- Tra i libri usciti negli anni Duemila puoi indicarne 5 fondamentali per il tuo percorso?
Quelli di cui ricordo perfettamente il momento in cui ho finito di leggerli, per gli italiani: Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco; Umana gloria di Mario Benedetti; Necrologi di Nadia Agustoni; Historiae di Antonella Anedda; Mattoni per l’altare del fuoco di Alessandro Ceni.
Una menzione speciale meritano gli stranieri: Nox di Anne Carson; Three Poems di Hannah Sullivan; Obit di Victoria Chang; The Blue Clerk di Dionne Brand e On not Losing my Father’s Ashes in the Flood di Richard Harrison.
- Nella tua esperienza, il fatto di scrivere poesia si riflette nella vita quotidiana? Per chi scrivi poesia?
Non parlo mai del mio scrivere poesia a lavoro, né in famiglia, ma ho dedicato e dedico tuttora gran parte della mia vita alla letteratura, alla sua condivisione e diffusione, pertanto ne è inevitabilmente influenzata. Non scrivo per qualcuno, vorrei dire che scrivo per me o che scrivo per tutti, ma direi una mezza verità, è una cosa che avviene a basta, forse scrivo per il mio alter ego migliore, per chi vorrei essere.
- Senti di fare parte di una comunità poetica a cui aderisci? Com’è il tuo rapporto con altri poeti viventi e con chi ti legge?
Negli anni è cambiato. Oggi cerco una comunità ramificata, sparpagliata e forse disgregata, di poeti-amici: persone che stimo, da cui desidero una parola vera, persone cui voglio bene. Sono i miei primi e ultimi lettori: se ho il loro sostegno, sento di aver fatto molto del mio lavoro. Provo da tempo a favorire una condivisione orizzontale: è un volo meraviglioso, e spesso fallace, pindarico, ma necessario, anzitutto per me, per continuare a sperare.
- Senti di inserirti all’interno di una tradizione poetica italiana? Avverti una particolare vicinanza con tradizioni poetiche in altra lingua?
Non mi sembra facile oggi definire il concetto di tradizione poetica italiana. Direi di sì, penso a me come all’ultimo anello della catena: da qualche parte vengo, da qualche parte vorrei portare. Guardo con attenzione alla poesia nordamericana, molto a quella canadese, spesso trascurata, e di recente a quella sudamericana, in una vera primavera.
- Sapresti indicare una forma artistica e una disciplina scientifica, se ci sono, che influenzano più di altre il tuo processo di scrittura? In che modo entrano in poesia?
Nei libri che ho scritto ho trattato di neuroscienze, ma solo da amatore, senza conoscerle davvero e senza che ne sia stato profondamente influenzato. Tra le arti direi certamente la musica: ho iniziato a suonare prima di iniziare a scrivere e nel tempo è rimasta la mia fonte primaria di fruizione artistica, ascolto centinaia di album all’anno, ne scrivo e vado ai concerti, provo ancora a suonare, ma quello è un tasto dolente. Entra in poesia in quanto mi aiuta a comprenderne il tono, la temperatura, le sfumature, i ritmi e i tempi, è sempre una questione di tempo.
- Che rapporto hai con la metrica e la rima?
Brutto. Mi sono sempre sentito scemo a scrivere in una metrica tradizionale e in rima, ci ho provato e mi sento incapace, ne sono usciti solo versi brutti. Nel tempo i miei versi si sono allungati molto e ho dovuto fare i conti con il ritmo e le unità di tempo e di suono, come fossero dei moduli; a riguardo sono nate lunge e vivaci discussioni con il professor Stefano Colangelo, che da sempre è mio faro.
- Tra le nuove generazioni ci sono 3 poeti che ritieni particolarmente preminenti o a cui pensi sarebbe interessante porre queste domande?
I nati negli anni Novanta sono ancora una nuova generazione? Se sì, mi piacerebbe sentire i miei favoriti Gaia Giovagnoli, Matteo Tasca e Federica Defendenti. Se parliamo delle “nuove nuove”, i nati negli anni Zero, penso ai bravissimi Andrea Ragazzo e Beatrice Restelli, e una ’99, la neo-inquadernata Ilaria Crocchini.
0. Acer in fundo, se non vuoi dirci 3 poeti contemporanei che proprio non ti piacciono, puoi indicare uno o più testi del tutto distanti dal tuo modo di ‘sentire’ e ‘pensare’ la poesia?
Non mi piacciono i poeti violenti, quelli che hanno tirato fuori il peggio di me e che mi hanno portato spesso ad odiare la poesia. Insieme a questi, chi permette loro la violenza, in qualsiasi forma.
Una poesia che, piuttosto, mi fa ridere, di Vincenzo Consonni:
Qual è il peso di un bombo?
di un’ape?
di una farfalla?
Ogni fiore lo sa.
Ti chiediamo infine di proporci alcuni tuoi testi poetici.
da Amigdala (Aragno 2024)
Abbassa le luci, gradualmente, giorno dopo giorno, lei
se ne accorge, domanda, ma niente, lui nega, le chiede
se si sente bene, le dice che si sta preoccupando, giorno
dopo giorno, sempre più fioche le luci e lei che si ricordava
diversamente, i colori, quasi non vede più certi angoli,
ma oramai si inventa le cose, le immagina, finché non diventa
normale, addirittura, condivisibile, in questa notte
della mente c’è una foto, è mio padre da giovane, è in ginocchio e riceve
una benedizione, tutti sorridono, in un’altra c’è l’uomo che benediceva
circondato da sole donne e il resto degli uomini di lato, quasi non si vedono,
io bambino in braccio a mio padre, e tutti sorridono, poi una terza foto
e sono tra altre braccia, sorrido, durante la mia infanzia molte cose
colpite da fulmini, ma se nessuno li nega, alcuni fatti straordinari
possono sembrare normali, addirittura, condivisibili.
***
C’era la processione della vigilia, gli incappucciati, le caviglie incatenate e loro
in vetrina a rivestire manichini nudi, a mettere in ordine la vergogna, di stare là, a lavorare
ancora a quell’ora, lavorare per il troppo lavoro, prepararsi per il giorno dopo, la pasqua
e la pasquetta, i primi giorni di primavera, il boom economico, il paese e la montagna che vive
anche dei prati. Mai, mai si doveva parlare di cassa con gli altri, solo a casa, a porte chiuse, gli altri
si vantavano degli incassi, gli altri, ma noi no, mai, meglio evitare, farsi gli affari propri, la vergogna
di mostrarsi religiosi col lavoro, coi milioni, tre milioni e mezzo, undici, dodici milioni
a ferragosto, i soldi, che mio nonno contava tutta la notte sul tavolo grande nel semibuio
di case di campagna, luce fioca e falene, tanti soldi non li aveva mai visti in vita sua, e di padre
in figlio lo stesso pensiero quando il direttore lo conduce nel cavò e balle di soldi legate con lo spago,
in quattro o cinque a caricarle sul furgone che non sembravano più soldi e non avevano
abbastanza mani.
***
Volevano comprare immobili, negozi, intere palazzine,
il mercato era nuovo, emergente,
le politiche europee favorevoli,
il denaro che gira insieme all’aria fresca di liberalismo,
il porno, gli stranieri in città, e i miei
attraversano Bucarest con un furgone pieno di soldi.
***
Come in un incubo qualsiasi i soldi
cambiano continuamente forma
e una volta sono un dono di grazia e una, invece,
la lingua del demonio, lo sterco del diavolo.
*
Riccardo Frolloni nasce nel ’93 a Macerata. Laureato in Italianistica presso l’Università di Bologna, pubblica Corpo striato (Industria & Letteratura 2021; Premio PordenoneLegge – I Poeti di Vent’anni) e Amigdala (Nino Aragno Editore 2024, Premio Tirinnanzi 2025). Nel 2022 è stato ospite come autore al Festival Internacional de Poesia de Rosario (Argentina) e al progetto “L’italiano dei Poeti” presso l’Università di Vilnius (Lituania). Ha tradotto Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione di Richard Harrison (’roundmidnight edizioni 2018), Non praticare il cannibalismo, antologia dell’opera di Ron Padgett (Del Vecchio Editore 2021) ed è in corso di pubblicazione la traduzione di Three Poems di Hannah Sullivan per Crocetti Editore. È stato direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore e assistente. Dirige la collana di poesia giovane “Obtortocollo” per la casa editrice Industria & Letteratura. Scrive per la rivista musicale Impatto Sonoro e ha fondato l’associazione Lo Spazio Letterario. Insegna italiano e latino nei licei.