Il Faldone (Il Saggiatore, 2025) di Vincenzo Ostuni è un libro che cambia nel tempo, le principali fasi di vita dell’opera sono sei: Faldone zero-otto. Poesie 1992 – 2000; Faldone zero-venti. Poesie 1992 – 2006; Faldone zero-trentasette. Poesie 1992 – 2010; Faldone zero-cinquantanove, novantotto-novantanove. Poesie 1992 – 2014; Faldone zero-settantadue, novantasei-novantanove. Poesie 1992-2020; Sesta fase del Faldone. Poesie 1992-2024; dal 22 ottobre 2024 è aperta la settima fase del Faldone (il Faldone allo stato di lavoro in cui si trovava il 21 ottobre 2024 è stato pubblicato da Il Saggiatore il 25 marzo 2025). Come si evince dalla scansione delle fasi soprammenzionate, l’ambizione di analizzare l’opera nella sua totalità naufraga inevitabilmente di fronte alla vastità del progetto-libro rappresentato dal Faldone. Parimenti proibitivo risulterebbe delineare una genealogia sistematica della critica – che per mole andrebbe a costituire essa stessa un faldone parallelo.[1] L’obiettivo è piuttosto quello di offrire al lettore le coordinate essenziali per orientarsi nella natura dell’opera, focalizzando l’attenzione su quattro direttrici: la semantica del titolo, la forma (monologica e dialogica) e la lingua, i modelli letterari di riferimento, per giungere infine alla caratteristica di «opera ultraaperta».[2]
La postfazione di Gabriele Pedullà costituisce il miglior punto di partenza, sia perché rappresenta il nucleo critico che chiude la prima fase di vita del Faldone, Faldone zero-otto. Poesie 1992 – 2000 (Oèdipus, 2004), sia perché contiene la prima analisi della natura del titolo, che racchiude in sé anche l’idea di progetto. Pedullà scrive in merito: «Per la natura autoriflessiva di questi testi, che sono innanzitutto un’interrogazione preliminare sulla poesia al presente (come farla, che lingua usare, perché e con quali mezzi e soprattutto ripartendo da dove) si potrebbe pensare di interpretare quello «zero-otto» come uno 0.8, secondo la forma con cui si classificano comunemente le diverse generazioni del software (1.0, 1.1, 1.2, 2.0…).»;[3] l’analogia con le diverse generazioni del software non solo è perfettamente calata nella fisiologia dell’opera stessa ma costituisce anche una piena intuizione di come poi questa evolverà nel tempo. All’interno di un più ampio discorso riguardo a «l’oralità fittizia, ossia la natura eminentemente parlata e non scritta di questi versi» (indentificata dal critico romano come «uno dei tratti caratteristici della poesia di Ostuni»),[4] Pedullà vi riconduce la scelta operata nel titolo, ossia di non inserire i numeri arabi ma di preferire i numeri scritti in lettere: «una controprova può venirci proprio dal fatto che all’elemento parlato sembra alludere anche il titolo, nel senso che i numeri 0 e 8 sono scritti a lettere, diversamente da una tradizione novecentesca che, da Soffici (Bif§zf+1) a Sciascia (1912+1), ha coltivato il gusto innanzitutto grafico e visivo – persino ideogrammatico – per le cifre».[5] Sulla prima parte del titolo, invece, il discorso si fa più denso, ossia si viene guidati all’interno dell’idea di libro-archivio, e della propaggine metodologica che da questa deriva: «E tuttavia la prima parte del titolo, quantunque apparentemente meno oscura, non è meno significativa: quell’autodefinizione della raccolta come “faldone”, ossia come contenitore di fogli sparsi, disordinati, qualcosa che ha più a che fare con la polverosa documentazione di un archivio che con le novità librarie o con la proposta di un giovane poeta»;[6] riguardo al metodo Pedullà prosegue: «Perché “faldone” in queste pagine è appunto tanto l’opera quanto il metodo che è alla sua origine, l’oggetto libro e la disposizione sentimentale ed epistemologica nei confronti del passato».[7]
All’interno di quella che Pedullà definisce «l’oralità fittizia» della poesia di Ostuni è da inserirsi il discorso sul dialogo (e sul monologo) e sulla natura della lingua del Faldone: «In questo perpetuo preambolo dialogano due voci: “io” e “tu”, ai quali a un certo punto si aggiunge anche una “lei”»;[8] «Un vero e proprio ping pong del pensiero in cui i due giocatori si servono di un particolare lessico astratto, il lessico della filosofia, rigoroso e “adamantino” (un aggettivo che piace molto a Ostuni, questo), con un gusto marcato per il vocabolo tecnico e inusitato». Sempre in merito alla forma dialogica (e monologica) Brunella Antomarini afferma: «L’astrattezza terminologica viene drammatizzata dal dialogo o dal monologo (che assomigliano a quelli di Browning, o di Eliot) in modo che entriamo nel testo consapevoli e controllati»[9]. Nella postfazione di Andrea Inglese al Faldone zero-venti. Poesie 1992-2006 (PonteSisto, 2012) dialogo e monologo divengono indistinguibili e strettamente legati all’idea di flusso: «Il valore euristico di questi testi, però, sta proprio nel reinserire il volto individuale nel flusso, nel rendere evidente come dialogo e monologo divengano indistinguibili, come i tratti individuali costantemente si cancellino nello stereotipo collettivo, come l’autentico e il libresco siano costantemente mescolati». Infine, secondo Tommaso Di Dio, nell’opera di Ostuni il dialogo non serve soltanto a creare variazioni di registro, come spesso è avvenuto nella poesia degli anni Sessanta e Settanta, ma assolve una funzione più radicale: «dislocare la voce dal centro, decentrare l’autorità, rendere la vocalità sempre dell’altro».[10]
I Lares tutelari dell’opera aiutano a comprendere, anche a chi possa risultare profano rispetto alla letteratura scientifica sul Faldone, l’eredità novecentesca dell’opera: Pedullà scrive in merito «se un padre nobile bisogna indicare per Faldone zero-otto, questo è certamente il Sanguineti di Postkarten»;[11] lo stesso Inglese individua nel Faldone il proseguo della potente «macchina versificatoria» del Sanguineti («Alludo a Edoardo Sanguineti, di cui il Faldone sembra aver elaborato alcuni tratti della potente macchina versificatoria»),[12] e vi intravede la possibilità di traghettare la tradizione sanguinetiana nella realtà del nuovo millennio («dall’altro mostra di perseguire i suoi obiettivi con un oltranzismo che rivela possibilità̀ non ancora esplorate in quel tipo di esperienza novecentesca»).[13] Sul carattere sanguinetiano dell’opera si esprime anche Marco Giovenale che annota: «I testi sono nella linea della migliore tradizione sintattico-ragionativa del secondo Novecento italiano, quella che ha fra i suoi autori maggiori Pagliarani e Sanguineti».[14]
Vi è un altro tratto peculiare del Faldone su cui vale la pena soffermarsi. Come scrive Andrea Cortellesa, si tratta di un «Work perennemente in progress, dunque: tant’è vero che le “stazioni” cartacee di continuo vengono sorpassate dal cantiere on-line».[15] Anche Giovenale, nella sua recensione, descrive con efficacia questa dimensione dell’opera: «l’idea sistematica strutturale-strutturante (e che direi forse inedita non solo in poesia) di opera ultraaperta, in ritardo/anticipo perfino su sé stessa, programmaticamente in costruzione, nelle sue scansioni, tratti versali, sezioni, prestiti interni».[16]
In conclusione, ci si può chiedere in questo faldone di recensioni, se il Faldone ostuniano non sia soltanto un elaborato espediente per fuggire la scomoda realtà che spinge lo scrittore a rilegare in modo definitivo la propria opera: il ‘ritardo/anticipo’ di un progetto-libro cinto da un sapere enciclopedico. Allo stesso tempo, quest’ultima obiezione perde terreno se affrontata da una prospettiva “archivistica”: l’opera attraversa tre età, corrispondenti alle fasi di vita dell’archivio (corrente, di deposito e storica). Ciascuna di queste fasi, sebbene a un primo impatto possa evocare l’idea di un processo illimitato e inconcludente, risulta fondamentale per la sedimentazione di quella che potremmo definire memoria collettiva, che in questo specifico contesto coincide con l’elaborazione artistico-letteraria.
Note al testo
[1] I materiali relativi alle fasi di vita del Faldone – passate, presenti e future – sono tratti dal sito web, che ospita anche la rassegna critica e i contributi audio-video: https://www.faldone.it/
[2] Marco Giovenale, recensione di Faldone zero-venti, «alfabeta2», 28 (aprile 2013), p. 36 (https://www.faldone.it/critica/giovenale%202013.pdf).
[3] Gabriele Pedullà, Foglietti e faldoni, postfazione a Vincenzo Ostuni, Faldone zero-otto, Oèdipus, Salerno-Milano 2004, p. 121.
[4] Ivi, p. 125.
[5] Ivi, p. 126.
[6] Ivi, p. 122.
[7] Ibid.
[8] Ivi, p. 124.
[9] Brunella Antomarini, Vincenzo Ostuni, in Poesie dell’inizio del mondo. Premio Antonio Delfini, s. ed., 2009, pp. 101-102.
[10] Tommaso Di Dio, Appunti in margine a una presentazione, «Pordenone Legge Poesia», 21 maggio 2026 (https://www.pordenoneleggepoesia.it/2026/05/21/faldone-di-vincenzo-ostuni/).
[11] Gabriele Pedullà, Foglietti e faldoni, cit., p. 127.
[12] Andrea Inglese, Blaterare sagacemente: un itinerario attraverso il Faldone, cit., p. 258.
[13] Ibid.
[14] Marco Giovenale, recensione di Faldone zero-venti, cit., p. 36.
[15] Andrea Cortellessa, Un’opera-vita per parlare di tutto, «il manifesto», 29 novembre 2012, p. 11.
[16] Marco Giovenale, recensione di Faldone zero-venti, cit., p. 36.



