La nostra tregua è una paglia pronta a incendiarsi. Rileggere “Notti di pace occidentale” di Antonella Anedda

Proponiamo una lettura critica e contestualizzata di Giulio Medaglini a "Notti di pace occidentale" (Donzelli 1999) di Antonella Anedda.

In questi giorni stiamo assistendo inermi e sconcertati all’invasione russa dell’Ucraina e paventiamo uno scenario che mai avremmo voluto rivivere. La leggerezza retorica con cui Putin parla della sua potenza nucleare ci scaglia nel secolo passato, il ‘secolo-canelupo’ di Mandel’stam, Il secolo breve di Eric Hobsbawm in cui leggeva il Novecento suddividendolo in tre periodi, il primo dei quali l’età della catastrofe (1914-1945), che spesso prendiamo a misura per il nostro tempo ma da cui, a ragione, vogliamo distogliere lo sguardo per paura di scorgervi più di un riflesso. E se pensiamo alla letalità devastante dell’influenza spagnola che serpeggiava tra il ’18 e il ’20 o ai nazionalismi, oggi tornati in auge, le simmetrie certo non mancano. Con questo non voglio dire che ci troviamo alla vigilia di una terza guerra mondiale che ci ridurrà a combattere la quarta con pietre e bastoni – anche perché per una quarta forse ci saremmo già riarmati – ma come scriveva Steinbeck dobbiamo diffidare “del tempo in cui le bombe smettono di cadere mentre i bombardieri sono ancora vivi”. Questo monito può valere egoisticamente per il nostro Paese, per gli USA, per l’Inghilterra, la Germania etc, non per l’intero ecumene e nemmeno per l’Est Europa in cui le bombe e i conflitti non sono di certo cessati dopo la Seconda Guerra Mondiale. 
Ci siamo dimenticati in fretta delle Guerre dei Balcani, della guerra del Kosovo, dei massacri in Cecenia denunciati dalla giornalista Anna Politovskaja (poi assassinata), dell’invasione della Georgia e della Crimea fino ai più recenti fatti di cronaca: dalle guerre in Medio Oriente alla crisi dei migranti al confine tra la Polonia e la Bielorussia del dittatore Lukashenko, che avevano suscitato la consueta indignazione a breve termine. 
Non è quindi un episodio isolato e inaspettato, anche se dobbiamo riconoscere che l’escalation a cui stiamo assistendo assume tinte sempre più fosche. Putin ha affermato che chiunque osteggerà la sua avanzata subirà “conseguenze mai viste prima” e non possiamo fare a meno di sentire precaria la nostra pace. Anedda ci aveva avvertito in «uno dei libri più significativi della poesia Italiana di fine Novecento» (Borio 2018: 283), Notti di pace occidentale (Donzelli 1999), che la consacrava una delle penne più importanti del panorama poetico contemporaneo. 

Guerra e tregua in Notti di pace occidentale

Già dal titolo notiamo che il sostantivo “pace”, che non necessiterebbe di ulteriori esplicazioni, è accompagnato dall’aggettivo “occidentale” che la connota e la rende ciò che si crede sia pace, ma «ha il breve sollievo della tregua» (NPO, p. 10). 
Negli anni in cui la poetessa scrive le poesie ivi contenute, nel vicino Oriente si sta consumando la prima guerra del Golfo tra l’Iraq e una coalizione di Stati guidati dagli USA sotto l’egida dell’ONU; un conflitto che ispirerà anche Franco Fortini, a cui riserverà in Composita Solvantur (1994) la terza sezione: Canzonette del golfo.
È la prima guerra le cui immagini vengono trasmesse in diretta televisiva; entra nelle case come non aveva mai fatto prima e Anedda percepisce tutta la precarietà di una pace che i paesi occidentali stanno vivendo, «un campo di sollievo venato di timore» (NPO, p.19), un equilibrio pronto a spezzarsi, un interstizio che divide «il peso del prima e il precipitare del poi» (NPO, p.12): una tregua appunto, la stessa che quasi profeticamente ha fatto da ponte tra la prima e la seconda guerra del Golfo, nel 2003, quando gli Stati Uniti attaccarono per la seconda volta l’Iraq, con una motivazione poi rivelatasi infondata. Ma quelli sono anche gli anni, come Anedda stessa ha ricordato, delle Guerre Jugoslave, che hanno visto protagonisti i vari Stati della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia in un conflitto che ha portato alla sua dissoluzione, protraendosi per una decade e causando il genocidio di Srebrenica (1995) dei Bosniaci musulmani.
È questo il tessuto storico di cui la raccolta si nutre declinandolo in una narrazione universalistica,  che esprime con «versi di guerra» (NPO, p. 23) o – se si preferisce – con «Versi per una tregua», titolo dato alla sezione eponima nella loro prima pubblicazione della rivista «Poesia» (Crocetti Editore, n.129, 1999). Questa operazione si può accostare in una certa misura a un’altra raccolta uscita pochi anni dopo, ovvero Guerra (2005) di Franco Buffoni in cui il poeta «riconosce la guerra del padre […] come evento non concluso e risolto, evento sovraindividuale e sovragenerazionale» (Inglese 2004).
Riprendendo i due sostantivi di Notti di pace occidentale: guerra e tregua, quasi anagrammatici, li troviamo saldamente legati fino a confondersi in un lapsus memorabile in Correva verso un rifugio si proteggeva la testa (NPO, p. 12): «non volevo dire della guerra/ ma della tregua». 
Poco dopo, nella terza strofa, si legge che «vicino a tregua/ è transito» e il mosaico si compone, chiarissimo. È una poesia che andrebbe letta a scuola ogni anno, obbligatoriamente, come una prova di evacuazione. Gli studenti dovrebbero sapere che il riarmo dei Paesi a cui stiamo assistendo ci potrà condurre «a un altro luogo» (NPO, p.12), a una Waste Land per dirla con Eliot – Terra devastata seguendo la recente traduzione di Carmen Gallo per Il Saggiatore. E nessuno può dirsi al sicuro se anche il grande Impero Romano «ha spento il lume» (NPO, p.18).

Una lingua muta

L’insofferenza verso il proprio tempo, la percezione che lo status quo possa implodere in qualsiasi momento, le ritroviamo anche nella riflessione metalinguistica della raccolta. Le considerazioni su quale funzione abbia, su quali siano le possibilità salvifiche della lingua, cioè se sappia consegnare ai posteri una testimonianza che possa insegnare, e sul suo stato di integrità, ovvero sul suo logoramento, attraversano tutto il libro. 
Non volevo nomi per morti sconosciuti (NPO, p. 10) è la seconda poesia della silloge e la prima in cui incontriamo la questione della lingua: «volevo che una lingua anonima / – la mia – / parlasse di molte morti anonime». L’imperfetto “volevo” con valore ottativo esprime la mancanza e la necessità di una lingua incontaminata, senza nome, che possieda l’«innocenza» (NPO, p. 14) che, invece, è stata perduta dall’Italiano (ma più in generale dalle lingue europee) nel corso della sua politica coloniale che da fine Ottocento si è protratta per tutta la prima metà del secolo scorso raggiungendo il suo culmine con il fascismo. Questa macchia indelebile viene percepita da Anedda che, tornando a parlare della sua usura scriverà: «Non del tutto vecchia / eppure vecchia abbastanza / per capire l’umiliazione di un linguaggio / che dai fogli volevo si schiudesse verso l’aria» (NPO, pp. 25-26). 
Ritroviamo anche il desiderio di «una voce dal petto – solo mia –» (NPO, p. 13) in cui il pronome possessivo, ancora una volta, è posto in inciso, circoscritto, solitario e selvaggio come un’isola, quella che nelle raccolte successive le fornirà la lingua semi-incontaminata che la poetessa sta cercando: la limba (per una lettura postcoloniale e insulare di Anedda cfr. Ottonello 2021).
Nel corso delle pagine a questa impossibilità di utilizzare una lingua ‘vergine’ si accompagna una poetica dell’indicibile, ovvero quella inattuabilità della parola di dispiegarsi e di restituire un nome ai tanti volti: un’irrealizzabilità che però è solo parzialmente riconducibile alla castità del linguaggio, quanto piuttosto alla consapevolezza della poetessa della propria posizione privilegiata di spettatrice e alla sfiducia nella capacità che il verbo affidi alla memoria le tante morti anonime. 
In Non del tutto vecchia abbastanza (NPO, pp. 25-26) poesia che, come si è già avuto modo di vedere, si apre con un riferimento esplicito all’umiliazione che l’Italiano ha subito nel corso della storia (pensiamo al suo utilizzo nella retorica fascista o all’influsso che ancora oggi esercita in quella che fu chiamata l’Africa Orientale Italiana), mette in luce, simbolicamente nei versi finali, questo secondo aspetto, la sensazione di impotenza e di scoraggiamento di fronte alla parola e alla memoria: «impotente a dire le cifre di ogni morte […] vecchia abbastanza da sapere / come la storia le arrotondi a zero»; la stessa disillusione che Wislawa Szymborska mette a nudo in Campo di fame presso Jaslo (nella raccolta Sale del 1962): 
«Scrivilo. Scrivilo […] / non gli fu dato da mangiare, / morirono tutti di fame. Tutti? Quanti? […] Scrivi: non lo so» / La storia arrotonda gli scheletri allo zero. / Mille e uno fa sempre mille, / Quell’uno è come se non fosse mai esistito…».
Questo dialogo con sé stessa della poetessa polacca e verso la gelida ombra indistinta delle molte vite stroncate dalla prigionia nei campi di concentramento, ovvero le vittime della storia, di cui si convince a scrivere con tono perentorio, è lo stesso imperativo “scrivi” di Se ho scritto è per pensiero (NPO, p. 31) di Anedda: «Scrivi dico a me stessa… / Scrivi perché nulla è difeso». 
Nonostante questi inserti occasionali nei quali Anedda sembra riporre nuovamente fiducia nel verso, sono molte di più le ricorrenze in cui la parola è «stretta nel buio della gola come una bestia irrigidita» (NPO, p. 58): una pistola inceppata impossibilitata a colpire il bersaglio ovvero a narrare il «linguaggio insormontabile» (NPO, p. 60) della guerra. 
È «una lingua intrecciata di paglia» (NPO, p. 65) che rende icasticamente l’aridità del linguaggio e che sembra richiamare «gli uomini impagliati» in The Hollow Men di T.S. Eliot; lo possiamo  vedere  esemplarmente  in  agosto,  notte (NPO, p. 56) in  cui un uomo  senza identità che «camminava con la camicia strappata sulle ascelle» e con i «piedi circondati di paglia», completa la propria trasformazione nel distico finale in uno spauracchio, stringendosi «nel ramo di una scala». 
In questo caso però è ragionevole pensare che Anedda metta al proprio servizio la metafora già utilizzata da Eliot e che ne ribalti il significato. Se infatti quest’ultimo utilizzava tale locuzione con un’accezione negativa per rappresentare l’uomo contemporaneo e la sua alienazione, la poetessa romana la utilizza per rappresentarne la tragicità data dal suo grido non udito del quale «non si è mai detto nulla / nulla…» con il raddoppiamento del pronome indefinito volto a rafforzarne la drammaticità.
Anedda insomma con la sua xerostomia, ovvero con una lingua patologicamente asciutta, che è un altro grande pregio di questa raccolta antiretorica, riesce a schiudere il particolare nell’universale e dunque a parlare ai nostri anni che prefigura con un’acutezza e un’estetica – nel suo significato etimologico di percezione attraverso i sensi – straordinari. 
Torniamo a leggere Notti di pace Occidentale. Torniamo ad ascoltare le poetesse, i poeti.

Riferimenti bibliografici

 

Anedda A. (1999), Notti di pace occidentale, Roma, Donzelli.

Borio M. (2018), Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Venezia, Marsilio.

Donati R. (2020), Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda, Roma, Carocci.

Eliot T.S. (1963/s.d.), Collected poems, Faber & Faber, London 1963. Traduzione italiana di Carmen Gallo, La terra devastata, Il Saggiatore, Milano 2021. 

Fortini F. (1994), Composita solvantur, Einaudi, Torino.

Hobsbawm E. (1994), Il secolo breve, 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi. Traduzione italiana di Brunello Lotti, Milano, Rizzoli (1995).

Inglese A. (2004) “Scrivere di Guerra: Fortini e Buffoni”, in Qui. Appunti dal presente.

Ottonello F. (2021), Isolatria. Una possibilità di lettura postcoloniale dell’opera di Antonella Anedda,https://www.mediumpoesia.com/isolatria-una-possibilita-di-lettura-postcoloniale-dellopera-di-antonella-anedda/

Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), a cura di Pietro Marchesani, Adelphi Edizioni, Milano 2009.

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