Tra due esili – Poeti di lingua araba | Editoriale

MediumPoesia presenta al pubblico italiano la nuova rubrica «Tra due esili» della sezione Poesia dell’altrove, dedicata a esplorare la poesia contemporanea dei mondi e poeti di lingua araba. La rubrica è curata da Emanuele Bottazzi Grifoni e ospiterà testi in lingua originale e in traduzione; nel caso di autori viventi saranno disponibili anche registrazioni audio o video-letture.

Questa rubrica è figlia di un incontro fortuito di una sera di maggio di più di due anni fa, nel cortile interno di una casa di ringhiera di un locale sui Navigli. Nonostante fosse primavera inoltrata, in quei giorni era tornato il freddo. Il posto, comunque, era pieno di gente. Prima di questo esilio diffuso causato dalla pandemia ogni maggio si poteva godere della libertà di sentirsi in trappola anche a restare una sola sera a casa. Una pioggia tanto improvvisa quanto violenta costrinse me e la persona con cui ero a rifugiarci sotto l’unica tettoia disponibile, dove però i tavoli erano già tutti occupati. Solo in uno erano rimasti due posti liberi, risicati, sulle panche.

Chiedemmo ospitalità e fummo accolti. A quel tavolo sedevano Khaled Soliman al-Nassiry, poeta, regista e editore italo-palestinese, Emad Ahmad, poeta e traduttore siriano, Ghayath al-Madhon, poeta siriano, Hassan Blasim, scrittore iracheno e Yousef Wakkas, siriano, traduttore e scrittore in arabo e in italiano. Quella sera imparai che essere poeti non significa per forza ridere meno degli altri. Una liberazione. Iniziammo così a parlar male di cucina italiana. Questa piccola dissacrazione, in cui con il paradosso si centrava il punto vivo di una vera dialettica del rispetto, era inframmezzata da osservazioni sulla poesia che mi fulminavano. Inaspettatamente mi trovavo con alcuni degli esponenti più interessanti e innovativi della poesia e della letteratura in lingua araba.

Ghayath al-Madhon e Hassan Blasim erano in visita a Milano per ragioni letterarie, ma gli altri vivevano lì, a dieci minuti da casa. La seconda sera che li vidi chiesi ad Emad, come di sfuggita, con la timidezza degli innamorati, perché secondo lui sin da subito avevamo legato così bene. Faccio fatica a scriverlo – ma devo, ne va della prospettiva necessariamente accidentale di questa rubrica. Anche tu, come noi, sei un traumatizzato, mi rispose.

Ci vedevamo sempre più spesso, scambiandoci cene a casa l’uno dell’altro. Presto iniziai a frequentare anche la casa editrice di Khaled, al-Mutawassit (“Il Mediterraneo”, in arabo). Con una prospettiva che è eccentrica non solo per via della sua sede, Milano, Al Mutawassit è la novità del mondo arabo. Da lì, infatti, avrei visto passare centinaia fra poeti, intellettuali e scrittori provenienti da decine di diversi paesi. In quei primi giorni non si smetteva mai di parlare di letteratura e di rivoluzione, di esilio e di guerra. Arrivavano così idee e progetti.

Insieme a tutto questo, che era già molto di più di quanto si potesse sperare dal puro caso, si creava un mondo riempito dal vivere assieme le cose più ovvie.
Nel giro di pochi giorni, ad al-Mutawassit, noi quattro ci alternavamo alla preparazione di piatti italiani, palestinesi o siriani, fedeli così al piacere dei piccoli paradossi. Da al-Mutawassit partivamo per andare a ritirare casse di libri, ma anche per aiutare uno di noi a fare un trasloco o anche solo per accompagnarlo a fare una visita dal medico o per il rinnovo di un documento. Soprattutto, ad al-Mutawassit, partecipavo ad un mondo in cui non si smetteva mai di parlare di niente. È così, credo, che si diventa fratelli.

Questa rubrica non è una rubrica di poesia araba, è una rubrica di poeti arabi, visti con quell’apprensione felice di chi gode di un incontro fortuito; poeti con cui ho avuto la fortuna di vivere e di viaggiare in Italia o nel Vicino Oriente, di partecipare a conferenze, fiere di libri, letture di poesia e dibattiti culturali presso Università arabe e italiane; poeti per i quali ho scritto saggi e pubblicato i miei testi e da i quali ho avuto il privilegio di essere intervistato e sfidato nelle mie convinzioni. Il privilegio più grande è stato per me però quello di ridere, di venire a contatto con un senso dell’umorismo che mi fa ridere fino a soffocare, ma anche quello di piangere, come una sera d’autunno a Ramallah, ai margini di una festa, dopo l’ennesimo posto di blocco, tra spari incerti in lontananza. Ogni risata, ogni lacrima si accompagnava alla scoperta di una nuova tonalità, di una diversa possibilità espressiva che a loro volta generavano diramazioni inaspettate di immagini e parole.

Questo è uno spazio dove il lettore incontrerà poeti di lingua araba, devi essere concreto, specifico, parla di come tu hai conosciuto queste persone, lascia che sia io, in caso, ad occuparmi di questioni tecniche; per favore, non cadere anche tu in questo luogo comune, “la poesia araba”, così, sacrosanto, mi diceva Wael Farouq, mentre discutevamo sulla direzione da dare a questa rubrica. Professore di letteratura araba alla Cattolica di Milano, Wael Farouq è uno degli intellettuali più attenti alle inquietudini e alle esplorazioni della letteratura contemporanea, non solo in lingua araba e uno dei maestri a me più vicini in questa scuola di complessità e sensibilità scaturita da un colpo di dadi.

Avere il privilegio di dividere i propri giorni con qualcuno che proviene da un universo culturale come questo significa sperimentare l’immensità del compito di intuire di questo universo anche solo l’ampiezza. Dalla radice di un verbo còlta una conversazione si riverbera un lampo che si riflette su altre catene di parole in cui – ti viene spiegato incidentalmente – ciascuna sfumatura di senso si rifrange sulla superficie di migliaia e migliaia di pagine dove canti, poesie, riflessioni, abitudini, discipline e ricerche viaggiano in un tempo più vasto di uno spazio che con scambi, conquiste ed esili copre tutti i continenti.

Questa rubrica crede nell’importanza del suono, inevitabilmente dipendente dal tempo. In questo modo la poesia ci ricorda che essa esiste anche come forma di incontro che fa vibrare cose e persone e che esiste da molto tempo prima che la scrittura, sorta per tenere i conti delle amministrazioni degli stati, fosse inventata. I testi del poeta, tradotti in italiano, verranno quindi affiancati da alcuni recitati in lingua originale.

Questa rubrica è un dialogo e non potrebbe essere altrimenti, vista la sua natura contingente. Per ciascun poeta verrà così posta al professor Farouq una domanda, alla ricerca di qualche nuovo riverbero in questo universo così complesso. Questo dialogo talvolta coinvolgerà il poeta stesso, che risponderà ad alcune brevi domande.

Questa rubrica si chiama Tra due esili. I poeti che ho conosciuto quella sera e negli anni successivi sono di fatto degli esiliati, ma degli esiliati di successo. Questo non tanto perché nel mondo delle lettere arabe e non solo godono di un riconoscimento pubblico, ma perché vivono questa condizione dell’esilio al di là di se stessi. Eduard Said, nel suo Le rappresentazioni dell’intellettuale, scrive che la dimensione dell’esilio è intimamente connessa ad un’azione sociale e artistica che sia davvero significativa e che questo vale anche per chi non è costretto ad una forma di isolamento dal proprio paese per circostanze politiche.

L’esilio diventa dunque una metafora che questi poeti hanno declinato ognuno a modo proprio, ma sempre, come dice Said, nel quadro di una doppia prospettiva, quella del luogo provenienza e quella del luogo arrivo o, si potrebbe aggiungere, del luogo di passaggio, perché l’esilio è una forma sofisticata di abbandono in cui la contingenza diventa occasione di una ricerca artistica che pone in dubbio le forme consolidate del vivere e dell’agire. Operazione, questa, solo in apparenza più semplice per chi è un esiliato di fatto. Tra due esili è quindi una rubrica di prospettive oblique, di contrasti tra esili immaginari ed esili reali, di impressioni personali e partigiane.

Famosa è la frase di Henri Cartier-Bresson per cui fare una fotografia è mettere la testa, gli occhi e cuore sullo stesso asse. Nulla come il modo di vivere che ho respirato in questi due anni scompagina questa posizione. Gli occhi, le teste e i cuori sono innumerevoli e gli assi sono infiniti e in ogni direzione.

Questa rubrica inizierà l’anno prossimo, nella speranza di imparare qualcosa da quest’anno di esilio di massa.

Questa rubrica verrà inaugurata a gennaio dal grande poeta esiliato Wadih Saadeh, nato negli anni quaranta, libanese e australiano. A febbraio verranno presentati testi di Nouri al-Jarrah, siriano e britannico, della seconda metà degli anni cinquanta e, a marzo, di Khaled Soliman Al Nassiry, palestinese e italiano, nato alla fine degli anni settanta – tre generazioni, tre declinazioni della contingenza.

Tutti e tre questi poeti hanno vissuto, amato e sofferto anche a Milano.

Emanuele Bottazzi Grifoni

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