Muore Yahya Hassan: Islam, ipocrisia, violenza

Yahya Hassan (19 maggio 1995 – 29 aprile 2020), ventiquattrenne poeta danese-palestinese, è stato trovato morto dalla polizia ad Arahus, nel suo appartamento, in circostanze ancora da chiarire. Ne scrive Francesco Ottonello, in questa nota.

La notizia della morte del poeta Yahya Hassan è stata riportata per prima da Simon Pasternak, capo della casa editrice Gyldendal, con cui il giovane poeta aveva pubblicato la silloge omonima Yahya Hassan: Digte (2013) a soli 18 anni, raggiungendo un incredibile successo di pubblico, ma anche riscontri di critica, venendo poi tradotta in numerose lingue (l’edizione italiana è uscita per Rizzoli nel 2014). Il suo libro è stato stampato nella sola Danimarca nel numero record di 120.000 copie, in un paese in cui le raccolte di poesia sono solitamente stampate in poche centinaia.

La sua poesia, con una matrice di fondo confessionale e autobiografica, come è chiaro già dal titolo, aveva suscitato un dibattito così acceso nell’opinione pubblica proprio in virtù della veemenza della sua denuncia verso l’ipocrisia religiosa musulmana e la violenza domestica, con le quali era cresciuto, in un ghetto della città danese di Arahus. Certamente il suo era diventato un caso mediatico, al di là del valore letterario dei suoi testi, avendo fatto notizia per le aggressioni e minacce di morte subite, che lo avevano portato a vivere sotto scorta, ma anche per la sua vita senza freni, avendo compiuto egli stesso atti criminali.

Il suo stile è facilmente riconoscibile per l’uso delle sole maiuscole e l’assenza di punteggiatura. La veemenza della sua scrittura si serve del turpiloquio, dello slang del ghetto, di giochi di parole, con l’intento di dire urlando, senza tabù, con lucidità, tutta la disperazione. Nei versi di Hassan, influenzati dal rap e dalla Beat Generation, non esenti da un tagliente gusto sarcastico e da una volontà di scandalo, emerge il rancore per la sua storia personale, verso la sua famiglia di origine palestinese, che si trasferisce in Danimarca da un campo profughi libanese, con un padre che picchia i figli e la moglie, e che quando viene lasciato si fa mandare una nuova donna direttamente dalla Tunisia. Tuttavia Hassan non risparmia critiche per la sua stessa patria di adozione, la Danimarca, cercando di mettere a nudo tutte le contraddizioni, per ridare voce a una generazione emarginata, schiacciata da oppressioni, ipocrisie e violenza.

F.O.

Vi riportiamo qui quattro suoi testi, nella traduzione italiana, a cura di Bruno Berni.

INFANZIA


CINQUE FIGLI IN FILA E UN PADRE CON LA MAZZA
POLIPIANTO E UNA POZZA DI PISCIO
SI TIRA FUORI LA MANO A TURNO 
È QUESTIONE DI PREVEDIBILITÀ
QUEL RUMORE QUANDO ARRIVANO I COLPI 
LA SORELLA CHE SALTA VELOCE
SU UN PIEDE POI SULL’ALTRO
IL PISCIO È UNA CASCATA SULLA GAMBA
PRIMA FUORI UNA MANO POI L’ALTRA
SE PASSA TROPPO TEMPO I COLPI VANNO A CASO
UN COLPO UN GRIDO UN NUMERO 30 O 40 A VOLTE 50
E UN ULTIMO COLPO SUL CULO USCENDO DALLA PORTA
PRENDE IL FRATELLO PER LE SPALLE LO RADDRIZZA 
CONTINUA A COLPIRE E CONTARE
ABBASSO LO SGUARDO E ASPETTO IL MIO TURNO 
MAMMA ROMPE PIATTI PER LE SCALE
E INTANTO AL JAZEERA TRASMETTE
BULLDOZER IPERCINETICI E MEMBRA ARRABBIATE 
LA STRISCIA DI GAZA SOTTO IL SOLE
LE BANDIERE CHE VENGONO BRUCIATE
SE UN SIONISTA NON RICONOSCE LA NOSTRA ESISTENZA 
SE POI DAVVERO ESISTIAMO
QUANDO SINGHIOZZIAMO ANGOSCIA E DOLORE 
QUANDO BOCCHEGGIAMO IN CERCA D’ARIA O DI SENSO 
A SCUOLA NON SI PUÒ PARLARE ARABO
A CASA NON SI PUÒ PARLARE DANESE 
UN COLPO UN GRIDO UN NUMERO

*

FUORI DALLA PORTA

STAVO VICINO AGLI APPENDINI CON UNA FRITTELLA IN MANO 
E IMPARAVO A FARE FIOCCHI IN SILENZIO
ARANCE CON CHIODI DI GAROFANO E NASTRO ROSSO 
APPESE AL SOFFITTO COME BAMBOLE VOODOO INFILZATE 
È COSÌ CHE RICORDO L’ASILO
GLI ALTRI ASPETTAVANO CONTENTI BABBO NATALE 
MA IO AVEVO PAURA DI LUI
COME AVEVO PAURA DI MIO PADRE

*

IL RENE

RISPARMIAVAMO UN RENE PER UNO ZIO A DUBAI
E UN INTERVENTO AL CUORE PER IL NONNO IN LIBANO
RISPARMIAVAMO PER LE MALATTIE DEGLI ALTRI 
NASCONDEVAMO I SOLDI SOTTO UN TAPPETO 
CAMBIAVAMO IN DOLLARI E PREGAVAMO ALLAH

*

FIORE DI PLASTICA

NELLA CASA CHE HO BRUCIATO 
MANGIAVAMO SEMPRE SUL PAVIMENTO
PAPÀ DORMIVA SU UN MATERASSO IN SOGGIORNO
I MIEI FRATELLI GIÀ NATI
ERANO SPARSI PER L’APPARTAMENTO 
UNO AL COMPUTER
UNO STRISCIAVA A TERRA E UNO CON MAMMA IN CUCINA
SE CONTINUI A INFASTIDIRE I TUOI FRATELLI
TI BRUCIO
DICEVA MAMMA CON IN MANO L’ACCENDINO DI PAPÀ 
MA QUANDO LO HA POSATO
IO L’HO ANTICIPATA
L’HO MESSO IN TASCA HO FATTO I MIEI PASSI COLPEVOLI 
SEDUTO NELL’ANGOLO TRA IL TERMOSIFONE E IL DIVANO
HO FATTO DIVORARE ALLA FIAMMA LO STELO DI PLASTICA
SONO RIMASTO LÌ FINCHÉ NON POTEVO PIÙ STARCI
MI SONO ALLONTANATO E HO GUARDATO LE FIAMME 
POI HO GUARDATO PAPÀ
E HO PENSATO CHE ERA MEGLIO LASCIARLO DORMIRE
MA POI MAMMA È ENTRATA STRILLANDO
E PAPÀ SI È SVEGLIATO MOLTO PRIMA DELLA PREGHIERA 
E LE FIAMME HANNO PRESO VITA
E PAPÀ HA SALITO LE SCALE IN MUTANDE 
PELOSO COME UN GORILLA
HA AVVERTITO TUTTI I TAMIL DEL PALAZZO
SIAMO SCESI IN CANTINA AD ASPETTARE I POMPIERI 
L’UNICA COSA CHE CI SIAMO PORTATI NELLA NUOVA CASA 
LA TIVU NERA L’ABBIAMO TENUTA ANCORA UN PAIO D’ANNI 
DIETRO ERA SCIOLTA
E I RICORDI DELLA PRIMA INFANZIA ERANO BRUCIATI 
SPARGEVO UN MUCCHIO DI GIORNALI
FINCHÉ GRAN PARTE DEL PAVIMENTO ERA COPERTO 
OSSERVAVO TUTTE QUELLE PAROLE E QUELLE FOTO 
FINCHÉ NON PORTAVANO DA MANGIARE
SE PAPÀ VEDEVA PAROLE COME SESSO O CAZZO 
O LA FOTO DI UNA SCANDINAVA SVESTITA
PER ATTIRARE L’ATTENZIONE DI UN INFEDELE 
LA STRAPPAVA O GIRAVA IL GIORNALE
MA A CAPODANNO SI È MANGIATO INTORNO A UN TAVOLO 
C’ERANO KETCHUP E COLA E COLTELLI E FORCHETTE
LUI DAVA DUE SBERLE SE L’ATMOSFERA ERA TROPPO ALLEGRA 
PER IL RESTO SI È MANGIATO IN MODO CIVILE

Yahya Hassan
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Eldorado è il sogno degli uomini che vivono fra le poche cose del mondo; e che scavano per cercare. E così trovano non come restare, ma i resti di tutte le cose del mondo.
​Una teoria di reperti, senza indicazioni, senza spazio né tempo; colti ciascuno in una prossimità che diventa imitazione reciproca. Esposti, i reperti si sottraggono sia alla curiosità catalogatrice dell’osservatore sia alla pretesa di una narrazione che imponga loro un inizio e una fine. A chi sappia rinunciare a queste pretese, si dischiude un’ulteriore possibilità: l’abbandono al dialogo delle analogie, alla capacità evocatrice dei segni, al loro ritmico ripresentarsi, verso un travalicamento che è ogni volta un discorso da ricostruire nello sguardo di chi sta guardando. Bisogna cedere a questa trappola liberatoria, all’immobile gioco fra le figure che, sebbene schiacciate sulla pagina e mute, continuano a tessere segnali, rimandi, richiami. Bisogna avere pazienza, rimanere avvinti da queste tracce di intensità, fino a quando non osserveremo più reperti – i tasselli di una morta storia – ma il ritmo vivo che li scioglie e li lega: l’oro del tempo, la poesia.
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www.ultimaspazio.com

Qui pubblichiamo un estratto dal saggio di Maria Borio “Nella Trasparenza”.

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