Le nostre storie non hanno che noi per tenersi insieme

Una breve nota di lettura a cura di Antiniska Pozzi su “Buongiorno ragazzi” ultimo libro di poesia di Valentino Ronchi (Fazi, 2019).

Buongiorno ragazzi” di Valentino Ronchi, uscito lo scorso autunno per i tipi di Fazi, è prima di tutto un libro che racconta una storia. Una storia con personaggi e luoghi e tempi, e non ci sono molti libri di poesia che lo fanno in maniera così netta, seguendo un filo narrativo che non è dato da una trama, ma da un sentimento dominante in grado di evocare – pur muovendo da una vicenda personale – una narrazione collettiva.

Chi scrive la presente nota ha avuto occasione di esperire questo sentimento, ne conosce i teatri, intesi come luoghi fisici e umani, ne conosce persino alcune incarnazioni. E chissà se questo non abbia influito sulla lettura del libro, anche se, è bene dirlo subito, siamo in un  campo che va oltre l’autobiografia, e come ha spiegato lo stesso Valentino Ronchi in occasione di un’intervista con Alida Airaghi  “come dico agli amici e alle amiche di quegli splendidi tempi, voi ci siete e pure non ci siete qui dentro: biografia e invenzione, appunto, per una sorta di pudore verso le cose troppo importanti, così importanti che sono al limite dell’irraccontabile, anzi sono irraccontabili, se non camuffate e riscritte”. 

L’evento che dà avvio al libro è subito dichiarato: il primo verso della prima composizione recita “La notizia colse tutti impreparati ovunque” (“/si trovassero in quel mentre, rientrati/ da un’altra estate”). E’ già tutto qui ciò che attende il lettore, c’è un tutti che è stato un’unità e che ora è ovunque, c’è una notizia (la notizia di una morte, ma questo lo si scoprirà solo nella seconda composizione), c’è un aggettivo (impreparati) che fotografa contemporaneamente un tempo passato e un tempo presente, accomunando per scarto due diverse età della vita. Da qui si genera un movimento che percorre l’intera raccolta e che è già svelato nell’ultimo verso della prima composizione: “ritornare più volte indietro, a bocca aperta”.

In poche righe, l’autore mette in campo tutto, svela l’intero contenuto dei versi a venire, e ci consegna con trasparenza ai molti dettagli di questa vicenda: al lettore non resta che girare pagina e scoprire chi sono (chi erano) quei tutti, dove sono, come stanno. Siamo troppo giovani, pensavi, per perdere/ il professore di greco. La parola poetica prende corpo e si muove con moto uguale e contrario attraverso i due poli rappresentati dal particolare delle situazioni e dall’universale del sentimento, ed è proprio per questo che il puro dato (auto)biografico smette quasi subito d’interessarci: si parla di Anna e Francesca, ma sono “tante le ragazze che quell’inverno/ scendevano chiuse nei loro cappottini/ per via Bergamini”. 

L’evento che dà avvio al libro è subito dichiarato: il primo verso della prima composizione recita “La notizia colse tutti impreparati ovunque”. E’ già tutto qui ciò che attende il lettore, c’è un tutti che è stato un’unità e che ora è ovunque, c’è una notizia (la notizia di una morte, ma questo lo si scoprirà solo nella seconda composizione), c’è un aggettivo (impreparati) che fotografa contemporaneamente un tempo passato e un tempo presente, accomunando per scarto due diverse età della vita.

L’universo poetico che scaturisce dal libro è fatto di immagini che somigliano spesso a epifanie, ovvero ciò che il dizionario definisce come “manifestazioni della divinità in forma visibile”, e non è un termine che qui si usa a caso, poiché questo universo – che si srotola pagina dopo pagina con un ritmo che si avvicina moltissimo alla prosa ma non se ne fa requisire – è popolato di classicità: il professore di greco la cui morte è la notizia, il Rocci sotto al braccio, che nello zaino/ proprio non ci entra, l’Iliade a Pasqua che titola una composizione dell’ultima sezione del libro, laddove i riferimenti non sono solo simbolici e letterari, ma alludono a una sorta di “canone” costituito da quel momento della vita in cui sei ragazzo immerso in una formazione.

Classico è il percorso, e collettivo, e nel contempo un prisma differente di dettagli per ciascuno: e di dettagli narrati con cura è fatta questa poesia, versi che non hanno paura di snocciolare luoghi, nomi, situazioni, perché è lì che si trova la possibilità di comprendere una storia di tutti, nella vita vera. Ed ecco che Milano prepotente affiora ovunque, dalle periferie (in cima alla cima del Gratosoglio; lungo la strada che lega l’Ortica a Lambrate; giorno di pioggia, Seveso e Lambro/ escono dagli argini e si stendono sulle strade; via Corelli siamo tutti in piedi/ a cercare di capire di cosa si tratti, cosa sia) al centro (nella calma di via Larga, camminando/ verso Festa del Perdono; e la Statale ci guarda, ci sbircia dai chiostri) e tra le metropolitane (e per fermare il tempo si ficcò in un bar/ nei pressi dell’entrata del metrò di Udine,/ la luce entrava persino lì e scendeva/ sulle teste bionde dei ragazzi).

Ma non è l’unica geografia, Milano, su cui s’incastrano le evocazioni di Valentino Ronchi, qualcuna velata di una nostalgia più feroce: compaiono molti altri luoghi, Roma, Parigi, Cesenatico, Lione. Eppure è Milano che si fa topos nel momento in cui accoglie nel presente memorie ed emanazioni di un passato, a volte sostituendosi all’anima del poeta come luogo spirituale in cui avviene la magia dell’incontro fra due dimensioni del tempo (e della comprensione). Ed è una parola pura, realmente spogliata di sovrasignificati, quella che permette la magia: le cose vengono nominate esattamente per quelle che sono – la gente, le macchine, la pioggia, la noia -, la sintassi è spesso colloquiale, mutuata da un parlato essenziale, salvo fulmineamente restituire un senso laddove l’unico senso esistente sembrava quello della cosa in sé, in un discorso che fluisce senza soluzione di continuità fra le varie sezioni e in cui la domanda e la risposta hanno il medesimo diritto di cittadinanza.

Classico è il percorso, e collettivo, e nel contempo un prisma differente di dettagli per ciascuno: e di dettagli narrati con cura è fatta questa poesia, versi che non hanno paura di snocciolare luoghi, nomi, situazioni, perché è lì che si trova la possibilità di comprendere una storia di tutti, nella vita vera.

Così come i luoghi, le persone/personaggi sono restituite tramite piccoli gesti o dettagli fisici, nel segno, come si diceva fin da subito, di una narrazione in piena regola. C’è Antonella “magra, minima e fortissima”, Chiara col “vestito lungo da sera che sua madre/ le ha regalato a Natale, in una scatola azzurra”, Dario “che porta la sua scacchiera piegata/ in due”, e molti altri, nominati e non. Su tutti, sempre indicato con l’iniziale puntata, il professore di greco S., cardine su cui si è innestata un’epoca e intorno a cui ruota il racconto: notizia, sgomento, reazioni. A Delfi/ in gita l’oracolo mica ci disse nulla, muto/ ci guardò soltanto arrivare e cantare. Flashback, potremmo chiamarli, ma somigliano più a epifanie. Del resto chi può dire dove siamo stati/ quando non siamo stati insieme? Epifania è anche S. che in una delle ultime composizioni parla in prima persona, per dare inizio a un’altra delle sue lezioni, questa volta sul primo verso dell’Odissea: abbiamo finalmente/ tempo di capire ogni cosa. L’importante/ è andare parola per parola, una mattinata/ un pomeriggio una sera una notte/ alla volta.

Il tempo è una materia magmatica, che l’autore sa trattare con leggerezza senza perdere nessuna delle infinite connessioni a cui dà vita, facendo convivere età e stati differenti nel nome di un sentimento dominante che ogni lettore può riconoscere, la nostalgia di se stessi, anche in presenza di un se stesso attuale. Hai sentito di S.? Con lui finisce un mondo/ che era finito già altre volte e altre ancora/ finirà di nuovo. Parlare del passato per capire il presente, pensare al sé ragazzo per trovare il sé adulto, forse soltanto, semplicemente, raccontare.

a cura di Antiniska Pozzi

Senti questo silenzio? Comincia ottobre

le cose esistono e pure si perdono

sembra dire. Dove se ne andranno

quei termini di Omero, i calzari di cuoio

annodato, la fibbia d’argento dello scudo 

dei Feaci, i Dardani bravi nel corpo a corpo

la paura, che è dolorosa, odiosa, i cavalli solidi

zoccoli e Latona dalla bella chioma? Questa

casa che abito – ne sono passate tre da allora

da quando lo comperai, il Dizionario omerico -

non le sa tutte queste cose, eppure ci stiamo

da anni. Le nostre storie non hanno che noi 

per tenersi insieme. E noi a dire il vero

non è che diamo troppo affidamento.
Valentino Ronchi

Valentino Ronchi

Valentino Ronchi è nato a Milano nel 1976. Ha pubblicato due libri di poesia: L’epoca d’oro del cineromanzo (nottetempo, 2016, premio Carducci, premio Fogazzaro, premio Maconi) e Primo e parziale resoconto di una storia d’amore (nottetempo, 2017, premio Città di Fermo, finalista al premio Frascati). Premio Montale per l’inedito nel 2004, per i precedenti libri di poesia ha ricevuto il Ceppo Opera prima, il Baghetta e il Fiume Veneto Poesia Giovane nel 2008. Nel 2016 ha pubblicato, con lo pseudonimo Massimo Varnai, Il catalogo è questo. Guida ragionata alle opere prime di poesia uscite negli anni Settanta e Ottanta per l’editore Unicopli. 

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