Esercizi di traduzione: sei versioni di una poesia di Emily Dickinson

Francesco Cappellani racconta a MediumPoesia, l'incontro e la passione nutrita nei confronti della la poesia di Emily Dickinson, attraverso una riflessione maturata dalla lettura di sei differenti traduzioni di uno stesso testo della grande poeta americana

È noto che è insensato parlare di traduzione perfetta in quanto occorrerebbe definire dei criteri di “perfezione” molto difficili se non impossibili da canonizzare come dimostrano i molti scritti in proposito e non ultimo il volume a cura di Franco Buffoni (1) che raccoglie un grande numero di interventi su questo tema  da parte di poeti e letterati come Giorgio Caproni, Piero Bigonciari, Mario Luzi, Octavio Paz, Maria Luisa Spaziani, Nadia Fusini, Yves Bonnefoy, Andrea Zanzotto, Luciano Erba, Antonio Porta, Roberto Sanesi, Margherita Guidacci e tanti altri.

E’ ovvio che tradurre una poesia non significa trascriverne le parole attenendosi il più fedelmente possibile al testo, ma trasformare la parola originale “in altra parola che contenga in sé, oltre al significato originale interpretato correttamente, anche l’anima stessa della poesia, rivelata attraverso la voce interiore del poeta” (2). Da questo punto di vista se il traduttore è a sua volta un poeta potrebbe “entrare” con maggiore sensibilità e profondità nel mondo dell’autore, rivivendone l’atto creativo e trasmettendo al meglio anche l’afflato lirico della poesia.

Come sottolinea Buffoni (1), occorre “sfatare il luogo comune che tende a configurare la traduzione come un sottoprodotto letterario, invitando invece a considerarlo come un Überleben, un afterlife del testo: lo scopo del lavoro di traduzione è quello di mantenere, cogliere e trasmettere l’opera originale (il suo messaggio); non è mai quello di creare un’opera nuova che non abbia un antecedente”.

Non si tratta quindi di una semplice riproduzione letteraria, di un esercizio formale, ma di un lavoro originale che si inerpica su una traccia spesso impervia per la difficoltà di riprodurre lo stile del poeta e quella sensazione di magia che la grande poesia genera nel lettore.

Come spiega Vittorio Sereni “Traducendo non tanto ci si appropria, non tanto si fa proprio il testo altrui, quando invece è l’altrui testo ad assorbire una zona sin lì incerta della nostra sensibilità e a illuminarla” ed aggiunge che esiste poi “un momento ulteriore nel quale non si traduce più, semplicemente, un testo, bensì si traduce l’eco, la ripercussione che quel testo ha avuto in noi“ (3).

Fatte queste premesse, resta il fatto che la bontà di una traduzione è comunque soggettiva in quanto è poi il lettore a preferire l’una o l’altra versione secondo la propria sensibilità e cultura.

Nel seguito sono riportate sei traduzioni di una poesia di Emily Dickinson, lasciando così al giudizio di chi legge quella che più lo coinvolge e lo convince.

E’ noto che Emily pubblicò in vita poche poesie e che solo l’edizione critica del 1955 a cura di Thomas H. Johnson presentò, a 70 anni dalla morte della poetessa, il corpus completo della sua opera che comprende 1775 liriche. Trascorse quindi un lungo periodo prima che la Dickinson, oggi ritenuta tra i più grandi poeti della tradizioni letteraria occidentale, venisse valorizzata dalla critica americana e poi mondiale in quanto la sua opera era rimasta relegata “in quell’ambito così umbratile e marginale costituito nella tradizione letteraria dell’Ottocento americano dal “ladies’ verse”, la poesia di e per signore a carattere intimistico” (4).

Il severo critico americano Harold Bloom nel suo “Canone Occidentale” scrive “Ad eccezione di Shakespeare, la Dickinson dimostra più originalità cognitiva di qualsiasi altro poeta occidentale dopo Dante” (5).

Emily non scrisse tragedie o poemi epici, ma meditazioni liriche di incredibile complessità intellettuale.

In Italia erano uscite alcune traduzioni nel 1933 ad opera di Giacomo Prampolini pubblicate su un numero speciale della rivista Circoli dedicata alla poesia nordamericana moderna, nel 1939 era uscito un breve saggio di Giuditta ed Emilio Cecchi (6) con poesie citate in inglese e tradotte in nota, mentre la prima scelta di poesie con testo a fronte uscì nel 1947 a cura di Margherita Guidacci che raccontava di averle tradotte durante i bombardamenti di Firenze alla fine del conflitto mondiale (7).

Oggi le traduzioni in italiano sono innumerevoli fino ad arrivare all’edizione completa e definitiva di tutte le poesie, ad opera di diversi traduttori, raccolte nel 1997 in un Meridiano di Mondadori (8).

Tradurre Emily Dickinson non è facile poiché, come scrive Marisa Bulgheroni, “le sue sperimentazioni grammaticali, le sue obliterazioni sintattiche, l’anomala densità delle sue metafore fanno di quasi ogni suo testo un enigma la cui soluzione, unica e depositata nel testo stesso, non è dato conoscere che per approssimazione o, al contrario, per divinazione, per distanziamento o per immersione” (9).

E’ una poesia apparentemente autobiografica ma “s’inscrive di fatto in una spazialità accidentata, come un’architettura semisepolta che un’eruzione vulcanica abbia prima obliterato e poi riesposta alla luce nei suoi enigmatici elementi costitutivi” (9).

La poesia presa in esame è la n.761 scritta nel 1863, un anno, insieme a quello precedente, di massima produttività poetica (366 poesie nel 1862 e 140 nel 1863), nel periodo  in cui Emily inizia a vestirsi solo di bianco e ad autorecludersi a 33 anni in un isolamento quasi totale nella casa natale di Amherst, una cittadina del Massachussets, dove morirà a 56 anni nel 1886.

Ecco come si descrive proprio nel 1862, in una lettera a Thomas Higginson, critico della rivista “Atlantic Monthly”: “Sono piccola come uno scricciolo, e ho i capelli ribelli come un riccio di castagna, e i miei occhi sono come lo sherry che un ospite ha lasciato in fondo al bicchiere”.

La poesia scelta esprime una  vertiginosa desolazione: si cerca, avanzando a fatica nel vuoto senza una direzione definita, di dare un senso alla nostra esistenza che però continua a sfuggirci anche quando pensiamo di essere alla fine del percorso, al punto che forse si procederebbe meglio da ciechi.

pensiamo di essere alla fine del percorso, al punto che forse si procederebbe meglio da ciechi.

Riferendosi ai vuoti (blank) presenti in alcune poesie della Dickinson, Bloom ammette di essersi tirato indietro di fronte alla loro “formidabile profondità”, e, riferendosi alla poesia qui presentata, parla della paura che “provoca l’indifferenza della disperazione, la necessità di procedere a passi meccanici, andando senza filo da un vuoto all’altro” (5).

From Blank to Blank –
A Threadless Way
I pushed Mechanic feet –
To stop – or perish – or advance –
Alike indifferent –

If end I gained
It ends beyond
Indefinite disclosed –
I shut my eyes – and groped as well
‘Twas lighter – to be Blind –

Nel seguito sono riportate le sei traduzioni:

Da Vuoto a Vuoto –
In un Cammino senza Filo
Spingevo piedi Meccanici –
Fermarmi – o perire – o avanzare –
Del tutto indifferente -Se una fine raggiunsi
Essa finisce prima
Dell’indefinito dischiuso –

Chiusi gli occhi – e brancolavo talmente
Che sarebbe stato più lieve – essere Ciechi –

 Giuseppe Ierolli (10)

Da un Vuoto all’altro –
un’insensata Rotta –
Muovevo passi rigidi d’Automa –
Arrestarmi – morire – od avanzare –
m’era tutto del tutto indifferente –

 

Se giunsi a un fine
questo altri indefiniti
fini dischiuse –
gli occhi serrai – procedetti a tentoni –
era meno penoso essere Cieca

Silvio Raffo (11)

Meccanici piedi ho spinto
di vuoto in vuoto –
lungo una strada sconnessa –
per fermarmi: morire: avanzare –
indifferentemente

Se ho raggiunto una meta,
essa termina oltre,
vaga e appena intravista.
Ho chiuso gli occhi – e anche annaspato.
Meglio, la cecità.

Barbara Lanati (12)

Di Vuoto in Vuoto –
Una Sconnessa Via –
Io strascicavo i passi dell’Automa
A fermarmi, morire od avanzare
Ugualmente disposta –

Se raggiungevo un fine, oltre svanisce
Appena intravveduto.
Io chiusi gli occhi, ed a tentoni
Procedetti ugualmente. Anzi più lieve,
più facile il cammino ad esser cieca

Silvio Raffo (13)

Da un vuoto all’altro,
In un cammino senza senso,
Muovevo passi meccanici,
Per fermarmi, perire,
O andare avanti,
A tutto indifferente –

Se giungessi alla fine,
Se di là da ogni fine
L’indefinito si aprisse –
Chiusi gli occhi e a tentoni
Procedetti ugualmente:
Era meno penoso essere cieca.

Margherita Guidacci (14)

Di vuoto in vuoto –
Senza un Filo Conduttore
Mi trascinavo meccanicamente –
Fermarmi – Perire – Avanzare –
Tutto era indifferente –

Se ho raggiunto una meta
E’ una meta al di là
Del rivelarsi dell’Indefinito –
Chiusi gli occhi – e annaspavo
Molto meglio – essere Ciechi

Bianca Tarozzi (15)

Credo non sia facile dopo avere letto le 6 traduzioni, scegliere quella “ottimale”, quella che ci avvicini maggiormente al sentire della Dickinson e all’emozione che vuole trasmetterci, ma allo stesso tempo preservi l’incanto della poesia.

Si va dalla traduzione più letterale di Ierolli a quelle più libere degli altri poeti  tra cui le due versioni di Raffo e in particolare quella della Guidacci che aggiunge un verso ad ogni strofa per meglio dipanare la serrata e mirabile concisione del linguaggio poetico della poetessa americana.

Come puro “divertissement”, sperando di non fare inorridire critici, letterati, poeti, traduttori e uomini di cultura e non, si è provato, con lievi accomodamenti, a comporre la seguente traduzione mediata sui versi di quelle  presentate:

Da un vuoto all’altro
In un cammino senza senso
Mi trascinavo meccanicamente
Per fermarmi, morire o avanzare
Indifferentemente. 

Se raggiungevo una meta
Essa terminava oltre,
Indefinita alla vista.
Chiusi gli occhi e annaspavo,
Meglio la cecità.

Francesco Cappellani

Note

1)  Franco Buffoni (a cura di ): ” La traduzione del testo poetico” Marcos y Marcos, 2004

2)  Grazia Valente: “Appunti sulla traduzione delle poesie”

3)  Vittorio Sereni: “Il musicante di Saint – Merry”  Einaudi, 1981

4)  Emily Dickinson: “Le stanze di alabastro”. Traduzioni di Nadia Campana. SE, 2003

5)  Harold Bloom: “Canone occidentale” Bompiani, 2000

6)  Emilio e Giuditta Cecchi: “Emily Dickinson” Morcelliana, Brescia, 1939

7)  Emily Dickinson: “Poesie” Traduzione di Margherita Guidacci, Cya, 1947

8)  Emily Dickinson: “Tutte le Poesie” a cura di Marisa Bulgheroni. I Meridiani, Mondadori 1997

9)   http://www.cristinacampo.it/public/marisa%20bulgheroni%20tradurre%20emily% 20dickinson.pdf

10)  Emily Dickinson: “Tutte le Poesie”  http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/18969/tutte-le-poesie-2/ , 2008, a cura di Giuseppe Ierolli

11)  Emily Dickinson: “Dalla prigione dell’estasi” a cura di Silvio Raffo. RCS, 2012

12)  Emily Dickinson: “Silenzi” a cura di Barbara Lanati. Feltrinelli, 1986

13)  Silvio Raffo: “La Sposa del Terrore” (Poesie di Morte e di Immortalità in Emily Dickinson). Book, 2009

14)  Emily Dickinson: “Poesie” a cura di Margherita Guidacci. B.U.R. 1979

15)  Bianca Tarozzi: “Emily Dickinson – La bambina cattiva”. Marsilio, 1997

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