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Juan Carlos Mestre – tre poesie da “Non importa ormai vivere bensì la vita”

Tre poesie da “Non importa ormai vivere bensì la vita”, di Juan Carlos Mestre (Arcipelago Itaca Edizioni, 2019, cura e traduzione di Tomaso Pieragnolo).

Tre poesie da “Non importa ormai vivere bensì la vita”, di Juan Carlos Mestre (Arcipelago Itaca Edizioni, marzo 2019, cura e traduzione di Tomaso Pieragnolo).

I.

Nella vita di un uomo c’è sempre un mattino per la calamità,
un mattino sorretto dalle moltiplicazioni del simbolo e dall’idolatria orfica del perdurare.
Nella vita di un uomo ci sono magazzini colmi di oggetti e legna con insetti,
ci sono tesi mondi artificiali e canali in cui scorre il sangue fino ai vasi,
c’è il fosforo e il suono del delirio del fosforo,
la respirazione di una tigre e la mano tagliata del disobbediente,
c’è calore tra un somigliante e l’altro e c’è distruzione
perché esiste in essi la prossimità e la calamita che la spaventa.
Nella vita di un uomo ci sono scarpe usate da un padre,
ci sono notti profuse che poi ci daranno timore, corpi di indovina,
corpi per la prima volta, spaventose labbra con rancore, la voce che ci conosce
e si ferma lì guardandoci come un bestiame moribondo nello stagno gelato.
Nella vita di un uomo ciò che ha importanza e che non ha importanza,
ciò che resiste allo sparire, l’apparizione di una città, la stanchezza dei viaggiatori,
ciò che favorisce l’ambizione e ciò che elogia l’idea di astenersi,
il dubbio mortale di una vita solitaria, la discolpa di moltiplicarsi in altri.






En la vida de un hombre siempre hay una mañana para la calamidad,
una mañana regida por las multiplicaciones del símbolo y la idolatría órfica de la perduración.
En la vida de un hombre hay almacenes llenos de objetos y maderas con insectos,
hay tensos mundos artificiales y canales por los que discurre la sangre hasta los vasos,
hay fósforo y sonido del delirio del fósforo,
la respiración de un tigre y la mano del desobediente cortada,
hay calor entre un semejante y otro y hay destrucción
porque existe en ellos la proximidad y el imán que la ahuyenta.
En la vida de un hombre hay zapatos usados por un padre,
hay profusas noches que luego nos darán temor, hay cuerpos de adivina,
cuerpos por primera vez, espantosos labios con rencor, la voz que nos conoce
y se queda ahí mirándonos como una res moribunda en el estanque helado.
En la vida de un hombre lo que tiene importancia y lo que no tiene importancia,
lo que se resiste a desaparecer, la aparición de una ciudad, el cansancio de los viajeros,
lo que favorece la ambición y lo que elogia la idea de abstenerse,
la duda moral de una vida solitaria, el descargo de multiplicarse en otros.



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II.

Quel giorno vai a lasciare fiori sulla tomba di Keats,
e lì la sentinella silvestre, il vigilante misero sotto la lingua degli uomini,
colui che scrisse il suo nome nell’acqua come un colpevole sulla pietra,
colui che nel suo vertice vuoto è sotterrato verso l’alto,
toccato dalle radici degli alberi come animale tra vipere,
colui che segnato con cera apre di notte le sue feroci pupille di amante,
il frastornato dagli elementi, l’alfiere vedovo delle lucciole,
John Keats nell’acido elemento di coloro che scavano la terra con la forchetta e la bussola,
gli spettatori incatenati all’argomento come la verità al suicida,
la trasfigurazione dell’Orsa Maggiore in stella marina,
il filo che entra da un orecchio e decifra la cattività dell’udito nell’altro,
l’enigma di ciò che è selvaggio nella macchina dell’albero,
l’agitato cervo che incrocia il prato di un sogno dove c’è sangue,
l’età della sentinella, la lingua della sentinella, gli occhi della sentinella,
il metodo degli innamorati e delle nubi, il metodo terrestre delle catastrofi,
ciò che l’uomo sa dell’uomo, i frutti dell’innocenza e la chiave del panico,
ciò che diserta sopra le maree il trasparente affogato nella spirale dell’etere,
ciò che il turbolento delle taverne e il discendente del tormento di Adamo
sanno dell’illuminazione dei cinque sensi,
la rovina dell’uomo e il profumo dei bordelli, l’alcova illuminata dalla lussuria.
Oscurami preveggenza, unisci il condannato all’errore e al suo coro,
che respiri frenetico nella sua rotazione di polvere, che lo ripari il tuono,
che lo ripari lo splendore delle rose, la civetta figlia del panettiere,
che nessuno ferisca la sua atmosfera di cieco né il carbone che in lui soffia.
Venga il raggio e la bocca del vaticinio del raggio con la sua stridente cascata di coltelli,
venga Giona a toglierlo dall’umida cartilagine,
bruci nella sua miniera il minerale, apra la chiave,
poiché quelli sono gli occhi nei quali piangeranno i miei.




Ese día vas a dejar flores a la tumba de Keats,
y allí el centinela silvestre, el vigilante mísero bajo la lengua de los hombres,
el que escribió su nombre en el agua como un culpable en la piedra,
el que en su vértice vacío está tumbado hacia arriba,
tocado por las raíces de los árboles como animal entre víboras,
el que sellado con cera abre de noche sus feroces pupilas de amante,
el trastornado por los elementos, el jinete viudo de las luciérnagas,
John Keats en el ácido alimento de los que escarban la tierra con el tenedor y la brújula,
los espectadores encadenados al argumento como la verdad al suicida,
la transfiguración de la Osa Mayor en estrella marina,
el hilo que entra por una oreja y descifra el cautiverio de lo oído en la otra,
el enigma de lo salvaje en la máquina del árbol,
el agitado ciervo que cruza la campiña de un sueño donde hay sangre,
la edad del centinela, la lengua del centinela, los ojos del centinela,
el método de los enamorados y las nubes, el método terrestre de las catástrofes,
lo que el hombre sabe del hombre, los frutos de la inocencia y la clave del pánico,
lo que diserta sobre las mareas el transparente ahogado en la espiral del éter,
lo que el turbulento de las tabernas y el descendiente de la pesadilla de Adán
saben de la iluminación de los cinco sentidos,
la ruina del hombre y el perfume de los burdeles, la alcoba iluminada por la lujuria.
Oscuréceme videncia, une al condenado con el error y su coro,
que respire frenético en su rotación de polvo, que lo abrigue el trueno,
que lo abrigue el resplandor de las rosas, las lechuzas hijas del panadero,
que nada hiera su atmósfera de ciego ni el carbón que en él silba.
Venga el rayo y la boca del vaticinio del rayo con su estridente cascada de cuchillos,
venga Jonás a sacarlo del húmedo cartílago,
reviente en su mina el mineral, abra la llave,
pues aquéllos son los ojos en los que llorarán los míos.



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III.

Hai infilato per la donna che ami un collare di pietre translucide,
hai dato al lamentoso il cognome indifferente dei sacrificati,
brilla in lui l’ambra della medicina che sboccia dalle stagioni rosse,
il pudore delle parole intime proibite dal venditore di tristezza.
Viene il sonnambulo con le sue piccole tenaglie di legno a tagliare i mirti,
viene l’uccello a cantare la sua lieve età e la conchiglia scalza dei musicisti, 
fa la sua apparizione lo scarnificato, la moltitudine orfana, il principe di Danimarca,
entrano i muscoli dell’uomo che decapita lenzuola e la mano del sognatore che sfiora,
entrano le stigma del paralitico e il punto di fuga che guardano gli atleti,
ciò che impressiona la benedizione e il cristo infettato con le braccia aperte,
entra la donna pubblica e l’amata nella brutalità, entra la sostenuta nella fiacchezza,
il vergognoso estenuato, colui che ha un soprannome, l’impossibile profeta,
si affaccia un altro con la sua corda, un altro con la sua gioia bionda, un altro antico,
giunge l’allucinato con la sua allodola, si rallegra, chiede briciole per credere,
chiede una vestigia colui che dopo aver creduto rimane coperto di fango,
chiede compassione il fango per essere definitivo, il foro chiede luce per abitare l’oscuro. 
Canti, allora tristemente canti, reciti le tue preghiere a un mondo che finisce
mentre gli astri controvoglia girano come una lenta eclisse sulle cose morte,
e il mare è uno stagno d’acqua errante e trattenuta,
e il corpo dell’amore è un altro corpo di annegata febbre
e l’usignolo che canta una vasta sorgente d’acciaio. 
Tutto si estingue, tutto conclude con amicizia funesta,
la verità si occulta come statua rotta che il muschio copre,  
la veloce ghirlanda del lampo, la cupidigia schiva che arrossisce il cielo,
la treccia di lauro, la notte pietosa
che il sovrano Amore ha regalato al pastore più anziano.
Quieto è il giorno della polveriera nel cuore di un cervo,
benigno sotto il panteon del sole lo spirito della valle,
gli elementi che danno memoria a ognuna delle ore e dei giorni,
la pioggia sopra Keats, la luce d’oro sopra l’invisibile spina nella sua camera di legno.
Questo è adesso il mio paese, madre del fango, un litorale inglese assieme ai muri di Roma.
E piove sopra Keats, piove ciò che rode invulnerabile la speranza,
questa particola di Dio che fa credere a un uomo in un altro uomo,
questa tomba bianca dove un’arpa onora come frutto austero la gioventù di un giovane.
Non sei tu il vincitore che suona il freddo strumento dei marmi,
non sei tu l’urlo né la sua piaga di miseria che infetta i sobborghi,
non sei l’anticipata primavera né il ragno nel frammento dell’autunno.
Sei in me il nulla successivo, sei il patto tra la liturgia del tempio e la capanna,
non la resina agonizzante del forte bensì la fronte indifesa e l’addormentato.
Qui l’uomo elevato come una nazione sotto minaccia,
qui il piccolo uomo senza bandiera e il paese senza fama,
qui l’erba dei cimiteri e l’indecisa aurora in cui cantano le rane,
la ferita profumata dell’eccentrico, il soliloquio morale dei ritratti,
qui l’effigie, la persona, la goccia di rugiada a cui latra un cane.




Has enhebrado para la mujer que amas un collar de piedras translúcidas,
le has dado al quejumbroso el apellido indiferente de los sacrificados,
brilla en él el ámbar de la medicina que brota de las estaciones rojas,
el pudor de las palabras íntimas prohibidas por el vendedor de la tristeza.
Viene aquí el sonámbulo con sus tenacillas de madera a recortar los mirtos,
viene a cantar su leve edad el pájaro y el caracol descalzo de los músicos,
hace su aparición el descarnado, la muchedumbre expósita, el príncipe de Dinamarca,
entran los músculos del hombre que degüella carneros y la mano del soñador que borda,
entran los estigmas del paralítico y el punto de fuga que miran los atletas,
al que afecta la bendición y el Cristo infectado con los brazos abiertos,
entra la mujer pública y la amada en la brutalidad, entra la sostenida en la flaqueza,
el vergonzoso extenuado, el que tiene un apodo, el imposible profeta,
se asoma otro con su cuerda, otro con su joya rubia, otro antiguo,
llega el alucinado con su alondra, se regocija, pide migas para creer,
pide un vestigio el que después de haber creído también va a ser cubierto de lodo,
pide compasión el lodo por ser definitivo, pide luz el hueco por morar lo oscuro.
Cantas, entonces tristemente cantas, dices tu oración a un mundo que se acaba
mientras los astros con desgana giran como un lento eclipse sobre las cosas muertas,
y el mar es un estanque de agua errante y detenida,
y el cuerpo del amor es otro cuerpo de anegada fiebre
y un vasto manantial de acero el ruiseñor que canta.
Todo se extingue, todo concluye como amistad funesta,
como estatua rota que cubriera el musgo la verdad se oculta,
la veloz guirnalda del relámpago, la codicia esquiva que ruboriza al cielo,
la trenza de laurel, la noche compasiva
que el soberano Amor ha regalado al pastor más viejo.
Manso es el día de la pólvora en el corazón de un ciervo,
benigno bajo el panteón del sol el espíritu del valle,
los elementos que dan memoria a cada una de las horas y los días,
la lluvia sobre Keats, la luz de oro sobre la invisible espina en su cámara de palo.
Este es ahora mi país, madre del barro, un litoral inglés junto a los muros de Roma.
Y llueve sobre Keats, llueve lo que roe invulnerable la esperanza,
esa partícula de Dios que hace creer a un hombre en otro hombre,
esa tumba blanca donde honra un arpa como austero fruto la juventud de un joven.
No eres tú el vencedor que tañe el frío instrumento de los mármoles,
no eres tú el alarido ni su plaga de miseria que infecta los suburbios,
no eres la temprana primavera ni la araña en el fragmento del otoño.
Eres en mí la nada sucesiva, eres el pacto entre la liturgia del templo y la cabaña,
no la resina agónica del fuerte sino la frente indefensa y el dormido.
Aquí el hombre elevado como una nación bajo amenaza,
aquí el pequeño hombre sin bandera y el país sin fama,
aquí la hierba de los cementerios y la indecisa aurora en la que los sapos cantan,
la herida perfumada del excéntrico, el soliloquio moral de los retratos,
aquí la efigie, la persona, la gota de rocío a la que ladra un perro.


Juan Carlos Mestre

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Foto: Miguel Martinez

Juan Carlos Mestre (Villafranca del Bierzo, Spagna 1957), vincitore  nel 2017 del Premio Castilla y León de las Letras per la sua poliedrica produzione, segnata dall’originalità e dall’immaginazione, è poeta e artista visuale, autore di vari libri di poesia e saggistica, come La visita de Safo y otros poemas para despedir a Lennon (Edt. Calambur, 2011), Antífona del Otoño en el Valle del Bierzo (Premio Adonáis, 1985), La poesía ha caído en desgracia (Premio Jaime Gil de Biedma, Visor, 1992) e La tumba de Keats (Premio Jaén de Poesía, Hiperión, 1999). La sua opera poetica prodotta tra il 1982 e 2007 è stata raccolta nell’antologia Las estrellas para quien las trabaja (2007), La poesía no es una misa cantada (edición de Carlos Ordóñez, Lustra editores, Lima, 2013), La imagen de otro espacio (edición de Manuel Ramos Van Dick, Edc. Sarita Carbonera, Perú 2013). Con La casa roja (Calambur, 2008), ha ottenuto il Premio Nacional de Poesía 2009. Di recente pubblicazione La bicicleta del panadero (Calambur, 2012) per cui ha ricevuto il Premio de la Crítica.

Ha collaborato e inciso dischi con noti musicisti come Amancio Prada, Luis Delgado, Cuco Pérez, José Zárate o Hugo Westerdahl con i quali ha realizzato concerti e letture in festival di varie nazioni come  Spagna, Italia, Francia, Norvegia, Finlandia, Svezia, Irlanda, Belgio, Russia, Lituania, Portogallo, Grecia, Israele, Costa Rica, Jugoslavia, Bosnia-Herzegovina, Polonia, Regno Unito, Serbia, Ecuador, Cuba, Marocco, China, Argentina, Perù, Chile, Libano, Colombia, Honduras, Messico e  Stati Uniti.

Ha realizzato antologie sull’opera poetica di  Rafael Pérez Estrada, La palabra destino (2001), e La visión comunicable (2001) di Rosamel del Valle, oltre all’edizione commentata della novella di Enrique Gil y Carrasco, El señor de Bembibre (2004); è autore di El universo está en la noche (Casariego, 2006), libro di versioni su miti e leggende dell’America Latina, ha adattato e diretto per il Festival de Teatro Clásico de Almagro la versione radiofonica di El perro del Hortelano di Lope de Vega con gli attori di Radio Nacional de España.

Ha esposto le sue opere grafiche e pittoriche nelle gallerie di Spagna, Europa, Stati Uniti e America Latina. Nel 1999 ottiene una Menzione d’Onore al Premio Nacional de Grabado de la Calcografía Nacional e altri riconoscimenti alla VII Bienal Internacional de Grabado Caixanova 2002, al Premio Internacional de Arte Gráfico Atlante 2009 e al III Premio Internacional de Grabado Dinastía Vivanco nel 2010.

Dal suo dialogo con l’opera di altri artisti e poeti sono nati, tra gli altri, i libri Piedra de Alma, con José María Parreño (1994), Crónica de amor de una muchacha albina, con Rafael Pérez Estrada (1994), Emboscados, con Amancio Prada (1995), Bestiario apócrifo, con Álvaro Delgado (2000), Enea y los gatos, con Javier Fernández de Molina (2002), El Adepto, con Bruno Ceccobelli (2005), Arde la oscuridad, con Alfredo Erias (2007), Los sepulcros de Cronos, con lo scultore Evaristo Bellotti (2007), Cazador de lunas con Javier Pérez Wallias (2007) Extravío en la luz con Antonio Gamoneda (2008) e l’edizione francese di Le Bestiaire de Livermoore con Rafael Pérez Estrada (2013). Ha pubblicato il Cuaderno de Roma, versione grafica di La tumba de Keats (Monosabio, Málaga 2005), La mujer abstracta (El gato gris, 1997), con Ediciones El caracol libri d’arte come Adiós (2012) su un poema di Apollinaire, Las Fábricas (2012) con testo di André Breton y Philippe Soupault, Los Proverbios Modernizados (2013) di Paul Eluard y Benjamin Péret, e accompagnate dai suoi dischi plaquettes di Chantal Maillard, Esther Folgueral, Alexandra Domínguez, Gonzalo Rojas, Jorge Teillier, Nicanor Parra, Javier Bello, Diego Valverde Villena, Miguel Ángel Muñoz Sanjuán, José Luis Puerto o Jorge Riechmann.


Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo, Eunice Odio, Juan Carlos Mestre, Traduzione, poesia latinoamericana, poesia spoagnola, spagnolo, poesia dell'altrove, mediumpoesia, traduzioneNasce a Padova nel 1965 e da venticinque anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli ha pubblicato il suo ultimo libro “Viaggio incolume” (novembre 2017) e nel 2010 “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti raccolte “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano di Belgirate), “L’oceano e altri giorni” (2005, finalista ai Premi Libero de Libero, Guido Gozzano di Belgirate e Ultima Frontiera di Volterra, vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si è svolta dal 2007 in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale ha proposto principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, non ancora tradotti in Italia, e con alcune case editrici che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Premio Camaiore per la traduzione, e “Come le rose disordinando l’aria”, Passigli 2015 in collaborazione con Rosa Gallitelli, finalista Premio Città di Morlupo e Premio Città di Trento) e di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione).  Nel marzo 2019 è stato pubblicato a sua cura e traduzione “Non importa ormai vivere bensì la vita” di Juan Carlos Mestre (Arcipelago Itaca Edizioni).

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