Nota critica a “Zebù bambino” di Davide Cortese

Pubblichiamo una nota critica di Davide Toffoli alla raccolta poetica “Zebù bambino” (Terra d’ulivi, 2021) di Davide Cortese.

Il nuovo libro di Davide Cortese si apre con la dedica a Gabriele Galloni, amico poeta prematuramente scomparso e voce attenta di quell’“eterno crepuscolo” in cui “scoccano insieme / la mezzanotte e il mezzogiorno” costringendo a un costante ribaltamento-scambio dal punto di vista maggioritario.

Zebù bambino, ‘protagonista’ della raccolta, ha difatti “ali nere d’angelo randagio” e ci costringe ad accettare il gioco chiarissimo (e per questo inevitabile) di immaginare una fantomatica infanzia del Signore del Male, in un atto di indagine che è introspezione e sguardo attento alla realtà. È un bambino come tanti, Zebù, dispettoso e spietato. Impossibile non specchiarsi, non comprendere che faccia profondamente parte di noi da sempre.

Frutti proibiti, simulazioni di guerra, macchie sui calzoni, bambole dalle teste mozzate… Un panorama che allude a quel che potrà essere. Contiene in sé già tutto il potenziale distruttivo (“Incendia la torta del suo compleanno, / chiude gli amici nel vecchio capanno. / Scarta da solo i regali avuti. / Brucia il capanno e tanti saluti”). “Ama la ricreazione / il piccolo Zebù” e tutto è raccontato da versi giocosi e ironici che, dopo aver fatto calare le difese emotive, si insinuano in una profonda riflessione sull’ineluttabile normalità del Male, troppo spesso confinato altrove e in realtà ben radicato in noi e nei nostri immediati dintorni. Oppure ci apre un’interessante finestra sull’idea quasi alchemica del mondo rovesciato, in una terapia di ribaltamento che ci trasformi e ci faccia acquisire coscienza.

È un diavolo bambino che cresce, prendendo confidenza con gli strappi, con i fuochi, con i dispetti (“Ruba la spada di legno a Gesù / quel monello del bimbo Zebù / gli pesta i piedi, gli fa lo sgambetto / non gli risparmia neppure un dispetto”); è presente lì, ben definito, a contaminare la dimensione idealizzata del mondo dell’infanzia, a ricordarci che, passo dopo passo, se non opportunamente bilanciato o armonizzato, prende forma e forza anche il Male: “Nella scatola di bambù / che un giorno gli donai io / serba una bambola voodoo / con le sembianze di dio”.

Questo intelligente libretto di Cortese può far pensare a Rodari, con la parola che si fa suono e forma, disegnando un paesaggio inatteso fatto di giochi e svolazzi. Giovanni Perri, a tal proposito, parla di uno scrutare il lato oscuro, di un giocare a rincorrersi e a prendersi, di una vera e propria “Epifania della soglia” impreziosita dalla dolcezza stilistica della parola[1].

L’indivisibilità primordiale e archetipica del Bene e del Male prende corpo in una fuga satirica che ci indica un’altra via, tutta giocata nella dimensione minima dell’istante come misura e passo dell’indecifrabilità esistenziale. Tutto appare, innocente e spietato, come rituale oscuro ed enigmatico. Il piccolo Zebù offende (“-Sei una schiappa-, -Sei grasso-, -Sei brutto-. / Ai compagni di gioco dice di tutto”), pretende, sbircia dal buco della serratura… Ma ha anche umanissimi attimi in cui resta incupito a piangere da solo in disparte da tutti (“Lacrima zolfo, il piccolo Zebù / gocce che sfrigolano / cadendo giù”).

Questa raccolta è composta da ventuno filastrocche irriverenti e salvifiche sulla soglia di quello che non siamo forse più abituati a dire o a percepire. Ricordano la gratuità del male compiuto o pensato dagli esseri umani. In un mondo che ci bombarda, chiedendoci sempre e solo di schierarci (anche se di rado ci fornisce le informazioni necessarie a comprendere), quello di Zebù bambino è un tentativo coraggioso di ricordarci la centralità necessaria di una fusione-contaminazione conclusiva delle forze, indispensabile per evolversi e per crescere.

Si tratta di dare voce a quella parte dell’umano che ben si nasconde dietro i pregiudizi e le false credenziali che costituiscono in realtà la sua vera natura, libera, volitiva e un poco egoista. Personalmente, non riesco a non percepire nel libro una sorta di ricerca alchemica che ci accompagni, come individui, in un percorso di presa di coscienza che sappia armonizzare gli opposti e soprattutto riappropriarsi dell’energia a cui si rinuncia ogniqualvolta si divida (in un’operazione, quella sì, davvero diabolica) qualcosa di unito in parti asettiche e non comunicanti fra di loro. E mi sento di collocare in questa dialettica di separazioneriunificazione anche l’enigmatico finale… (“Diventerà un bel giovane / il piccolo Zebù. / Presto farà breccia / nel cuore di Gesù”). Nella potenza semplice dell’ambiguità profonda di quel “farà breccia”, è contenuta una preziosa chiave di lettura, al tempo stesso possibile interpretazione e prospettiva tangibile.

Il punto di forza è costituito però proprio dalla leggerezza che ben maschera queste profondità necessarie perché, come suggerisce Gino Scartaghiande, il volumetto di Cortese è “d’intonazione delicata, come quelle carte cinesi degli aquiloni, ma con le nervature ontologiche di un aquilone pascoliano”[2] ed evidenzia una duttile maestria nell’uso del metro (sulla scia di una tradizione che passa da Beppe Salvia, Gabriella Sica e dallo stesso giovanissimo Gabriele Galloni), ma che soprattutto riesce ad approdare a una tragedia che sa mutarsi in commedia.

Zebù bambino ha il potere discreto e invasivo delle favole. Punta dritto al cuore e lo colpisce, magari dilaniandolo e dilaniandoci, ma di sicuro mostrandosi ben attento a suggerirci di ricostruire, sempre e comunque, e di ripartire proprio da lì.

[1] https://www.menaboonline.it/scrutare-il-lato-oscuro.

[2] https://poesiainverso.com/2022/01/16/davide-cortese-zebu-bambino/.

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