“Non si dovrà dire che amen”. Sopravvivenze gaddiane in “La parte di Malvasia” di Gilda Policastro

Si propone un articolo di Pietro Polverini che analizza il recente romanzo di Gilda Policastro "La parte di Malvasia", ponendo l’attenzione su fattori intertestuali e sui rapporti con "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" di Carlo Emilio Gadda.

Sin dalla pubblicazione nello scorso aprile (2020) l’ultimo romanzo di Gilda Policastro La parte di Malvasia, edito per La nave di Teseo e finalista al Premio Viareggio, ha creato una certa frenesia critica. Sommariamente si potrebbe dire che una buona parte delle recensioni si sia orientata su fattori eminentemente paratestuali: esemplare è stata l’indagine di Gerardo Iandoli, pubblicata su Argo, volta all’analisi della costituzione dell’orizzonte d’attesa jaussiano a partire dalle indicazioni della fascetta editoriale, portando l’attenzione del lettore su un ipotetico inserimento del romanzo nel novero del giallo tout court. In questo breve articolo si tenterà di spostare l’asse d’osservazione sul piano intertestuale, segnatamente quale rapporto La parte di Malvasia imbastisca con Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, cercando di esaminare quali siano le disseminazioni, le variazioni, i debiti e le differenti costellazioni linguistico-ontologiche in cui orbitano i suddetti.

L’inferno di Liliana Balducci e Malvasia

In questa sede, per indicare il rapporto che Policastro intrattiene con Gadda abbiamo preferito parlare di “sopravvivenza”, categoria critica mutuata da Warburg. Esposta in La rinascita del paganesimo anticoquesta sta a indicare come un’immagine sopravviva alle epoche e si perpetui attraverso il tempo seguendo stili diversi. Detto questo, possiamo notare come il romanzo di Policastro abbia una chiara radice ipotestuale, una sopravvivenza per l’appunto, come se il libro nascesse per gemmazione dalla pagina di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana in cui c’è il rinvenimento dell’assassinata Liliana Balducci. Il primo termine di raffronto tra i due romanzi, di conseguenza, concerne la descrizione delle due morti: da una parte, il capitolo II del volume gaddiano, dall’altra, le pagine 40-42 della sezione “Signore e signorine” di La parte di Malvasia. In Policastro la protagonista, calata in una collocatio loci fantasmatica dove si è trasferita senza una ragione che risulti chiara ai suoi vicini, viene ritrovata morta nel suo nuovo appartamento. La scena viene descritta in questi termini: 
«sul volto rappreso il sangue della lotta, i capelli trattenuti sulla sommità e rimasti turgidi in un solo ciuffo spettinato, rorido sangue […]. I graffi, sulla faccia, sulla carne viva del collo, e bianca […] macchie sui mattoni, antiche, recenti, macchie di sporco misto a sangue, macchie della vita che era viva il giorno prima e della morte che è subentrata» (pp. 40-41). 
Similmente Gadda si serve di tutto lo spettro linguistico-cromatico possibile per rendere conto del pasticciaccio: Liliana, esanime, si presenta « d’un pallore da clorosi», «bianchezza estrema della carne» (p. 64). A questo si aggiunge «un profondo, un terribile taglio rosso le apriva la gonna velocemente… Liliana aveva già il coltello dentro il respiro, che le lacerava, le straziava la trachea: e il sangue, a tirà er fiato, le annava giù ner polmone» (p. 71). In ambo i casi il referto descrittivo che gioca sul piano anatomico e cromatico mette in evidenza la centralità della disgregazione anteposta alla morte. Questo aspetto trova un’altra rispondenza testuale. Da una parte si legge in Gadda, sempre nel capitolo II, a seguito della descrizione del cadavere che «la morte gli apparve, a Don Ciccio, una decombinazione estrema dei possibili, uno sfasarsi di idee interdipendenti, armonizzate già nella persona. Come il risolversi d’una unità che non ce la fa più ad essere e ad operare come tale, nella caduta improvvisa dei rapporti, d’ogni rapporto con la realtà sistematrice» (p. 73). In Policastro, l’ulcerata materia della corruzione si aggruma – proprio a poche battute dal ritrovamento di Malvasia – in un’efferata descrizione della vecchiaia: «perché si accanisce sul corpo delle vecchie? Perché le vecchie, già scucite in volto, pencolanti, si frantumano le ossa, oppure si vanno a schiantare?» (p.37). In entrambi gli autori la disgregazione si addensa, da un punto di vista narratologico, in un racconto post-factum. Parallelamente il racconto si agglomera per concrezione di voci che si radunano attorno all’evento. Entrambe ridotte a “sfigurati manichini”.

Epigrafi, prolassi e testamenti

In questa seconda fase della nostra analisi, proponiamo una comparazione fra due locii testuali che a nostro avviso sono caratterizzati da una medesima condizione. Da una parte le pagine dedicate al testamento di Liliana Balducci, dall’altra le pagine dove si ha una rievocazione post-mortem di Malvasia. In Gadda l’intero capitolo ruota attorno alla figura della vittima, ricordata da oggetti, ricordi e voci diverse secondo le modalità del racconto poliziesco. L’appartamento di Via Merulana, con i suoi armadi e i suoi cassetti ne mostra la biancheria di seta, le sottovesti, i fazzoletti. Durante l’interrogatorio condotto da Fumi, il marito ne traccia il ritratto, ricordando il desiderio ossessivo per un figlio e la storia di nipoti adottive. Ugualmente il cugino Giuliano Valderana parla del suo ambiguo carattere inquieto derivante dalla maternità mancata. La lettura del suo testamento da parte di Ingravallo ne rivela un ferino e insospettabile cupio dissolvi: «quella voluttà del commiato che subito distingue le coscienze eroiche oltrecché le menti a loro insaputa suicidi […] quanto bramasse di vedere sepolto al più presto quel turpe elenco di averi: quelli che soltanto nell’ultimo smarrimento di sé le era conceduto disperdere» (p. 113). Sempre nel testamento Ingravallo rintraccia il testo di un’epigrafe, incrociata da Liliana in una visita al museo lateranense su di un sarcofago: «Evasi, effugi: spes et fortuna valete: nil mihi vobiscum est: ludificate alios». In questo caso Gadda parla di una «brama di riprincipiar da capo […] un rientro nell’indistinto» (p. 114). In La parte di Malvasia manca la componente testamentaria: tuttavia si può rintracciare una sorta di racconto post-mortem evocato dal narratore che si potrebbe dire onnisciente (ma in questo caso possiamo fare nostri i versi di Mario Luzi secondo cui “la scienza è oblio d’ogni sapere”).
«Dove ti trovi adesso Malvasia, ci sono le fattezze umane? La vita è più una serie di attimi irrelati o si
raggrumano, le cose, in una forma che puoi ricomporre dall’alto o da lì, dove comunque stai? […] Dov’è finito quel che resta, da dove mi parla il tuo falso ricordo. Non ti ho mai vista, Malvasia, non ho idea di dove tu sia nata» (p. 135).
In entrambi i casi il garbuglio fra assassinio, degenerazione, morte e cupio dissolvi delinea una forma di pasticcio, così come ne chiarisce il senso Roscioni in una delle monografie fondative per la critica
gaddiana, La disarmonia prestabilita: studio su Gadda: «Dunque, il pasticcio. Cioè la negazione, l’impossibilità di ordine. Non un dato metafisico o uno schema intellettuale, un esercizio-simbolo dell’intelligenza che cerca e dispera di scoprire un senso, un esito all’indagare e all’apprendere; ma semplicemente la constatata, ineliminabile refrattarietà del reale a ogni tentativo di organica, integrale sistematicità» (p. 74).
La coincidenza si gioca sul fronte dell’identità tra ordo rerum e ordo verborum. Di qui una parola-chiave che traduce nella lingua della filosofia il concetto di pasticcio, atta ad intendere il viluppo fra degenerazione e morte: “compossibile”. Il lessema ha derivazione leibniziana ed era già stato adottato da Gadda nella Meditazione milanese. In questa si può leggere: «un complesso di relazioni può sempre acquistar fisionomia di individuo per rapporto a un sistema più generale nel quale esso sia elemento. In ciò è veramente individuo o elemento o monade» (MM 662). Per Leibniz il termine indica la compresenza di possibili che si concretano in un individuo in forma di relazioni e rapporti che egli grazie al suo esistere istituisce con il sistema di cui fa parte: «Questo rapporto/relazione ora o questo accomodamento di tutte le cose create con ciascuna e di ciascuna fa sì che ogni sostanza semplice abbia dei rapporti che esprimono tutte le altre e che di conseguenza essa sia un vivente specchio perpetuo dell’universo» (Monadologia, 56, p. 132). Più avanti nella bettola di Zamira – dove conduce la narrazione gaddiana in cerca di una soluzione per gli omicidi – si parla di «punto d’incontro di vitali compossibili (compossibilità di vivi e morti, quindi di nuovo il pasticciaccio, l’ordo rerum sfallato alla luce del compossibile senza scudo di sintesi). Gadda fa riferimento ad un «raduno elisio delle dolci ombre, la chiamata l’evocazione dei compossibili» (p. 235). In conclusione si può notare come, nei due autori, l’utilizzo dell’espediente narratologico rispondente alla cornice del giallo trovi ragioni alla luce di differenti esigenze, seppur accumunate dalla condizione ontologica del pasticciaccio. Se in Gadda si può segnalare una sorta di pulsione centrifuga, tanto che l’omicidio Balducci porta ad una concatenazione di eventi che tracimano rispetto al fattaccio in sé, centripeta resta la tensione in Policastro. Il male s’aggruma, s’addensa: nel verbo c’è la deficienza di essere, il male. Attorno a Malvasia e al suo oblio si radunano voci incapaci di sintetizzarne il senso.

Bibliografia di riferimento

Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Milano, Adelphi,
Id., Meditazione Milanese, a cura di Paola Italia, in Scritti vari e postumi, Garzanti, Milano, 1993.
Gottfried Leibniz, Monadologia, Milano, Bompiani, 2002.
Gilda Policastro, La parte di Malvasia, Milano, La nave di Teseo, 2020. 
Gian Carlo Roscioni, La disarmonia prestabilita: studio su Gadda, Torino, Einaudi, 1969.
Aby Warburg, La rinascita del paganesimo antico, Firenze, La Nuova Italia, 1966.

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