da Ultima*Eldorado | “Neofita” di Francesco Terzago

La conclusione del ciclo di anticipazioni legate al primo volume del progetto Ultima, Ultima*Eldorado. Dopo i saggi a firma di Maria Borio, Lorenzo Carlucci e Carmen Gallo, pubblichiamo "Neofita" di Francesco Terzago. Ultima*Eldorado custodisce una raccolta di quattro interventi di poetica. Maria Borio, Lorenzo Carlucci, Carmen Gallo e Francesco Terzago hanno perlustrato la terra della scrittura, i propri limiti, i propri desideri, portando alla luce ciò che hanno trovato nel percorso. Eldorado è il sogno degli uomini che vivono fra le poche cose del mondo; e che scavano per cercare. E così trovano non come restare, ma i resti di tutte le cose del mondo.​

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1990

Dov’è il papà?
Sta viaggiando.
Dov’è il papà adesso?
Sarà in aereo¹, da qualche parte.

¹  La notte scioglie i margini della fusoliera, il finestrino si è riempito di una trama di ghiaccio, le città – sull’orizzonte – sono plancton bruciato. Potrebbero avere qualsiasi nome, quelle città. Non città ma metropoli, che si estende per tutto lo sferoide olbato.
Sono i segnalatori, le lanterne semaforiche, l’illuminazione stradale, gli alberi di Natale, le insegne pubblicitarie. Sotto la superficie oceanica cavi e condutture, e relitti, e scorie si mischiano ai sedimenti della civiltà.
Nell’Antropocene la carne non si può distinguere dagli schermi, dalle tastiere, dai circuiti integrati; la quiete farmacologica sopisce qualsiasi sensazione di dolore, anima e mucose si sovrappongono.
Grappoli di lampadine sovrastano ogni spazio abitato e così fanno le antenne.
La nostra specie lancia nella notte le sue esche e muoiono le farfalle notturne.
Gli spettri consumano le loro ultime forze e nessuna sosta gli è concessa. Ogni luogo è umanità che attribuisce misura e valore, esegue il computo; telecamere e sensori registrano ogni azione che si svolge tra le genti. Ogni stella cadente ha milioni di occhi puntati. Milioni di stelle cadenti identiche le une alle altre.

1991

Mio padre non vive più con noi. Passo le giornate in giardino o a guardare la televisione. Ho cinque anni. Oggi ho provato a mangiare una formica ma mi ha morso la lingua. Me la sono strappata via con le dita, ho dovuto tirare. Quando l’ho rimessa sull’albero ha raggiunto le altre come se non le fosse successo nulla. L’ho visto fare in un documentario sugli indios, mangiare le formiche. Mia mamma mi prepara un toast, ora che sono tornato in casa. Non le dico niente della formica. Sono davanti alla televisione e aspetto i cartoni animati. È il primo anno di Studio Aperto.
Esplosioni, bombe su Saddam. Sono troppo piccolo per giocare con i petardi. Mia mamma, qualche giorno prima, ha distrutto con me un’aiuola del giardino perché desideravo un piccolo lago tutto per me. Abbiamo scavato un buco nella morbida terra e lo abbiamo riempito con un telo di plastica ricavato da un sacco della spazzatura.
Le chiedo delle ninfee, un laghetto deve avere delle ninfee. Mi risponde che arriveranno con il vento il giorno in cui non ci penso.

1992

Quando saremo arrivati a casa gli dirai che la polvere magica l’hai usata in un tuo esperimento, ci hai fatto i tuoi giochi. Io sono sicura che tu ci hai fatto i tuoi esperimenti. L’hai presa tutta tu, la polvere magica. Forse l’hai buttata nel tombino come hai fatto con le mie sigarette. Se dirai che l’hai usate per i tuoi esperimenti ti regalerò le Micro Machine e mi dimenticherò delle siga. Io non l’ho presa, la polvere magica, non voglio dire una bugia, non lo sapevo che c’era della polvere magica, non la voglio dire la bugia.
Non devi avere paura: le piccole bugie Gesù non le ascolta.

1992

Sento mia nonna scuotere la campana da tavolo. Il suono si muove per il giar- dino, fino al maggiociondolo, l’aquilegia, la magnolia. Volano – i coleotteri; le api, le farfalle, più in alto alcuni uccelli. Gli unici suoni che si sentono sono i loro. Per la strada che sta sul retro passeranno tre, quattro macchine ogni ora. Mia nonna guarda poca televisione, il tempo lo passa a leggere classici della letteratura tedesca o con la settimana enigmistica.
Lipscèn, tesoro, è pronto. Non rispondo.
Mi sono confuso tra le foglie delle azalee. C’è un gruppo di azalee più alte di quanto non sia io, a 8 anni.
Lipscèn, tesoro. Tesoro.
Ripete alcune volte.
Io non dico niente.
Dal mio nascondiglio la vedo che si sporge dalla finestra. Guarda nella mia direzione ma non può individuarmi. Ho portato i capelli davanti al viso piegando la testa in avanti. Ho nascosto le mani e il collo nei vestiti per ma- scherare il candore della pelle, indosso un maglione verde scuro e pantaloni marroni.
Guarda il calicantus, guarda la rosa canina che è cresciuta come una cam- pana di spine.
Il suo sguardo raggiunge il trattore di plastica blu, il mio trattore di plastica blu che si muove a pedali. L’ho lasciato vicino al muretto di cinta, quello che dà sul roveto, il roveto si trova cinque metri più in basso. Precipitare di lì sarebbe come farlo da un primo piano su un materasso tagliente.
Il muretto mi arriva alla cintola ed è sormontato da lastre di pietra. Le mie zie, quando ci raggiungono nel fine settimana, si siedono lì a parlare e a prendere il sole. Il trattore è nel punto dove lei non vuole che io vada, quando sono da solo.
Stai lontano dal muretto, tesoro mio, non voglio che tu cada giù, lipscèn, tesoro, ti voglio bene.
Suona la campana un’ultima volta, abbassa il braccio.
La mano e la campana scompaiono dietro al davanzale. Il trattore di plastica, guarda di nuovo quello. Si gira con lentezza mentre arretra nell’ombra del soggiorno, un sasso bianco che si immerge in un’acqua immobile.

*

Ho un po’ di tempo per migliorare il mio nascondiglio, raggiungere il punto dove la terra, attorno al fusto dell’azalea più grande, è secca e i ragni dondolano.

Mia nonna arriva nel prato che ho davanti a me. Esce nella luce del sole: trattengo il respiro. Alle sue spalle ci sono le camelie, c’è il ciliegio inselvatichito che sovrasta la casa di tre piani.
Fa molta attenzione quando deve scendere dei gradini o percorrere un de- clivio. Si muove un passo per volta. In genere sono io ad aiutarla: mi stringe la mano, lo fa più forte quando solleva il piede, se dovesse scivolare io potrei portarle una sedia: riesce a rialzarsi da sola solo se può aggrapparsi a qualcosa che non sia io, che sono troppo piccolo. Facciamo brevi soste dove mi insegna il nome di piante e animali. Tesoro, vedi quello? Toccalo con una mano così ho capito che ti è chiaro. Bravo. Quelle sono fragole matte, il fiore è giallo. Le fragole matte sono arrivate in Italia dalla Cina².

Mia nonna si avvicina al muretto, più si avvicina più i suoi movimenti si fanno lenti e molli. Tiene le braccia separate dal corpo come se stesse avanzando in una stanza nera. Quando lo raggiunge guarda in basso. Si irrigidisce come per una scossa elettrica, sta in quel modo per un po’.
Non dice niente. Torna da dove è venuta, ora ha un’andatura più stabile. Non mi chiama più. Niente più, tesoro, lipscèn dove sei.
È a quel punto che esco per andare nella sua direzione, quando sono a un metro di distanza da lei: ciao nonna, è pronto, hai fatto la pizza?
Si ferma, non lo fare mai più.
Scusami, scoppio a piangere.
Non lo fare mai più.
Scusami, mi avvicino ancora un po’. È vicina a una pianta di bosso, la figura si trova centro di un rettangolo di luce. Su un lato ha la parete esterna della casa, sull’altro e sopra, fronde che si protendono braccia in una supplica. Puoi perdonarmi?
No. Non posso perdonarti. Però posso dimenticare, lipscèn.

² Sembra che le prime ad accoglierle sia stato l’orto botanico di Torino. Da lì si sarebbero diffuse. Non sono velenose. In Asia si crede che abbiano proprietà guaritrici.

1993

Alla guida della Panda c’è mio zio. Forse stiamo scendendo in città oppure mi sta portando a vedere un gruppo di cascatelle ghiacciate. A pochi minuti di macchina da casa di mia nonna c’è un luogo che in famiglia chiamiamo i mulini: un ruscello bruno che inciampa negli sbarramenti costruiti, con ramoscelli e sassi, dai ragazzi più piccoli.
Andare ai mulini può significare conoscere altri bambini e giocare con loro, qualsiasi sia la stagione, estate, o inverno: come adesso. Quando c’è caldo gli insetti si inseguono sul pelo dell’acqua, il fondale è di foglie annegate, centimetri o metri di sedimenti vegetali non sono mai riuscito a scoprirlo. Ricordo le volte costruite dai castagni e poi la buddleja, con grappoli di fiori viola. Ha raggiunto l’Italia dal Guangxi, la buddleja. È accaduto alla fine dell’Ottocento o agli inizi del secolo successivo. Scelta per ornare i parchi degli inglesi. E dei Borromeo. Le recinzioni, i muri, non hanno potuto impe- dire la diffusione della buddleja, un tesoro di linfa che si concede ai sensi di chiunque, senza distinzioni. La buddleja arrivò alle foreste dando così gioia a farfalle e coleotteri metallici. A donne e uomini di ogni estrazione sociale, che possono, da quel momento lasciarsi ipnotizzare dalla danza delle elitre, basta che cerchino le zone dove l’acqua rallenta fino a girare su se stessa per un po’.

C’è la neve. Copre le fronde dei noccioli, i rovi e i pascoli abbandonati e confonde nello stesso candore ogni architettura naturale; annulla il nero dei tronchi, le gradazioni di verde residuale degli steli d’erba e degli arbusti. C’è solo il bianco, ai lati dell’automobile.
Una calotta intatta e nel mezzo di tutto quanto: la strada. Nessuno potrebbe dire che, al di là delle nuvole basse e soffici, si nasconde il Lago Maggiore. Quello che stiamo attraversando, può essere il fianco di una collina circondata per l’infinità di luce lattea.
Poi la vedo. Compare per un istante sul margine del campo visivo, una macchiolina traballante. L’evento in sé corrisponde a una rottura così modesta della staticità che appena lo registro in un’immagine impersistente.
Nera, grigia, o bianca.
Quanto è grande la lepre.

1995

Con Tania faccio i compiti delle vacanze. Quando lei si allontana per riempire la piscinetta gonfiabile, abbandono il tavolo degli esercizi e inseguo farfalle, oppure do al gatto una fetta di salame ma prima io la mastico per un po’. Mi piace scrivere i temi. Raccontare semplici storie, descrivere sassi e fiori – soprattutto le case dei lilliput, ricoveri in miniatura che costruisco con stecchetti e foglie secche; uso i frammenti delle pigne per fare le tegole. I lilliput mi ringraziano con delle lettere – è sempre Claudio, mio zio, a trovarle. Comunque preferisco ancora di più il disegno e i temi non voglio che sia Tania a leggerli, anche se va sempre a finire così. Il suo giudizio non cambia: puoi fare molto meglio, devi rifarlo daccapo. È molto seria mentre mi dice questo, ma quando vede che prendo un altro foglio, fa un sorriso e mi dà una carezza.

1995

Mio papà è venuto a prendermi, vuole portarmi in motoscafo con lui.
Il motoscafo è grande e nero, si chiama Nerone.
Quando accelera la prora si alza e immagino di stare seduto sulla mandibola superiore di un drago che apre la bocca per afferrare una preda, nascosta pochi centimetri sott’acqua.
Un po’ rido. E un po’ piango perché penso all’animale che muore per darmi da divertire. Il frastuono del motore è sufficiente a rimuovere dalla superficie del suono ogni parola. Come la fresa, che asporta del materiale, rendendolo polvere impalpabile.

1997

Il campo da tennis nel parco della villa dove sono cresciuto è coperto di crepe. Le crepe si riempiono di germogli. I germogli crescono e danno delle fronde di buddleja. Non immaginavo che sotto allo strato di terra rossa ci fossero pietre nere e porose, simili a frammenti di carbone o di pomice. Mia nonna paterna, Remigia, non vuole venire in questa zona. Lo fa solo per raccogliere i kiwi; i rampicanti hanno foderato completamente la rete esterna, alta sei, sette metri – decine di cassette si possono riempire di frutti. Il kiwi è una pianta originaria del Sudest asiatico. Da fuori il campo da tennis è quasi invisibile, sembra una tenda verde grande come una casa popolare. Non ci sono felci o muschio. Solo la buddleja che emerge da una profondità indefinibile – che si solleva dal manto ferrigno. Mi chiedo se i semi attendano da decenni di poter infrangere quel guscio. I cani, quando entro nel campo da tennis, mi attendono sulla soglia; non c’è modo di farli venire con me.

1997, Arona

Imparo ad andare in bicicletta: giugno. Ho liberato nel lago i girini, dallo stagno alla costa di sabbia granitica. Le uova si erano schiuse in un grande sottovaso che Margherita mi ha regalato. I girini si nascondono tra un gruppo di giaggioli acquatici, hanno lo stesso colore del reticolo dei bulbi tra il fango. I fiori gialli, i girini neri, lo stesso nero vivo che si diffonde nel lago e nel cielo. Ogni elemento di questo scenario è alla ricerca di nutrimento.

1997

Mio padre ha comprato alcune scatole di petardi, è domenica – il cielo è azzurro metallo. Mi insegna a costruire un vulcano in miniatura. Quando il raudo esplode i granelli sono scagliati in alto e sembrano autentica lava.

Ti faccio vedere un’altra cosa, ho trovato qualcosa che ci può essere utile – quando te lo dico allontanati.
Dopo averla lavata nell’acqua del lago, le mette dentro il petardo, si riempie di nebbia. Lancia la bottiglia verde più in alto che può.
La guardo salire e salire fino a sovrapporsi con il sole, la sfera di piombo fuso la inghiotte ed è in quel momento che avviene lo scoppio.
Mio padre deve avere una forza sovrumana per aver spinto così in alto la bottiglia, per aver lambito l’empireo.
La pioggia inizia a cadere pochi istanti dopo³.

³ Lo scoppio avrà crepato la membrana che tiene l’acqua divisa dall’aria? Viviamo sul fondo di un abisso.

1998, 14 luglio – Intra, Marco Mariolini

Escogito un modo originale per andare a pesca. Lego qualche centimetro di bava a una sottile canna di bambù, segue l’amo sul quale si dimenano due o tre bigattini – trafitti. La parte acuminata è nascosta dalla pelle delle larve, in questo modo si evita che il pesce sputi il boccone anzitempo. Scendo sul fondale di pietre oleose, a un paio di metri sotto di me così da smuovere, usando i piedi, il sedimento che le ricopre.
Arrivano i persici, piccoli persici vivaci. Ne catturo, con questo espediente, in buon numero. Non li uccido. Li metto in un secchiello azzurro che si trova non molto distante, a riva, incastrato in una gradinata di cemento che conduce all’acqua; quando sono troppi li libero.

Una delle mie zie ha la cabina al circolo dei canottieri, dove il torrente San Giovanni raggiunge il Lago Maggiore e si perde nelle sue acque.
Un muro di calcestruzzo sormontato da una recinzione arrugginita separa il parcheggio dalla spiaggia dove ho l’asciugamano. Il parcheggio culmina in una lingua di terra aspra, un istmo con qualche ciuffo d’erba. Sulla lingua di terra, nella tenue ombra dei pioppi, ci sono un uomo e una ragazza. Hanno steso una coperta a terra e stanno parlando.
Si sono conosciuti una manciata di anni prima, ciò che li ha messi in con- tatto è stato un annuncio che lui ha pubblicato sui giornali: «Cerco donne scheletriche dai 18 ai 90 anni».

1999

Sta guardando il cielo. Tiene davanti agli occhi un vetro nero-verde. Io vedo lui dall’ingresso di casa mia che sta alla sommità di una scala esterna. Attorno a noi ci sono gli orti e i giardini appoggiati sui terrazzamenti, mi sono trasferito sul mare. A Lerici, dove le abitazioni si sostengono a vicenda, si stringono come un gregge di fronte al pericolo.
Che cosa fai?
C’è l’eclissi.
Un’eclissi…

Ne ricordo una precedente, per una manciata di secondi il mondo ha as- sunto i toni dell’ardesia e dell’acciaio temprato, nello spettro cromatico del nostro dominio ha manifestato la sua identità. Sì, serve il vetro bruciato per osservarla – se vuoi ne ho uno in più, così anche tu puoi… altrimenti potresti scambiare la luna per delle nuvole.

Per qualche anno Edward sarebbe stato il mio migliore amico.

1999

Margherita passa le ore intere a rivedere con me gli esercizi di analisi grammaticale, logica e del periodo; per mesi mi rifiuto di darle ascolto – non faccio alcun progresso.
La notte piango.
Poi qualcosa cambia.
Cambia perché prendo l’influenza e la febbre mi consegna alla compagnia esclusiva dei libri; Margherita mi dice di scegliere tra quelli che ci sono in casa, senza limitazioni. Mi racconta che quando lei era bambina suo nonno le portava da leggere. Mio papà e Margherita sono tutto il giorno a lavorare – mio papà ha avuto un’intuizione: usare i robot delle catene di montaggio per scolpire la pietra, fare statue; vendere questa tecnologia agli studi artistici. Ho il divieto di giocare con la console quando loro non ci sono e in quello stato non riuscirei a farlo. Mentre sto per esaurire le pagine di Congo, celebre romanzo di Crichton, provo il desiderio di capire quali siano i legami che uniscono le parole tra loro, tutte le parole tra loro.

[…]

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Francesco Maria Terzago

Nasce a Verbania nel 1986; studia Linguaggi e tecniche di scrittura a Padova e Storytelling politico alla Scuola Holden di Torino. Ha trascorso due anni in Cina, a Guangzhou, grazie a delle borse di ricerca, indagando il fenomeno della Street Art. Ha pubblicato poesie, brevi saggi accademici e non; e racconti fotografici. Il suo lavoro si è sempre mosso in una terra anfibia, tra parole e immagini. Il suo esordio è con Caratteri (Vydia editore), nel dicembre 2018. Collabora, o ha collaborato, con collettivi artistici e letterari, siti internet e riviste quali: Argo, Neutopia, AbsolutePoetry, Urban, Scrittori Precari e Poesia 2.0. Vive alla Spezia.

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J.K. Stefánsson – incipit da “Storia di Ásta”

A interessare J.K. Stefánsson è proprio quel ritmo, quella vibrazione che attraversa mondo e corpo e che è alla base di meccanismi percettivi e recettivi tra uomo e natura. Un articolo di MediumPoesia con lettura in lingua originale dell’autore, dal suo ultimo romanzo “Storie di Ásta” (Iperborea, 2018)

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