a dilla tutta de che parlamo?
’no sgarbo? ma fu innocente, semo seri
chiamamolo “lapsusse” e pe’ chiari’ l’idee
smettemola de fanne ’na questione,
guardamose
nell’occhi e annamo dritti ar chiarimento
e pe’ dilla tutta proprio per intero
sedemose e fissamose ’nde ’e pupille
la pace è ’na cosa seria: famola pe’ lo vero
oggi, dimani e poi pe’ sempre.
*
Federico Savelli
***
Oh, si può fare
di tutto
per evitare di essere maschera.
Non c’è soluzione, né appartenenza.
Di una memoria, ecco, che
proponi già decisa-
Oh tu mi dici: mi scompiglia la tua terra
dimenticata dagli occhi al cuore.
Ma se non c’è pazienza; se sai anche tu
che qui tutto si sceglie fuorché la vita
che è dentro la vita. Lascia.
No: noi conosciamo il tempo
lo sopportiamo
come si fa esattamente con la terra
come si fa con una pietra
o con una pianta.
/Ma le miglia da percorrere
le ha già fatte quello
o quest’Angelo.
E noi dalla maschera ricaviamo
un cuore brusco
e un sottile nascondiglio
e da un verso rapido
troppi riferimenti al cuore.
Scienza: possa mai un nervo
possa mai un nervo lì
sanificare i sensi
trasferire gli assoni
contro il dolore di un altro corpo-
Le maglie del prolungamento
elettrico
smitizzare carni come tante.
A notte a notte
presso l’ingresso alle acque
presso lo slabbro dei porti
forse sapremo da che occhi
saranno sorrette le ante—
*