Cemal Süreya, “Tutte le canzoni di Istanbul”, a cura di Nicola Verderame.

Ironia, sensualità, libertà di plasmare la lingua: l’opera poetica di Cemal Süreya (1931-1990) ha segnato la poesia turca tra metà anni Cinquanta e metà anni Ottanta. Süreya è stato uno dei maestri del “Secondo Nuovo”, l’avanguardia modernista che ha rivoluzionato la poesia turca del secondo Novecento e che rispecchiava un paese in profonda trasformazione, nel quale la società dei consumi di stampo americano stava stravolgendo lo spazio urbano, generando nuove concezioni (e percezioni) dell’individuo. Nel corso di tre decenni, Süreya ha pubblicato sei raccolte di poesia, numerose raccolte di saggi, traduzioni dal francese e persino vignette. I suoi versi rivelano una grande capacità di forzare le barriere sintattiche e morfologiche, ma al contempo sanno trasmettere immagini di grande efficacia. Autore di culto, le sue poesie sono riprodotte su gadget di ogni tipo e spesso gli sono attribuiti versi che non ha mai scritto. Insomma, un vero e proprio classico moderno. Una raccolta di novantanove sue poesie è stata pubblicata in italiano da Bompiani nel 2025 con il titolo Tutte le canzoni di Istanbul, a cura di Nicola Verderame. Da questa raccolta sono tratti i testi qui riprodotti per gentile concessione delle case editrici Bompiani e Can Yayınları.

***

Dalla raccolta Üvercinka (“Üvercinka”), 1958

Önceleyin

Önce bir ellerin vardı yalnızlığımla benim aramda
Sonra birden kapılar açılıverdi ardına kadar
Şarabın yanısıra felekte bir Cumartesi
Gözlerin, onun ardından yüzün, dudakların
Sonra herşey çıkıp geldi.
Yeni çizilmiş gözlerinle namuslu, gerçek
Bir korkusuzluk aldı yürüdü çevremizde
Sen çıkardın utancını duvara astın
Ben aldım masanın üstüne koydum kuralları
Herşey işte böyle oldu önce

All’inizio

All’inizio erano le tue mani tra me e la mia solitudine
Poi di botto si spalancarono le porte
Insieme al vino, un sabato del fato,
I tuoi occhi, il viso, quindi le labbra
Poi tutto venne fuori.
Con i tuoi occhi appena disegnati, pura e reale
Un’aria intrepida ci ha avvolti
Ti sei sfilata il pudore di dosso e l’hai appeso al muro
Io ho preso le regole e le ho mollate sul tavolo
Ecco come tutto è giunto all’inizio

Şiir

Kadın kendini gösterdi usulcana
Çekingenlikle koşulu beyaz usulcana
Gittiler gözleri aşka yaşamaya yangın
Gidip gelenler oldu gitti geldiler.
Kadın saçlarını getirmedi uzakta tuttu
Umutsuzlukla dolu soyunuk uzakta
Düştüler karanlıkta aralık aralık
Düşüp ölenler oldu düştü öldüler.
Kadın gözlerini koydu ortaya
Bir mavi bir gökyüzü aldı çevrelerini
Sevdiler sonsuz bir maviyle alıngan
Sevip yaşayanlar oldu sevdi yaşadılar.

(1953)

Poesia

Morbidamente la donna si rivelò
Morbidamente e bianca e frenata dalla timidezza
I suoi occhi incendiati di vita e d’amore
Andarono e tornarono con chi andava e tornava.
La donna non portò i capelli li tenne lontani
Disperata e nuda nella lontananza
A tratti cadde nelle tenebre
Cadde e morì chi cadeva e moriva.
La donna rivelò i suoi occhi
Un azzurro un cielo avvolse ogni cosa
Amarono infiniti con un superbo azzurro
Amò e visse chi amava e viveva.

(1953)

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Dalla raccolta Uçurumda Açan (“Sbocciato sul precipizio”), 1984

Bu Bizimki

Yıkıcı bir aşk bu,
Yıkıyor milletin ortasına
Tutku yükünü.
Bölücü bir aşk,
Ekmeği suyu bölüyor
Günde üç öğün.
Hain bir aşk bu,
Sizin eve hırsız girer
Onunkine polis.
Yasadışı bir aşk,
Evlenmeyi
Hiç mi hiç düşünmüyor.
Soyguncu bir aşk bu,
En sıradan ezgilerden
Sevinçler devşiriyor.
Kökü dışarda bir aşk,
Dante ile Beatrice’inkine
Fena öykünüyor.
İşgalci bir aşk bu,
Samanlık sevişenin diyor.
Başka şey demiyor.

Questo nostro

È un amore distruttivo questo
Distrugge sotto gli occhi di tutti
Il fardello della passione.
È un amore divisivo
Divide il pane e l’acqua
In tre pasti al giorno.
È un amore traditore questo,
Il ladro penetra in casa vostra
Nella sua il poliziotto.
È un amore fuorilegge,
Di sposarsi
Non ci pensa proprio.
È un amore che fa razzie questo,
Alle melodie più banali
Strappa via la gioia.
È un amore con radici straniere
E muore dalla voglia di somigliare
A quello di Dante e Beatrice.
È un amore che invade, questo
Dice che il pagliaio è di chi ci fa l’amore.
Nient’altro.

***

Dalla raccolta Güz Bitigi (“Lettera d’autunno”), 1984

Gece bitkilerinden

Gece bitkilerinden korkuyorum,
Hayır, geceleri bitkilerden!
Gizlenirken vurulmuş ulaklara ağıttır
Bana açtığın her telefon.
İki kalp arasında en kısa yol:
Birbirine uzanmış ve zaman zaman
Ancak parmak uçlarıyla değebilen
İki kol.
An ki fıskiyesi sonsuzluğun
Keşke yalnız bunun için sevseydim seni.

Delle piante notturne

Ho paura,
Anzi no, di notte ho paura delle piante!
Ogni tua telefonata è un lamento
Per i messaggeri colpiti nei nascondigli.
La via più breve tra due cuori:
Due braccia
Tese l’una all’altra che ogni tanto
Si toccano solo per la punta delle dita.
L’attimo è la sorgente dell’infinito
T’avessi amata anche solo per questo.

***

Cemal Süreya (1931 – 1990) è stato un poeta e scrittore turco.
Si è laureato dalla facoltà di scienze politiche dell’Università di Ankara. Era il redattore capo della rivista letteraria Papirus. I poemi e gli articoli di Süreya sono stati pubblicati nelle riviste Yeditepe, Yazko, Pazar Postası, Yeni Ulus, Oluşum, Türkiye Yazıları, Politika, Aydınlık e Somut.

Nicola Verderame (1984) ha insegnato Lingua turca all’università del Salento e Filologia turca presso l’università “L’Orientale” di Napoli, dove si è laureato in Studi Islamici (2003-2008). Ha conseguito un Research Master in Turkish Studies all’università di Leiden (2011) e il PhD in Storia contemporanea alla Freie Universitaet Berlin (2018). Ha tradotto opere di narrativa dal turco per le case editrici nottetempo, E/O, Feltrinelli, Mondadori, Carbonio, e numerose traduzioni da poeti turchi viventi per le riviste Atelier, Testo a fronte, Poeti e Poesia. Nel 2016 ha curato e tradotto la raccolta di Tuğrul Tanyol Il vino dei giorni a venire – Poesie scelte 1971-2016 (Ladolfi ed.), insignita del Premio Benno Geiger 2017 e del Premio Nazionale di Traduzione del Ministero dei beni e delle attività culturali nel 2018. Nel 2020 ha pubblicato la raccolta di Haydar Ergülen La casa nella melagrana – Poesie scelte 1982-2018, prefazione di Milo de Angelis, Premio Ciampi, Valigie Rosse Edizioni.
Attualmente cura la sezione “Versi” della rivista online Kaleydoskop – Turchia, cultura e società e il blog Defter – Poesia turca contemporanea.




Álvaro Salvador, “Ora, ancora”, tradotto da Luigi Sepe Cicala

Alvaro Salvador Luigi Sepe Cicala

La poesia, l’unica vera patria di Álvaro Salvador

Attesa da tempo, esce ora, nella bella versione italiana di Luigi Sepe Cicala, una corposa antologia bilingue dal titolo Ora, ancora, e riunisce le migliori liriche di Álvaro Salvador, fondatore insieme a Luis García Montero e Javier Egea del movimento poetico chiamato La otra sentimentalidad.

[…]

Si tratta di una copiosa produzione che abbraccia undici libri, in cui entra anche il motivo della musica, come accade nella raccolta Suona una musica (2008) e La canzone dell’outsider (2009). La presenza dell’elemento musicale nella poesia di Álvaro Salvador avrebbe bisogno di uno spazio particolare per meglio comprendere la sua importanza, non solo perché eleva a canto la parola poetica, ma perché attenua certi bruschi scatti o passaggi della scrittura dovuti alla spinta eversiva dell’indignazione e della protesta.

Dobbiamo però dire che, rispetto all’esperienza rappresentata dai protagonisti della così detta “poesia dell’esperienza”, che hanno percorso strade diverse e molte volte soggettive, la produzione di Álvaro Salvador mostra una maggiore incisività, all’inizio segnata dall’ideologia marxista, in tempi in cui la Spagna viveva sotto la dittatura di Franco mentre si apriva all’ingresso del capitalismo occidentale. In effetti fino all’anno 2000 (l’autore è nato nel 1950), l’impegno mostrato nella sua opera comprende la richiesta di rinnovamento sociale che contempla la vita come la poesia. A partire dal nuovo millennio invece la protesta occupa sempre più spazi introspettivi, quando non tende all’interrogazione, al tono diretto e confessionale o addita e censura i responsabili dell’arretramento culturale che vive il Paese e, soprattutto, la città di Granada.

La critica non ha attenuato i toni precedenti, ma ha cambiato la direzione e il destinatario del messaggio, che è lo stesso poeta che si osserva e rifiuta le parole di un tempo che cercavano la bellezza mentre ora scavano nella propria solitudine. Ciò che invece non è mutato e semmai ha acquisito un accento più intimo – stavo per dire più autentico – è la denuncia esplicita di una profonda disillusione e amarezza che vive e angoscia il poeta. Tale concezione sembra aver superato ogni certezza e dà alla poesia di Álvaro Salvador un senso di amara confessione che non è ripiegamento, ma scavo interiore che rifugge da ogni inganno precedente. È la ricerca di una verità mai raggiunta, che la nuova poesia dell’autore granadino insegue mostrando una straordinaria forza lirica tutta racchiusa all’interno di sé stesso, che ha scoperto l’inganno delle parole “apparentemente magiche, in realtà truccate”.

Gabriele Morelli

***

de Las cortezas del fruto (1973-1979)

HOY COMO AYER

A Marga

Hoy como ayer nos vamos a la cama.
Los rostros otros, el cuerpo habituado
más maduro, inútil de saberse formalmente.

Todo transcurre bien.
Yo sé de tu tardanza y de los juegos,
tú de la rapidez y mi torpeza.
Los dos nos aplicamos el contacto
como sabía pareja de animales fecundos
que conocen la muerte
y la meditan…
Los rincones ocultos,
los suaves resortes permanecen
en su dulce lugar, siempre a la espera
de la repetición, del hábito, del rito
de la civilizada suerte que los halle
más allá del bien y del mal.

Todo transcurre bien
cuando el placer como un disparo exacto
nos alcanza.
Y el abrazo
vencido atrás quedó
como testigo mudo
de la perfecta técnica empleada.

Nada es igual que ayer
(tú bien lo sabes).
Así será la vida que nos queda
una templada cópula sin dolor y sin miedo,
quizás…
sin alegría.

OGGI COME IERI

A Marga

Oggi come ieri andiamo a letto.
I volti diversi, il corpo abituato
più vecchio, inutile conoscersi in teoria.

Tutto procede bene.
Io so dei giochi e della tua lentezza,
tu della mia rapidità e della goffaggine.
Entrambi ci adoperiamo al contatto
come savia coppia di animali fecondi
che conoscono la morte
e la meditano…
Gli angoli appartati,
le morbide molle che restano
nel loro dolce luogo, sempre in attesa
della ripetizione, dell’abitudine, del rito
del destino civilizzato che le ritrova
al di là del bene e del male.

Tutto procede bene
quando il piacere come uno sparo puntuale
ci raggiunge.
E l’abbraccio
vinto resta indietro
testimone muto
della perfetta tecnica impiegata.

Niente è come ieri
(lo sai bene tu).
Così sarà dunque la vita che ci resta
un mite piacere senza dolore e senza paura,
forse…
senza allegria.

*

de Diario de Firenze (1979-1981)

GACELA DEL JOVEN IGNORANTE

Yo no sé nada del Amor,
tan sólo puedo hablaros de mi amada.

Sus ojos son oscuros,
tan oscuros…
que ni siquiera en ellos se detiene
el temblor de la noche.
Su pecho es inocente como un niño,
y su cadera
es el tibio camino que conduce
al jardín de todos mis placeres.
Hay en su boca una promesa herida:
la sazón de la fruta en primavera.

Del Amor nada sé, sólo conozco
el cuerpo de mi amada.

GHAZAL DEL GIOVANE IGNORANTE

Non so nulla dell’Amore,
posso solo parlarvi di colei che amo.

I suoi occhi sono neri,
tanto neri…
che su di loro nemmeno si posa
il tremore della notte.
Il suo petto innocente è quello di un bambino,
e i suoi fianchi
il tiepido tragitto che conduce
al giardino di tutti i miei piaceri.
C’è nella sua bocca una promessa disattesa:
quella della frutta acerba in primavera.

Dell’Amore non so nulla, solo conosco
il corpo di colei che amo.

*

De Fumando con mis muertos (2008-2014)

JUBILEO

Para pedir la fuerza de poder vivir

sin belleza, sin fuerza y sin deseo.

JAIME JIL DE BIEDMA

Una casa modesta
a la orilla del mar,
una ventana al sol
clemente del ocaso.
Un camino entre árboles,
un bar quizá, pequeño,
un cine de verano.
Un buen libro
−de otro−,
un vino gran reserva
y una buena mujer.

Y a esperar con paciencia
−y con paz−
que este sol tan templado y clemente
se despida una tarde sin viento
para no volver más.

GIUBILEO

Chiedendo la forza di poter vivere

senza bellezza, senza forza e senza desiderio.

JAIME GIL DE BIEDMA

Una casa modesta
in riva al mare,
una finestra al sole
clemente del tramonto.
Un sentiero fra gli alberi
un bar magari, piccolo,
un cinema all’aperto.
Un buon libro
– di un altro –,
un vino gran riserva
e una buona compagna.

E aspettare con pazienza
– e con pace –
che questo sole così tiepido e clemente
s’accommiati un pomeriggio senza vento
per non tornare più.

*** 

Álvaro Salvador (Granada, 1950) è professore emerito di Letteratura spagnola e ispano-americana presso l’Università di Granada. All’inizio degli anni Ottanta, assieme a Luis García Montero e Javier Egea, Salvador fondò il movimento poetico de La otra sentimentalidad, poi confluito nella poesía de la experiencia. Attraverso quel movimento, e dopo la drammatica esperienza della dittatura, i tre poeti si proposero di riformare la Spagna con una nuova poesia sociale che inaugurasse un nuovo modo di sentire: antimachista, antiborghese e solidale con i più umili. Dopo l’avventura de La otra sentimentalidad, Salvador ha continuato la sua attività poetica pubblicando numerosi libri, fra cui ricordiamo: Las cortezas del fruto (1980), Tristia (1982, in collaborazione con García Montero), El agua de noviembre (1985), La condición del personaje (1992), Ahora, todavía (2001), La canción del outsider (2009, Premio Generación del 27), Fumando con mis muertos (2015) e Un cielo sin salida (2020).

Luigi Sepe Cicala è nato a Napoli nel 1988. Dopo la laurea in filosofia ha iniziato a lavorare come docente di storia e filosofia nelle scuole. Al lavoro di docente, affianca l’attività di traduttore e scrittore. Nel 2021 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, dal titolo Dieci estati, per Transeuropa Edizioni.




Jericho Brown – Inaugural, Work, Say Thank You Say I’m Sorry

Jericho Brown

Jericho Brown nel 2020 viene insignito del Premio Pulitzer Poesia per la raccolta The Tradition (Copper Canion Press). I testi che qui proponiamo sono successivi a quell’opera e dimostrano un evidente cambio di rotta formale rispetto a quanto li precede.
Se nella serie Duplex (dal sottoscritto tradotti e pubblicati su questa stessa rubrica nel 2023 https://www.mediumpoesia.com/jericho-brown-duplex/) la brevità del periodo così come la forma spezzata ed interrotta dei versi, o di parti di essi, erano in qualche maniera mitigate dai continui rimandi intratestuali tra parti e scene, nei testi che ora vi proponiamo, in particolare nel primo Inaugural, dedicato all’insediamento alla Casa Bianca del presidente Biden e della Vice Presidente Harris, questa forma viene portata all’estremo costruendo un testo dove anche l’unità tematica viene messa alla prova con l’intento di rendere il discorso il più asettico, freddo e distaccato e conseguentemente, paradossalmente, oggettivo. Non c’è più un punto di vista, c’è solo una raccolta, una elencazione di fatti, di dati, di eventi, una pornografia della storia e degli oggetti priva di qualunque artificiosa emozione. Se il testo di Amanda Gorman, letto in diretta televisiva di fronte a miliardi di persone collegate da tutto il mondo, è ricolmo di speranza per il futuro dove quanto è “gone wrong” viene in qualche maniera medicato dalla speranza, da quel “never again” che apre una porta verso il futuro, molto più amara è la lezione che sembra  “non volontariamente” impartirci Jericho Bown. E per poter imparare non si deve fare sconto alcuno alla storia americana recente, anche riappropriandosi di quanto invece accaduto in un passato meno recente, soprattutto nel campo della lotta ai tanti diritti civili, come il diritto ad una sana politica carceraria, il diritto a non sentirsi in balia di un sistema di repressione perpetrato dalla violenza delle forze dell’ordine, soprattutto verso le minoranze ed i più deboli, così come il diritto alla salute e all’accesso al bene comune tutto, tanto per elencarne alcuni.
Ma sarei ingiusto e nel torto se dicessi che non c’è speranza alcuna nel testo di Brown. Non vuole essere ingenuo, non vuole farsi illusioni, ma la strada la vede chiara e puntare il dito contro tutto ciò che “non va” è l’unico modo per dare risposte, perché

[…] siamo  comunque arrivati qui, dove ciò in cui crediamo
Incontra ciò che deve essere fatto. […].

***

Inaugural

We were told that it is dangerous to touch
And yet we journeyed here, where what we believe
Meets what must be done. You want to see, in spite
Of my mask, my face. We imagine, in time

Of disease, our grandmothers
Whole. We imagine an impossible
America and call one another
A fool for doing so. Can’t you feel it? The trouble

With me is I’m just like you. I don’t want
To be hopeful if it means I’ve got to be
Naive. I’ve bent so low in my hunger,
My hair’s already been in the soup,

And when I speak it’s from beneath my self-
Imposed halo. You’ll forgive me if you can
Forgive yourself. I forgive you as you build
A museum of weapons we soon visit

To never forget what we once were. I forgive us
Our debts. We were told to wake up grateful,
So we try to fall asleep that way. Where, then,
Shall we put our pains when we want rest?

I don’t carry a knife, but I understand
The desperation of those who do,
Which is why I am recounting the facts
As calmly as I can. The year is new,

And we mean to use our imaginations.
One of us wants to raise George Stinney
From the dead. One of us wants a small vial
Of the sweat left on Sylvia Rivera’s

Headband. Some want to be the music made
Magical by Bill Withers’s stutter.
Others arrive with maps, magnifying
Glasses, and graphite pencils to find

Locations beside the mind where we are not
Patrolled or surveilled or corralled or chained.
I, myself, have come to reclaim the teeth
In George Washington’s mouth and plant them

In the backyards of big houses that are not
In my name. My cousins want to share
A single bale of the cotton our mothers
Picked as children. I would love to live

In a country that lets me grow old.
We are otherwise
Easily satisfied. Where do we get
Tangerines for cheap? Can we make it

There on the Metro? How hot is the fire
Fairy blister of chocolate chipotle sauce,
And will you judge me if I taste it? Today,
We’ve put our hunger down for the time it takes

To come and reconcile ourselves to the land
Because it is holy, to the water
Because it swallowed our ancestors,
To the air because we are dumb enough

To decide on something as difficult
As love. If no one’s punishment leads to
Salvation, accountability must be
What waits to mend and move nations.

That’s for us to prove. That’s the deed
To witness. That’s the single item on the agenda
Read in Braille or by eye, ink drying like blood
Spilled this American hour of our lives.

 

Discorso Inaugurale

Ci hanno detto che stare assieme era pericoloso
E siamo comunque arrivati qui, dove ciò in cui crediamo
Incontra ciò che deve essere fatto. Volete vedere, nonostante
la mia maschera, il mio volto. Noi sogniamo, in tempo

Di malattia, le nostre nonne
Come in salute. Noi sogniamo un’America
Impossibile e ci diamo l’un l’altro
Del pazzo per questo. Non lo sentite? Il problema

Con me è che sono proprio come voi. Non voglio
Farmi illusioni se questo vuole dire essere
Ingenui. A tal punto mi sono piegato per la fame,
Che i capelli già stanno nella zuppa.

E quando parlo è da sotto l’aureola che da solo
Mi sono messo. Perdonerete me se potrete
Perdonare voi stessi. Io vi perdono quando costruite
Un museo di armi che presto visitiamo

Per non dimenticare più cosa non siamo più. Rimetto a noi
I nostri debiti. Ci è stato detto di svegliarci riconoscenti,
E in quel modo cerchiamo di addormentarci. Dove, quindi,
Dovremo riporre le nostre pene quando vogliamo riposo?

Io non vado in giro con un coltello, ma capisco
La disperazione di coloro che lo fanno,
Ed è per questo che riporto i fatti
Con tutta la calma che ho. L’anno è nuovo

E intendiamo usare la nostra immaginazione.
Tra noi c’è chi vuole riportare in vita George
Stinney. Tra noi c’è chi vuole un po’
Del sudore della bandana di Sylvia

Rivera. Alcuni vogliono essere quella musica
Resa magica dal balbettio di Bill Withers.
Altri arrivano con delle mappe, con lenti di
ingrandimento, e matite per trovare

Luoghi oltre alla mente dove non siamo
Controllati o sorvegliati o rinchiusi o incatenati.
Io, di per me, sono venuto a reclamare i denti
Nella bocca di George Washington per piantarli

Nei giardini di grandi case che non sono
A nome mio. I miei fratelli non vogliono
condividere nulla del cotone che le nostre madri
raccolsero da bambine. Vorrei tanto vivere

In un paese che mi permetta di invecchiare.
Siamo d’altronde
Soddisfatti con poco. Dove li troviamo
Mandarini a poco? Possiamo arrivarci

Con la Metro? Quanto è piccante la salsa
Chipotle al cioccolato della Fata di fuoco,
E mi giudicherete se l’assaggio? Oggi, abbiamo
Messo da parte la fame per il tempo che ci vorrà

A riunirci e a riconciliarci con la terra
Perché è sacra, con l’acqua
Perché divorò i nostri avi,
Con l’aria, perché siamo stupidi abbastanza

Da esprimerci chiaramente su una cosa così difficile
Come l’amore. Se non punire alcuno porta alla
Salvezza, la responsabilità deve essere
Ciò che serve a migliorare e a spronare le nazioni.

Sta a noi dimostrarlo. È questo il progetto
Da sottoscrivere. Questo è l’unico punto all’ordine del giorno
Letto in Braille o con gli occhi, l’inchiostro si asciuga come il sangue
versato in questo tempo americano della nostra vita.

from The New York Times Magazine – 20 gennaio 2021, in occasione della cerimonia di insediamento del presidente Biden e della vice presidente Kamala Harris.

 *

Work

The men come in every color of black
From the fields of the South
To the mills in the North
And the women too
Some on their feet ready to hoe
Some flat on their backs
One lying facedown
With the train we can trust
In earshot but too far to catch
Very few of us seated
Each so different
You can’t tell us apart
The way the skin on my hands
Is not the skin on my face
My face won’t get a callus
My hands never had a whitehead
But it’s all my body
My body of work is proof
Of color everywhere
I can show you
Just how black everything is
If you let me
If you pay me
If you give me time
To cut
The way a life can be cut into
It’s roosters and whistles and sundowns
And other signals to get up
And go to work
Or to rest a little
My family made a little money
And I was so light
A few of the women called me
Shine
I had an eye
For where I wasn’t like the people
I pulled and pasted together
Where wasn’t I like the people I pasted
Back when Jim Crow touched the black side
Of all the light in the world
First time I came to Atlanta
I couldn’t walk through one door
Of the High Museum
Wasn’t allowed
But baby I’m old
Enough to know
What New Negro means
Let a Negro show you
Let me do my thing
I want to go to work
I want to make me
Out of us
Turn on the sun
Get me some scissors

 

Lavoro

Gli uomini in tutti i toni del nero vengono
Dai campi del Sud
Alle fabbriche del Nord
E le donne anche
Alcune a piedi pronte per i campi
Alcune giù sulla schiena
Una che giace a faccia in giù
Nelle orecchie il fischio del treno in cui
Speriamo – troppo lontano da prendere
Solo pochi di noi seduti
Ognuno così diverso
Impossibile distinguerci
Come la pelle delle mie mani
Non è quella sulla mia faccia
La mi faccia non avrà mai calli
Le mie mani non hanno mai avuto brufoli
Ma è tutto il mio corpo
Il mio sudore è ovunque
Prova del colore
Vi posso mostrare
Quanto tutto sia nero
Se me lo permettete
Se mi pagate
Se mi darete tempo
Per distruggere
Come una vita può essere tagliata
Come galli e fischi e tramonti
Ed altri segnali per alzarsi
E andare al lavoro
O riposarsi un po’
La mia famiglia guadagnava poco
E io ero così leggero
Alcune donne mi chiamavano
Splendore
Avevo occhio io
Per dove non ero come le persone
che ho copiato e incollato insieme
Dove non ero io come la gente che ho messo insieme
Al tempo in cui Jim Crow toccò il lato nero
Di tutta la luce del mondo
La prima volta che venni ad Atlanta
Non potevo attraversare una porta
Del Museo High
Non mi era permesso
Ma baby sono vecchio
Abbastanza da sapere
Cosa New Negro voglia dire
Lascia che un Negro te lo mostri
Lasciami fare le mie cose
Voglio andare al lavoro
Voglio costruire me stesso
A partire da noi
Accendi il sole
Passami le forbici

from The Art Section – Online Journal of Art and Cultural Commentary

*

Say Thank You Say Im Sorry

I don’t know whose side you’re on,
But I am here for the people
Who work in grocery stores that glow in the morning
And close down for deep cleaning at night
Right up the street and in cities I mispronounce,
In towns too tiny for my big black
Car to quit, and in every wide corner
Of Kansas where going to school means
At least one field trip
To a slaughterhouse. I want so little: another leather bound
Book, a gimlet with a lavender gin, bread
So good when I taste it I can tell you
How it’s made. I’d like us to rethink
What it is to be a nation. I’m in a mood about America
Today. I have PTSD
About the Lord. God save the people who work
In grocery stores. They know a bit of glamour
Is a lot of glamour. They know how much
It costs for the eldest of us to eat. Save
My loves and not my sentences. Before I see them,
I draw a mole near my left dimple,
Behind my mask. I grin or lie or maybe
I wear the mouth of a beast. I eat wild animals
While some of us grow up knowing
What gnocchi is. The people who work at the grocery don’t care.
They say, Thank you. They say, Sorry,
We don’t sell motor oil anymore with a grief so thick
You could touch it. Go on. Touch it.
It is early. It is late. They have washed their hands.
They have washed their hands for you.
And they take the bus home.

 

Dire Grazie Dire Mi dispiace

Non so da quale parte stai,
Io sono qui per coloro
Che lavorano negli alimentari luccicanti al mattino
E chiudono per le pulizie di notte
Dietro l’angolo ed in città che non so dire,
In città troppo piccole perché la mia grande nera
Auto possa andarsene, e in ogni angolo
Del Kansas dove andare a scuola vuole dire
Almeno una gita scolastica
Al mattatoio. Voglio così poco: un altro libro rilegato
in pelle, un gimlet con un gin alla lavanda, del pane
Così buono che quando lo assaggio possa dirti
Come è fatto. Vorrei che ripensassimo
Cosa significa essere una nazione. Sono in vena di parlare dell’America
Oggi. Ho un PTSD
Causato dal Signore. Dio salvi le persone che lavorano
Nei negozi alimentari sanno che un po’ di incanto
è tanto incanto. Sanno quanto
costa mangiare per quelli più vecchi tra noi. Salvi
I miei amori, non le mie frasi. Prima di vederli,
disegno un neo vicino alla mia fossetta sinistra,
dietro la mia maschera. Sorrido o mento o forse
Ho la bocca di una bestia. Mangio animali selvatici
Mentre alcuni di noi crescono sapendo
cosa sono gli gnocchi. Alla gente che lavora negli alimentari non importa.
Dicono Grazie. Dicono Mi dispiace,
Non vendiamo più olio motore, con una pena tale
Che si potrebbe toccare. Fate pure. Toccate.
È presto. È tardi. Si sono lavati le mani.
Si sono lavati le mani per voi.
E prendono il bus verso casa.

from The New York Times Books Review 21 giugno 2020.

***

Testi riprodotti e tradotti su permesso dell’autore Jericho Brown, permesso concesso in data 26 ottobre 2023.

Alessandro Brusa, “Sponde” – Jericho Brown, Duplex




Anteprima / Forugh Farrokhzad, “Io parlo dai confini della notte”

forugh farrokhzad

Io mi chiedo sempre per quale motivo la musica della mia poesia risulti così estranea alle vostre orecchie. Perché sono tanti quelli che non possono digerirla agevolmente? Forse perché mi accusano di contribuire con i miei versi alla diffusione di dissolutezza e corruzione? Forse a una donna non è permesso di comunicare in poesia la verità del proprio sentire rispetto a qualsiasi oggetto di desiderio? Se io mi limitassi a scrivere una poesia che descrive il corpo, gli occhi e le fattezze del viso di un’altra donna e non di un uomo, esprimerei forse il mio vero sentimento? Versi del genere potrebbero infine attrarre i miei lettori? In occidente è ormai una questione obsoleta, ma qui in Iran tutto questo suscita ancora stupore e avversione.

Con queste parole, nella postilla a Prigioniera, del 1955, l’allora ventenne Forugh Farrokhzad difendeva il contenuto erotico della propria poesia in un Iran che ancora non sapeva come accogliere la novità sovversiva di uno sguardo poetico femminile che osasse posarsi apertamente sul corpo di un uomo. Nove anni dopo, la poetessa apriva con i versi seguenti il canto conclusivo di una delle più straordinarie raccolte poetiche del Novecento, Una rinascita (1964), opera totale che trascende l’identità di genere e la separazione tra i tempi della vita e il tempo del ritmo poetico. Ritmo che ripete se stesso oltre la scomparsa di chi scrive e di chi legge: “Il mio intero essere è un versetto oscuro / che nel ripeterti al suo interno / ti condurrà all’alba di eterne crescite e fioriture. / Io ti sospiro in questo verso, ah / in questo verso ti unisco all’albero, / ti unisco all’acqua, ti unisco al fuoco.”
[…]
Il successo di cui gode oggi il ricordo di Forugh Farrokhzad sia in Iran (nonostante la censura) che in altri paesi di espressione persiana (Afghanistan, Tajikistan, Uzbekistan), accompagnato dalla complessa ricezione delle sue opere, rende difficile riassumere nello spazio di un’introduzione l’eccezionalità della sua voce nel panorama della poesia iraniana del Novecento. Morta nel 1967 a trentadue anni in un incidente d’auto, Farrokhzad continua a esercitare la sua influenza letteraria ben oltre i confini della lingua persiana. Scrittrice, ma anche documentarista, produttrice cinematografica e attrice, Farrokhzad ha fatto della poesia la sua principale risorsa vitale e della propria esperienza di vita la sua unica realtà poetica in un contesto letterario dominato dal patriarcato di formalismi statici. Con la sua opera, infatti, inaugura negli anni Cinquanta l’ingresso iraniano nella modernità lirica. E si tratta, questa, di una modernità che nell’odierna Repubblica Islamica dell’Iran ha mostrato tutta la portata dei suoi risvolti socio-politici soltanto un anno fa, nel corso delle manifestazioni di matrice femminista legate all’assassinio di Mahsa Amini, che hanno messo in luce la povertà ideologica di un regime teocentrico e inattuale.

Domenico Ingenito

***

IL SOGNO, da Prigioniera

Siamo rimasti io e questo freddo stare soli
ricordi di un lontanissimo passato
memoria di un amore che portò via con sé
pena e amarezza a spegnersi
nel cuore di una tomba.

Una mano incantatrice accese una candela
sulle rovine della mia speranza,
dal ventre della fossa
un morto saldò ai miei occhi
i suoi occhi infuocati.

Gemendo e piangendo mi dissi che è lui,
il suo sguardo versava in me terrore;
un sorriso attraversò le sue labbra:
“Mi conosci, tu, dissoluta?”

Il mio cuore tremò nell’estremo lacerarsi
povera me, che pazza che ero
povera me, io lo avevo ammazzato
ah, quanto estranei noi due!

Lui mi concesse il suo cuore, ma cosa
ottenne dall’amarmi se non sofferenza?
Con l’orgoglio che mi accecava gli occhi
gli camminai sopra il cuore.

Gli donai solo angoscia e sofferenza
lo sotterrai nel nerissimo suolo,
povera me, o mio Dio, mio Dio
lo trascinai all’abbraccio della tomba.

Un urlo s’insinuò nel silenzio delle labbra
la fiamma della candela tremò inebriata
i miei occhi dal cuore delle tenebre
videro una lacrima in quegli occhi.

Corsi da lui come bimba penitente
per spargermi ai suoi piedi in lacrime
supplicando che “ero pazza, pazza,
potrai avere pietà di me?”

La mia gonna rovesciò le candele
gli occhi affondarono nel buio
gli scongiurai di non andare via
ma partì, andò via, senza fiatare.

Povera me, ero pazza, pazza,
lo sotterrai nel nerissimo suolo
povera ma, io lo avevo ammazzato
trascinandolo all’abbraccio della tomba.

Tehran, luglio / agosto 1954

*

LEGAME SPEZZATO, da Il muro

C’era un fuoco: si estingueva
e una catena: si slacciava,
quando il cuore da te si liberava
si rompeva la coppa magica del tormento.

Ero venuta per aggrapparmi a te
ma ti vidi ramo senza foglie
e sul volto delle mie speranze
eri il sorriso della morte.

E quanto mi è dolce,
amore intriso di bisogno,
calpestare la lastra
della tua tomba.

E quanto mi è dolce
chiudere a te gli occhi, o bacio
bruciante di morte.

Ah, quanto è dolce separarmi da te
e lanciarmi nelle braccia di un altro,
slacciare sul suo petto il peso del dolore
e il paradiso è qui, lo giuro,
il margine dei campi, i riflessi delle nuvole.

Farai bene a non pensare a me
o al dolore che mi spacca dentro
perché io non troverò mai sollievo
e nessuna fiamma mi accende.

*

LA RIBELLIONE DI DIO, da Ribellione

Questo poemetto in realtà è il frutto del mio primissimo tentativo di composizione della raccolta Ribellione e forse sarebbe dovuto apparire in quel contesto. A ogni modo, dal momento che è trascorso un lungo lasso di tempo tra la nascita dei due poemi, per me questo frammento è dotato di una personalità differente, e per questo motivo ho deciso di pubblicarlo come testo a sé stante in questa raccolta.

Se io fossi Dio urlerei una notte agli angeli
ché scaglino la moneta del sole nel crogiolo del buio.
E con ira ordinerei ai servi del giardino del mondo
di strappare la foglia gialla della luna dal ramo delle notti.

Dalla corte dei miei arcangeli e tra i suoi veli
distruggerei l’intero mondo con la furia del mio pugno.
Dopo millenni di silenzio le mie mani stanche
affonderebbero montagne nelle bocche spalancate degli oceani.

Scatenerei milioni d’astri sfavillanti,
e del fuoco spargerei il sangue nelle vene silenziose dei boschi.

Strapperei la cortina di fumo,
perché inebriata danzi la ragazza del fuoco
nell’abbraccio delle foreste e nell’urlo del vento.

Soffierei nel flauto un vento notturno d’incanto,
perché si levino dal letto dei ruscelli serpenti assetati
stanchi di strisciare per una vita intera sopra un umido petto,
per sprofondare nella palude oscura del cielo.

Con grazia direi ai venti di far scorrere sui fiumi di febbre
il profumo di fiori rossi come battello ebbro.
Spalancherei le tombe, per far ritornare
migliaia di spiriti erranti alla fortezza segreta dei corpi.

Se fossi Dio urlerei una notte agli angeli
ché facciano ribollire l’acqua celestiale nella fucina
dell’inferno, e con fiamme ardenti tra le mani
scaccino il gregge degli incorruttibili
dai pascoli peccaminosi dell’Eden.

Stanca dell’ascesi divina, a mezzanotte,
nel letto di Satana, stanca dell’ascesi divina
cercherei riparo nella tentazione di un nuovo errore.
Al prezzo della corona dorata del Signore dei Mondi
sceglierei un piacere nero e doloroso
nell’abbraccio del peccato.

2 settembre 1956, Roma

*

FUGACEMENTE, da Una rinascita

Per quanto ancora si dovrà vagare
ogni volta di terra in terra?
Io non posso, non posso cercare
a ogni istante un altro amore, un altro amico.
Magari fossimo quelle due rondini
in viaggio per l’intera vita
di primavera in primavera.
Sospiro per le macerie scure che da tempo
ormai sembrano crollarmi addosso
da nuvole pesantissime.
Quando mi mescolo ai tuoi baci
penso al profumo che veloce
si estingue sulle mie labbra.

Il tormento del mio amare
è così intriso di terrore della fine
che quando io ti guardo la mia vita intera vacilla:
è come se guardassi dalla finestra
il mio albero solitario rigoglioso di foglie
nell’ingiallire febbrile dell’autunno.
È come se guardassi un’immagine
nello specchio confuso delle acque correnti.

Giorno e notte
giorno e notte
giorno e notte

lascia
che io dimentichi.

Ma cosa sei tu se non un istante, un istante che
mi spalanca gli occhi
nella voragine cieca della coscienza?

Allora lascia
che io dimentichi.

*

IL DONO, da Una rinascita

Io parlo dai confini della notte
dal termine del buio
e parlo
dei confini della notte.

Se vieni a casa mia, caro, portami un lume
e uno spiraglio da cui poi guardare
la folla nel vicolo felice.

 

Si segnalano a dicembre 2023 le seguenti presentazioni del libro:

6 dicembre, Roma: libreria Panisperna 220, ore 19, con Giuseppe Cederna e Camilla Miglio;
7 dicembre, Roma: La Sapienza, ore 14;
11 dicembre, Milano: Libreria Alaska, con Tommaso Di Dio, ore 19;
13 dicembre, Venezia: Ca’ Foscari;
18 dicembre, Firenze: Libreria Brac, con Rosaria Lo Russo;
19 dicembre, Napoli: Libreria Ubik – Biblioteca Nazionale.

 

 




Estratti da “Queer Negro Blues” di Langstone Hughes

“La visione di Hughes era quella della sperimentazione modernista: una scrittura spontanea e frutto di improvvisazione ma anche attenta e realizzata con cura, ruvida e cacofonica a tratti, concentrata sul rifiuto dei valori della middle-class così come impegnata nella promozione di una profonda libertà intellettuale ed emotiva. La poesia che scaturisce da tutto questo riflette la moderna cultura popolare nera delle città, risultando modernista al di là di qualunque codificazione e successiva canonizzazione alla Eliot & Pound […]”

Alessandro Brusa

*

Cabaret

Piange mai una jazz-band?
Le jazz-band sono allegre si dice.
Mentre rozzi ballerini volteggiano
E la notte si brucia di pece,
Si dice che abbia sentito la band sospirare
Quando un’alba, accennata, grigia si fece.

*

Fantasia in Viola

Fate rullare i tamburi in tragedia per me
Fate rullare i tamburi in tragedia e morte.
Lasciate che il coro canti una musica furiosa
A soffocare il respiro che la fine è alle porte.

Fate rullare i tamburi in tragedia per me,
Bianchi violini e la nota sottile che mi è guado,
Ma squillate una nota di tromba che sia luminosa
E che venga con me
                   nell’oscurità
                                 dove me ne vado.

*

Tramonto Caraibico

Dio ha avuto un’emorragia,
Il sangue sputato giù dal cielo,
A sporcare di rosso il mare scuro,
È questo il tramonto ai Caraibi.

*

Notte d’estate

I rumori
Della notte ad Harlem
Si fanno l’uno dopo l’altro quiete
L’ultima pianola si spegne.
L’ultimo grammofono chiude con
“Jazz Boy Blues”.
L’ultimo bambino in lacrime dorme
E la notte si fa
Immobile come un palpito leggero.
Mi rigiro
Senza pace nell’oscurità,
Esausto com’è esausta la notte,
La mia anima
Vuota come il silenzio,
Vuota e con un’imprecisa,
dolorosa voragine,
Che brama,
Che ha bisogno di qualcuno,
Di qualcosa.

Vado a zonzo senza pace,
Nell’oscurità
Fino a che un’alba nuova,
Pallida ed esangue,
Scende come una nebbia biancastra
Nel cortile.

*

La Canzone Del Sole

Il sole e la dolcezza,
Il sole e la sconfitta ostinazione della terra,
Il sole e il canto di tutte le stelle-sole
Radunate assieme:
A voi scure stelle dell’Africa
Porto le mie canzoni
Da cantare sulle strade della Georgia.




Jericho Brown – Duplex

Jericho Brown

Jericho Brown, classe 1976, è autore di tre raccolte di poesie: Please (2008), The New Testament (2014) e The Tradition (2019), opera vincitrice del Premio Pulitzer per la poesia. Alcuni dei suoi testi sono comparsi per la prima volta in Italia su Nazione Indiana, grazie all’interessamento del sottoscritto.
Altri testi da The Tradition sono usciti su Nuovi Argomenti a cura di Antonella Francini, che ha poi curato la traduzione completa, uscita per Donzelli.
All’interno di The Tradition troviamo cinque testi Duplex, che, sebbene distribuiti tra le varie sezioni, costituiscono un insieme a parte. La struttura del “Duplex” è un ibrido tra il sonetto, il ghazal e il blues; è stato Jericho Brown il primo a sperimentare questa forma.
Ogni testo inizia con un distico, seguito da un secondo distico nel quale il primo verso non è che la ripetizione del secondo verso del distico precedente. Questa struttura si ripete fino a che sette distici completano la poesia. L’ultimo verso ripete il primo con un effetto molto differente, dovuto al portato semantico ed emotivo dell’intero testo che lo precede. È un’operazione potente, quella di Brown, che inventa ed utilizza questa forma con lo scopo preciso di dare voce alla sua esperienza di ripetizione dell’abuso subito e di violenza. Partendo dalla figura del padre, Brown affronta in modo diretto le figure di coloro che nella sua vita hanno abusato di lui.

[…]
     Il mio ultimo amore guidava una macchina bordeaux.

Il mio primo amore guidava una macchina bordeaux.
Lui era veloce e violento, alto come mio padre.

     Risoluto e violento, così alto mio padre
[…]

È uno sguardo lucido, quello di Brown, privo di pietismo. In esso, la realtà viene elevata e sublimata solo quando affrontata direttamente e trasformata in poesia, dando a quest’ultima il potere primigenio di imporre l’analisi e donare (forse) la quiete. E non è difficile supporre che la poesia stessa possa essere percepita come una forma di violenza, nel momento in cui manifesta oscure pretese che rendono il soggetto abusato suo complice; nel momento in cui lo porta ad abbandonarsi alla memoria per ripercorrere una discesa agli inferi:

Una poesia è un senso verso casa.
Ha oscure pretese che posso dire mie.
                        La memoria ha pretese più oscure delle mie

L’abuso diventa, a tratti, il vero soggetto della serie Duplex, in grado di obbligare l’oggetto (la persona abusata) a vivere un’esistenza mutata, una vita definitivamente fuorviata, che dall’esperienza di abuso dipende: “Nessuno tra i battuti è finito come ha cominciato”.
La ripetizione diventa, nella strutturazione del testo, l’elemento in grado di esporre un punto e di rileggerlo agli occhi stessi del personale: dall’universale al particolare e, di nuovo, dal particolare all’universale. In questo gioco, sono i piccoli cambiamenti che il verso ripetuto subisce, all’interno dello stesso testo e nel centone finale, a spostare la prospettiva come primo atto e a chiudere l’esperienza come finale approdo.
Oltre alla strutturazione stessa del testo, Brown esplora, nella serie Duplex, la cesura e l’end-stop, ovvero due forme di chiusura e sospensione dello scritto, per rendere, quando necessario, il discorso asettico, freddo e distaccato; si tratta di una forma di protezione utilizzata per creare distanza emotiva dalla scena esposta.
A chiudere la serie è il testo Duplex Cento, che utilizza la forma del centone, ovvero un testo costruito da frasi prese dalle opere di altri autori. In questo caso, Brown prende i versi dagli altri testi della serie, così da chiudere un percorso, giustificare, motivare quanto visto e raccontato – non a caso, il testo si conclude con i seguenti versi tratti dal primo componimento della serie:

Risoluto e violento, il mio alto padre
Fu il mio primo amore. Guidava una macchina bordeaux.

Nota:
Nella silloge tutti i testi hanno come titolo semplicemente Duplex, con la sola eccezione di Duplex Cento. Qui di seguito, in quanto non inserite lungo l’intero volume, abbiamo associato un numero ad ogni testo.

 

Duplex 1
Una poesia è un passo verso casa.
Ha oscure pretese che dico mie.

                La memoria ha pretese più oscure delle mie:
                Il mio ultimo amore guidava una macchina bordeaux.

Il mio primo amore guidava una macchina bordeaux.
Lui era veloce e violento, alto come mio padre.

                Risoluto e violento, così alto mio padre
                Colpiva duro come grandine. Lasciava i segni.

Una pioggia leggera colpisce piano, ma lascia il segno
Come di una madre il pianto che si rinnova

                Come di mia madre il pianto che si rinnova,
                Nessuna sonora batosta finisce dove è cominciata.

Nessuno tra gli sconfitti è finito come abbiamo cominciato.
Una poesia è un passo verso casa.

Duplex 2
Opposto della violenza è conoscere
Un campo di fiori chiamati pennelli indiani —-

                Un campo di fiori chiamati pennelli indiani
                Sebbene la primavera sia meno che reale.

Sebbene la primavera sia meno che reale,
Uomini si aggirano a torso nudo come nessuno mai mi avesse ferito

                Uomini si aggirano in quel mito. In verità, uno mi ha ferito.
                Voglio distruggere il campo fiorito,

Per annientare il mio bisogno di un campo
E costruire un edificio nei prati,

                Un edificio di preghiera nei prati,
                Il mio corpo un tempio in rovina.

Il mio corpo è un tempio in rovina.
Il contrario della violenza è conoscere.

 

Duplex 3
Comincio con amore, sperando finisca così.
Non voglio lasciare un corpo marcio.

                Non voglio lasciare un corpo marcio
                Pieno di farmaci che vanno a male al sole.

Alcuni tra i miei farmaci vanno a male al sole.
Alcuni di noi non hanno bisogno di un inferno per essere buoni.

                I più bisognosi, a loro serve un inferno per essere buoni.
                Quali sono i sintomi della tua malattia?

Ecco qui un sintomo della mia malattia:
Gli uomini che mi amano sono uomini cui manco.

                Gli uomini che mi lasciano sono uomini cui manco
                Nel sogno dove io sono un’isola.

Nel sogno dove io sono un’isola,
Rinverdisco con speranza. Vorrei finisse così.

 

Duplex 4
Non accusarmi di essere andato a letto col tuo uomo
Quando neppure sapevo che avessi un uomo.

                Al tempo quando non sapevo che avessi un uomo,
                C’era la luna a brillare sulla città oscurata.

Tornai a casa con la luce della luna dentro quell’oscurità.
Ero troppo giovane per essere ragionevole.

                Era così giovane, così irragionevole,
                Bagnava l’erba con un liquido profumato.

Era solito bagnare la nostra erba con un liquido profumato.
E facevamo l’amore sui treni e negli spogliatoi.

                L’amore nella metro, l’amore nei bagni dei centri commerciali.
                Così noioso a casa, si trasformava in città.

Ciò che a casa ti appartiene è un lupo nella mia città.
Non puoi accusarmi di essere andato a letto con un uomo.

 

Duplex: Cento
Il mio ultimo amore guidava una macchina bordeaux,
Il colore di uno sfogo, un sintomo di malattia.

                Noi eravamo i sintomi, la strada la nostra malattia:
                Nessuna delle nostre liti finiva dove era cominciata.

Nessuno degli sconfitti finisce dove inizia.
Qualunque uomo innamorato può far marcire un corpo,

                Ma io non volevo lasciare un corpo marcio
                Distrutto in qualche campo di gigli,

E il fetore distruggere i gigli nel campo,
L’assassino, giovane e irragionevole.

                Era così giovane e irragionevole,
                Risoluto e violento, alto quanto mio padre.

Risoluto e violento, il mio alto padre
Fu il mio primo amore. Guidava una macchina bordeaux.

*

Bibliografia minima

Brown, Jericho. The Tradition, Copper Canyon Press, 2019
Limebear, Jack. “Duplex by Jericho Brown”. Poem Analysis

MediumPoesia | ma la poesia resterà inconsumata




Richard Siken, “Crush”, il panico nella pelle

Crush, Richard Siken

Road Music

            1

The eye stretches to the horizon and then must continue up.

                                    Anything past the horizon

              is invisible, it can only be imagined. You want to see the future but

you only see the sky. Fluffy clouds.

                        Look—white fluffy clouds.

              Looking back is easy for a while and then looking back gets

murky. There is the road, and there is the story of where the road goes,

              and then more road,

the roar of the freeway, the roar of the city sheening across the city.

                                    There should be a place.

At the rest stop, in the restaurant, the overpass, the water’s edge . . .

            2

He was not dead yet, not exactly—

            parts of him were dead already, certainly other parts were still only waiting

for something to happen, something grand, but it isn’t

                                    always about me,

he keeps saying, though he’s talking about the only heart he knows—

            He could build a city. Has a certain capacity. There’s a niche in his chest

where a heart would fit perfectly

            and he thinks if he could just maneuver one into place—

                                    well then, game over.

            3

You wonder what he’s thinking when he shivers like that.

                        What can you tell me, what could you possibly
tell me? Sure, it’s good to feel things, and if it hurts, we’re doing it

            to ourselves, or so the saying goes, but there should be

                        a different music here. There should be just one safe place

                                    in the world, I mean

this world. People get hurt here. People fall down and stay down and I don’t like

            the way the song goes.

                        You, the moon. You, the road. You, the little flowers

by the side of the road. You keep singing along to that song I hate. Stop singing.

Musica da Viaggio

                        1

L’occhio si allunga verso l’orizzonte e poi è obbligato a salire, per continuare.

                                                           Tutto oltre l’orizzonte

            diventa invisibile, lo si può solo immaginare. Vorresti vedere il futuro ma

vedi solo il cielo. Nuvole soffici.

                                               Guarda – nuvole bianche e soffici.

                        Guardarsi indietro è facile nel breve termine, ma alla lunga guardarsi indietro diventa un gioco oscuro. C’è la strada e c’è la storia di dove la strada porta,

            e poi ancora strada,

il ruggito della statale, il ruggito della città che riluce da un capo all’altro.

                                                                       Ci dovrebbe essere un luogo.

Nell’area di sosta, al ristorante, nel cavalcavia, al limitare dell’acqua…

                        2

Non era ancora morto, non esattamente:

            parti di lui erano già morte, di sicuro altre parti non erano che in attesa

che accadesse qualcosa, qualcosa di grandioso, ma non si tratta

                                                                       sempre di me,

continua a ripetere, per quanto parli dell’unica cosa che gli interessi –

            Potrebbe edificare una città. Ha una certa disposizione. C’è una nicchia nel suo petto in cui un cuore starebbe benissimo

                        e così pensa che se riuscisse ad infilarcene uno:

                                                                       beh allora, game over.

3

Ti chiedi a cosa stia pensando quando trema così.

                                    Cosa puoi dirmi, cosa potresti

mai dirmi? Certo, è bello riuscire a sentire le cose e se anche fa male, lo facciamo

            a noi stessi, o almeno così si dice, ma ci dovrebbe essere

                                    una musica diversa qui. Ci dovrebbe essere un solo luogo sicuro

                                                                                   al mondo, voglio dire

in questo mondo. La gente si fa male qui. La gente crolla così e così resta, e non mi piace

            come continua la canzone.

                        Tu, la luna. Tu, la strada. Tu, i fiorellini

al lato della strada. Tu continui a canticchiare quella canzone che io odio. Smettila di cantare.

A Primer For The Small Weird Loves

             1

       The blond boy in the red trunks is holding your head underwater

because he is trying to kill you,

              and you deserve it, you do, and you know this,

                            and you are ready to die in this swimming pool

       because you wanted to touch his hands and lips and this means

                                                                         your life is over anyway.

                     You’re in the eighth grade. You know these things.

       You know how to ride a dirt bike, and you know how to do

              long division,

and you know that a boy who likes boys is a dead boy, unless

                                   he keeps his mouth shut, which is what you

                                                                             didn’t do,

       because you are weak and hollow and it doesn’t matter anymore.

              2

       A dark-haired man in a rented bungalow is licking the whiskey

from the back of your wrist.

              He feels nothing,

                     keeps a knife in his pocket,

                                          peels an apple right in front of you

              while you tramp around a mustard-colored room

in your underwear

                            drinking Dutch beer from a green bottle.

       After everything that was going to happen has happened

you ask only for the cab fare home

                     and realize you should have asked for more

                                   because he couldn’t care less, either way.

              3

       The man on top of you is teaching you how to hate, see you

as a piece of real estate,

                     just another fallow field lying underneath him

                                                 like a sacrifice.

       He’s turning your back into a table so he doesn’t have to

              eat off the floor, so he can get comfortable,

pressing against you until he fits, until he’s made a place for himself

                                                               inside you

The clock ticks from five to six. Kissing degenerates into biting.

       So you get a kidney punch, a little blood in your urine.

                                          It isn’t over yet, it’s just begun.

              4

       Says to himself

                     The boy’s no good. The boy is just no good.

              but he takes you in his arms and pushes your flesh around

                                   to see if you could ever be ugly to him.

You, the now familiar whipping boy, but you’re beautiful,

                                                        he can feel the dogs licking his heart.

       Who gets the whip and who gets the hoops of flame?

                                          He hits you and he hits you and he hits you.

Desire driving his hands right into your body.

                     Hush, my sweet. These tornadoes are for you.

You wanted to think of yourself as someone who did these kinds of things.

                            You wanted to be in love

                                                        and he happened to get in the way.

              5

       The green-eyed boy in the powder-blue t-shirt standing

next to you in the supermarket recoils as if hit,

                     repeatedly, by a lot of men, as if he has a history of it.

       This is not your problem.

                                          You have your own body to deal with.

       The lamp by the bed is broken.

You are feeling things he’s no longer in touch with.

                     And everyone is speaking softly,

                                                        so as not to wake one another.

       The wind knocks the heads of the flowers together.

                            Steam rises from every cup at every table at once.

Things happen all the time, things happen every minute

                                                        that have nothing to do with us.

              6

So you say you want a deathbed scene, the knowledge that comes

                     before knowledge,

                                          and you want it dirty.

              And no one can ever figure out what you want,

                                                                      and you won’t tell them,

and you realize the one person in the world who loves you

                                                 isn’t the one you thought it would be,

       and you don’t trust him to love you in a way

                                                                             you would enjoy.

                                   And the boy who loves you the wrong way is filthy.

And the boy who loves you the wrong way keeps weakening.

              You thought if you handed over your body

                                                               he’d do something interesting.

              7

The stranger says there are no more couches and he will have to

       sleep in your bed. You try to warn him, you tell him

                                   you will want to get inside him, and ruin him,

       but he doesn’t listen.

You do this, you do. You take the things you love

                                                                      and tear them apart

       or you pin them down with your body and pretend they’re yours.

So, you kiss him, and he doesn’t move, he doesn’t

       pull away, and you keep on kissing him. And he hasn’t moved,

he’s frozen, and you’ve kissed him, and he’ll never

                            forgive you, and maybe now he’ll leave you alone.

 

Manuale per piccoli strani amori

                        1

            Il ragazzo biondo in calzoncini rossi ti tiene la testa sott’acqua

perché sta cercando di ucciderti,

                        e te lo meriti, te lo meriti proprio, e lo sai,

                                               e sei pronto a morire in questa piscina

            perché volevi toccargli le mani e le labbra e questo vuole dire

che la tua vita è finita, comunque.

                                    Sei in terza media. Sai come vanno le cose.

            Sai come andare su una bici da cross e come fare

                        divisioni complesse,

e sai che un ragazzo, a cui piacciono i ragazzi, è una ragazzo morto, a meno che

                                                           non tenga la bocca chiusa, esattamente ciò

                                                                                               che tu non hai fatto,

            perché sei debole e non vali niente, ma questo non importa più.

                        2

            Un uomo dai capelli scuri in un bungalow in affitto sta leccando whiskey

dal ventre del tuo polso.

                        Non sente nulla

                                    tiene un coltello nella tasca

                                                           e sbuccia una mela proprio davanti a te

                        mentre in mutande te ne vai in giro tra muri

color senape

                                    bevendo birra olandese da una bottiglia verde.

            Dopo che è successo tutto ciò che doveva succedere

tu chiedi solo i soldi per il taxi

                                    e capisci che avresti dovuto chiedere di più

                                               perché non gliene poteva fregare di meno, comunque.

                        3

            L’uomo sdraiato su di te ti sta insegnando ad odiare, ti vede

come una proprietà,

                                    solo un altro terreno incolto ai suoi piedi

                                                                       come una perdita.

            Sta facendo della tua schiena una tavola così da non dover

                        mangiare sul pavimento, così da potersi mettere comodo,

spingendosi contro di te fino a farsi spazio, fino a farsi

                                                                       un posto per sé dentro di te.

L’orologio ticchetta dalle cinque alla sei. Baciarsi poi diventa mordersi.

            E poi ti becchi un pugno nelle reni, un filo di sangue nelle urine.

                                                           Non è ancora finita, è solo cominciata.

                        4

            Dice a se stesso che

                                    Il ragazzo non va bene. Il ragazzo non va affatto bene.

                        Ma ti prende tra le braccia e comanda il corpo tuo a bacchetta

                                               per vedere se potrai mai essere scortese con lui.

Tu, oramai la solita vittima sacrificale, ma sei bellissimo,

                                                                       e così sente i cani leccargli il cuore.

            A chi spetta la frusta e a chi il cerchio in fiamme?

                                                           Ti colpisce e ti colpisce e ti colpisce.

Il desiderio che precise gli guida le mani sul tuo corpo.

                        Zitto tesoro. Questa furia è per te.

Volevi vedere te stesso come uno che fa quel genere di cose.

                                    Volevi essere innamorato

                                                                       ma poi ci si è messo di mezzo lui.

                        5

            Il ragazzo dagli occhi verdi e la maglietta blu polvere che sta

accanto a te al supermercato fa un balzo all’indietro quasi fosse stato colpito,

                        ripetutamente, da tanti uomini, come gli fosse successo altre volte.

            Questo non è un tuo problema.

                                                           Tu hai già il tuo corpo da gestire.

            La lampada a fianco al letto è rotta.

Tu riesci a sentire cose con le quali lui non è più in contatto.

                                    E tutti parlano piano come

                                                                       per non svegliarsi l’un l’altro.

            Il vento sbatte le corolle dei fiori le une contro le altre.

                                               Il vapore si alza da ogni tazza in ogni tavolo nello stesso                                                                                                                                         istante.

Accadono cose di continuo, accadono cose in ogni momento

                                                                       che non nulla hanno a che fare con noi.

                        6

Quindi dici che vuoi una scena da letto di morte, la consapevolezza che viene

                                    prima della consapevolezza,

                                                                       e deve essere sporca.

                        E nessuno riesce mai a capire cosa vuoi,

                                                                                   e tu non glielo dirai,

e capirai che l’unica persona al mondo che ti ama

                                                           non è quella che speravi,

            e non credi che lui ti amerà mai nel modo

                                                                                               che ti piacerebbe.

                                               E il ragazzo che ti ama nel modo sbagliato è sporco.

E il ragazzo che ti ama nel modo sbagliato è sempre più lontano.

                        Pensavi che se gli avessi dato il tuo corpo

                                                                       lui ne avrebbe fatto qualcosa di buono.

                        7

Lo sconosciuto dice che non ci sono più divani e che dovrà

            dormire nel tuo letto. Tu cerchi di avvertirlo, gli dici

                                               che poi vorrai entrargli dentro e devastarlo,

            ma lui non ascolta.

Fai questo tu, eh sì. Prendi le cose che ami

                                                                       e le fai a pezzi

            o le atterri con tutto il tuo peso e fai come ti appartenessero.

Così lo baci e lui non si muove, non si

            sposta e tu continui a baciarlo. E lui non s’è proprio mosso,

è come congelato, l’hai baciato e non ti perdonerà mai

                                    e forse ora ti lascerà in pace.

Seaside Improvisation

I take off my hands and I give them to you but you don’t

                                                              want them, so I take them back

         and put them on the wrong way, the wrong wrists. The yard is dark,

the tomatoes are next to the whitewashed wall,

                                          the book on the table is about Spain,

                                                                               the window are painted shut.

Tonight you’re thinking of cities under crowns

               of snow and I stare at you like I’m looking through a window,

                                                                                   counting birds.

                                              You wanted happiness, I can’t blame you for that,

and maybe a mouth sounds idiotic when it blathers on about joy

        but tell me

you love this, tell me you’re not miserable.

                                                       You do the math, you expect the trouble.

                The seaside town. The electric fence.

Draw a circle with a piece of chalk. Imagine standing in a constant cone

                                         of light. Imagine surrender. Imagine being useless.

A stone on the path means the tea’s not ready,

        a stone in the hand means somebody’s angry, the stone inside you still

hasn’t hit bottom. 

Improvvisazione marittima

Mi amputo le mani e le do te, ma tu non

                                    le vuoi e così me le riprendo

            e me le rimetto, sbagliando, invertendo i polsi. Il prato è scuro

i pomodori sono accanto al muro imbiancato,

                        il libro sul tavolo parla della Spagna,

                                               le finestre sono dipinte come chiuse.

Stanotte pensi a città sotto cumuli

            di neve ed io ti guardo come stessi guardando fuori dalla finestra,

                                               fissando gli uccelli.

                        Volevi la felicità, non posso fartene una colpa,

e forse qualcuno che cianci di continuo di felicità può suonare stupido,

            ma dimmi

che ami tutto questo, dimmi che non sei infelice.

                                    Sai fare i conti, ti aspetti il problema.

            La città di mare. Il cancello elettrico.

Disegna un cerchio con un gessetto. Immagina di stare in un continuo cono

                        di luce. Immagina di arrenderti. Immagina di essere inutile.

Un sasso sulla strada vuole dire che il tè non è pronto,

            un sasso nella mano vuole dire che qualcuno è arrabbiato, il sasso dentro di te ancora non ha toccato il fondo.

*

“Questo è un libro sul panico”. Non usa giri di parole o mezzi termini o eufemismi Louise Glück nel presentare Crush, primo libro di Richard Siken pubblicato in quanto vincitore del Yale Younger Poets Prize della Yale University Press. La voce narrante, continua Louse Glück, non è mai al di fuori dello stato di panico così a lungo da rendere riconoscibile il panico da tutti gli altri stati emotivi. Ma per capire meglio questo libro bisogna andare un po’ oltre nella nota di lettura per scoprire che l’oggetto dei testi racchiusi nel libro, e vero oggetto dell’opera stessa, è il corpo.

E da qui parte la mia lettura, perché tutto il libro mi appare come il tentativo di descrivere la realtà ma anche di controllarla. Tutto il libro è infatti schiacciato tra la paura ed il suo esorcismo: la scrittura. Il risultato è un continuo inseguirsi di realtà e di ciò che serve per gestirla. Perfetto contrappunto a questo è la forma dei testi, fatti da versi in continua fuga da quelli che li precedono, uno slittamento continuo nel tempo e nello spazio emotivo dell’autore che nei testi ricopre tutti i ruoli perché tutti i ruoli non sono che proiezione dei differenti stati d’animo che lo guidano o forse che lo posseggono. Si ha spesso l’impressione che incontri e dialoghi contenuti nel libro siano in realtà incontri con se stesso, con l’altro necessario, con l’altro che è causa e fine dell’ansia che ci pervade. Come dice la Gluck a conclusione della sua lettura: “Viviamo in un’epoca di forti polarizzazioni: nell’arte, nella politica, nella morale. Nella poesia, la regola sembra, da un lato, un bello scrivere in rima, dal lato opposto il caos. Il compito difficile è stato quello di fondere lucidità con l’appassionato fermento del primordiale, di ciò che è caos.”… ed è esattamente qui, in questo punto, su questa soglia che Louse Glück deve avere riconosciuto Richard Siken e la sua scrittura, la sua profonda sregolatezza senza perdere in chiarezza ed esattezza.

*

Richard Siken, classe 1967, è un poeta, pittore e filmaker di New York. La sua prima silloge poetica, Crush, vincitrice del premio dell’Università di Yale per gli esordienti under 40, è con essa nel 2005 vince il Lambda Award come miglior raccolta poetica omosessuale. A seguire nel 2015 esce War of the Foxes per i tipi di Copper Canyon Press. Nel 2001 è cofondatore di Spork Press di cui resta editor. Il silenzio degli ultimi anni è dovuto ad un infarto che l’ha colpito, ma nel 2020 è tornato alla scrittura pubblicando “Real Estate” su Poet.org.




Sophia de Mello Breyner Andresen (1919 – 2004). Una selezione di testi dall’antologia “Il giardino di Sophia”

Il giardino di Sophia

da Poesia (1944)

LUAR

O luar enche a terra de miragens
E as coisas têm hoje uma alma virgem,
O vento acordou entre as folhagens
Uma vida secreta e fugitiva,
Feita de sombra e luz, terror e calma,
Que é o perfeito acorde da minha alma.

CHIARO DI LUNA

Il chiaro di luna riempie la terra di miraggi
E le cose hanno oggi un’anima vergine,
Il vento ha destato tra il fogliame
Una vita segreta e fuggitiva,
Fatta di ombra e luce, terrore e calma,
Che è l’accordo perfetto della mia anima.

da Dia do Mar (1947)

Jardim onde o vento batalha
E que a mão do mar esculpe e talha.
Nu, áspero, devastado,
Numa contínua exaltação,
Jardim quebrado
Da imensidão.
Estreita taça
A transbordar da anunciação
Que às vezes nas coisas passa.

Giardino dove il vento lotta
E che la mano del mare scolpisce e intaglia.
Nudo, aspro, devastato,
In una continua esaltazione,
Giardino spezzato
Dalla immensità.
Stretta coppa
Trasbordante dell’annunciazione
Che a volte passa nelle cose.

da Mar Novo (1958)

NÁUFRAGO

Agora morto oscilas
Ao sabor das correntes
Com medusas em vez de pupilas.

Agora reinas entre imagens puras
Em países transparentes e de vidro,
Sem coração e sem memória
Em todas as presenças diluído.

Agora liberto moras
Na pausa branca dos poemas.
Teu corpo sobe e cai em cada vaga,
Sem nome e sem destino
Na limpidez da água.

NAUFRAGO

Ora oscilli morto
Al gusto delle correnti
Con meduse invece di pupille.

Ora regni tra immagini pure
In paesi trasparenti e di vetro,
Senza cuore e senza memoria
Diluito in tutte le presenze.

Ora liberato dimori
Nella pausa bianca dei poemi.
Il tuo corpo sale e scende in ogni onda,
Senza nome e senza destino
Nella limpidezza dell’acqua.

da Dual (1972)

AS FOTOGRAFIAS

Era quase no inverno aquele dia
Tempo de grandes passeios
Confusamente agora recordados –
A estrada atravessava a serra pelo meio
Em rugosos muros de pedra e musgo a mão deslizava –
Tempo de retratos tirados
De olhos franzidos sob um sol de frente
Retratos que guardam para sempre
O perfume de pinhal das tardes
E o perfume de lenha e mosto das aldeias

LE FOTOGRAFIE

Era quasi inverno quel giorno
Tempo di grandi passeggiate
Ora confusamente ricordate –
La strada attraversava la montagna nel mezzo
Su rugose mura di pietra e muschio la mano scivolava –
Tempo di ritratti scattati
Di occhi aggrottati sotto un sole di fronte
Ritratti che guardano per sempre
Il profumo di pineta delle sere
E il profumo di legna e mosto dei paesi

da O Búzio de Cós e outros poemas (1997)

TURISTAS NO MUSEU

Parecem acabrunhados
Estarrecidos lêem na parede o número dos séculos
O seu olhar fica baço
Com as estátuas — como por engano —
Às vezes se cruzam

(Onde o antigo cismar demorado da viagem?)

Cá fora tiram fotografias muito depressa
Como quem se desobriga daquilo tudo
Caminham em rebanho como os animais

TURISTI AL MUSEO

Sembrano sopraffatti
Sbigottiti leggono sulla parete il numero dei secoli
Il loro guardare resta basso
Con le statue — come per errore —
A volte s’incrociano

(Dove l’antico rimuginare lento del viaggio?)

Qui fuori scattano fotografie molto in fretta
Come chi si sbarazza di tutto quanto
Camminano in gregge come gli animali




Nouri Al Jarrah e le vaghe stelle del lutto

Un dolore non filosofico. Così Salar Abdoh ha cercato di mostrare, ad un pubblico occidentale, la tragedia da cui la raccolta di poesie Una barca per Lesbo[1] prende le mosse. Da dieci anni la Siria è inesorabilmente mutilata da una guerra condotta dal regime di Assad contro il suo stesso popolo. Popolo che da quel paese è scomparso. Difficile immaginare cosa significhi per un paese perdere, nella morte o nella fuga, fuori o dentro i suoi confini, più di metà della sua popolazione.
Lesbo è uno dei primi punti di contatto con un’Europa che ha riservato a donne, bambini e uomini, sin troppo spesso, un’accoglienza gelida. Come immaginare la fine di quella rete di salvataggio precaria, ma essenziale, che è la società che ci ospita da quando esistiamo? Come immaginare l’uccisione, la tortura e lo stupro dei nostri famigliari? Come immaginare di dover vendere tutto ciò che ci resta per sbarcare su una spiaggia con solo quello che abbiamo addosso? E con che coraggio potremmo dire che nel dolore di chi vive questo ci sia qualcosa di filosofico?
A tutto questo il poeta siriano Nouri Al Jarrah aggiunge la vita dell’esiliato. Un esilio, il suo, che perdura già da molto prima dell’inizio della guerra civile. Nato a Damasco nel 1956 e ormai una delle voci più importanti della poesia siriana e araba, Al Jarrah ha vissuto fino alla sua giovinezza in questa città, dove ha iniziato a scrivere e a militare politicamente. Dal 1986 si stabilisce a Londra, dove pubblica svariate raccolte di poesia, fonda numerose riviste letterarie e dove dirige un’importante collana di resoconti di viaggio. L’esilio per Al Jarrah aggiunge l’impotenza della distanza:

Non ero a Damasco

Non ero a Damasco quando è stata colpita dall’orrore,
non ero nella montagna e nemmeno nella valle.
Quando la terra tremava, le immagini e l’aria si fendevano
giaceva la mia mano, tremava in un’altra terra.
Sentivo un tremito lungo il corpo,
una larva si è illuminata sulla mia tempia secca;
era forse un messaggio caduto nella cassetta delle lettere?
Oppure la primavera che si rivoltava in una terra lontana?

Non ero a Damasco, non ero in nessuna strada
né in un negozio.
Non ero nella stazione dei treni,
né su un balcone che dava su un treno.
Non andavo di fretta, né andavo piano,
ero più lontano della mia mano
e dai miei occhi affogati nel tempo.
Giacevo nella terra dell’attesa,
la mia mano sanguinava.

لَمْ أكنْ في دمشق عندما جاءَ الزلزل
لَمْ أكنْ في جبلٍ ولَمْ أكنْ في سهلٍ
عندما ترجَّفتِ الأرضُ وتشقّقت صورٌ هي والهواء
كانت يدي الهامدة
تنبضُ
في أرضٍ أُخرى؛
رعدةٌ خفيفةٌ سرتْ في جسدي
وضاءَتْ يرقةٌ في صِدْغي الجاف
أهي الرسالةُ
تسقطُ
في بريدي
أمْ الربيعُ يتقلَّبُ في أرضٍ بعيدة.

***

لَمْ أكنْ في دمشق
لَمْ أكنْ في شارع
ولا في متجرٍ
لَمْ أكنْ في محطةٍ
ولا في شرفةٍ تطلُّ على قطارٍ
لَمْ أكنْ مسرعاً
ولا مبطئاً
أَبْعَدَ من يَدي، كُنْتُ، ومِنْ عيني الغريقةِ في الزمن
راقداً على قلقٍ في ترابِ الموعد،
ويدي تنزفُ.

L’assenza dell’esilio converge in quella generata dalla distruzione. Da qui emerge, luminosa e incandescente, la coscienza del dolore e, quindi, da essa inscindibile, quella della storia. Questo ricorda lo stupore delle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin: “Lo stupore perché le cose che viviamo sono ‘ancora’ possibili nel ventesimo secolo non è filosofico. Non sta all’inizio di alcuna conoscenza se non di questa: che l’idea di storia da cui deriva non è sostenibile”. Così Una Barca per Lesbo è un canto per gli oppressi in cui l’intensità lirica fa collassare tempo e mito. In ogni momento siamo a Lesbo in tutti i momenti che Lesbo ha vissuto e ogni luogo è la Siria o la Grecia, percorso da dei e rifugiati o da poetesse e fantasmi.  
Pubblicato dalla casa editrice Al Mutawassit nel 2016 in lingua araba e tradotto, oltre che in italiano, in francese, inglese, turco e, significativamente, in greco, il libro è stato composto a ridosso della crisi dei rifugiati del 2015 a Lesbo, ove Al-Jarrah si recò di persona in quello stesso anno. Come scrive Ruth Padel Lesbo è un’isola che fino al 2015, quando arrivarono quasi 379.000 rifugiati con una media di 3.300 al giorno, era famosa per tre cose: la sua foresta pietrificata, il miglior ouzo della Grecia e la poesia, in quanto, come tutti sanno, è patria della poetessa Saffo.
«Venite al buio di Lesbo, o siriani usciti dalla tavola rotta dell’alfabeto», dice Saffo nel primo poema che occupa la gran parte del libro. I rifugiati sono di oggi e allo stesso tempo antichissimi: escono, appunto, da una “tavola” (lawḥ), il supporto in argilla sulle quali è nata in Mesopotamia la scrittura. Il passato profondo della Siria è anche il nostro passato. Saffo si rivolge a quei siriani che provengono dalla stessa terra da cui, nel mito greco, la bellissima Europa era stata rapita da Zeus che per lei si era trasformato in toro. Cadmo, suo fratello, alla sua ricerca giungerà presso i Greci senza trovarla, ma donerà loro la scrittura e fonderà Tebe, città della tragedia per eccellenza. 
Non si farebbe quindi giustizia a questo libro se lo si vedesse come solamente indirizzato da un siriano al popolo siriano. Il respiro della poesia di Nouri Al Jarrah è il mondo, la sua ispirazione è il Mediterraneo. Il Mediterraneo è quella fornace in cui avviene quella fusione del tempo che cambia il senso della storia.
Un Mediterraneo, quello di questo libro, presente negli spazi vuoti della storia, della guerra, della fuga dalla guerra, tra le tombe invisibili degli annegati, tra gli incubi e i sensi di colpa dei sopravvissuti, nei giardini perduti, nel vento profumato di timo, nei rimpianti, sulle soglie di casa infinitamente vicine e distanti, nell’amore mortificato, nelle notti ad aspettare la luce di un sole che tutto illumina ciecamente, nell’intreccio di marinai, navi che non partono e divinità ingannevoli, nella storia che si costituisce in incantesimi che potrebbero essere spezzati, ma che diventano maledizioni incancellabili come i resti umani rigurgitati sulle rive della nostra coscienza.
Ho avuto la fortuna di conoscere Nouri Al Jarrah una primavera di due anni fa per un festival di poesia araba, a Milano. Una città che il Mediterraneo sembra averlo per secoli sentito controvoglia, con il suo fastidio atavico e inconfessato per l’olio d’oliva e i lavoratori immigrati del sud e che ora si trova ad accogliere questo mare come se invece fosse un sogno da sempre inseguito. Una volta in Kyrgyzstan, parlando delle difficoltà per noi italiani nell’abituarsi al kumis (latte fermentato di cavalla in otri ricavati dallo stomaco dell’animale) un locale mi spiegò che la difficoltà è forse la stessa che si ha con il familiarizzarsi all’olio d’oliva. Milano invece voleva immaginarsi un tempo abituata al burro dell’Europa che conta. Un’Europa che fa i suoi calcoli politici appoggiandosi al suo elettorato più razzista e reazionario, un’Europa che ha abbandonato in mare un numero spaventoso di esseri umani. Quella stessa Europa che ha deluso il mondo è l’Europa che non sopportava l’olio d’oliva e che ora lo ama così tanto, perché fa così bene alla salute, perché ricorda le vacanze estive e la vita chiassosa dei popoli mediterranei.

Tavola V

Ringrazio la felice Europa
con i suoi braccialetti
splendenti dei denti di schiavi,
le sue mani incatenate dalle idee
sanguinano
oro e argento.

شُكْراً لِأُورُوبَا السَّعِيدَةِ
بِأَسَاوِرِهَا
لَمَعَتْ لِأسْنَانِ الْعَبِيدِ
وَيَداهَا المُغَلَّلَتِانِ بالْأَفْكَارِ
تَنْزِفَانِ
ذَهَبَاً وَفِضَّةْ.

Qualche mese prima dell’inizio della pandemia Nouri Al Jarrah era tornato in visita a Milano. A cena oramai inoltrata eravamo arrivati a parlare di rivoluzione. «A differenza dell’Europa, in molte altre parti del mondo si parla ancora di rivoluzione», dicevo. Che cosa secondo lui era successo, gli chiesi, a partire dagli anni ’80, quando la rivoluzione divenne, negli anni, qualcosa che stava tra il dimenticato, il ridicolo e il tabù? La parola rivoluzione divenne… e cercavo la parola, ma non la trovavo. Lui mi venne in aiuto e mi disse: «poi arrivò il tempo dei corpi».
Rimasi folgorato da questa immagine. Il tempo dei corpi, cioè quando gli europei ritorsero la rivoluzione contro sé stessi e si impuntarono nella cura del proprio corpo. Più la rivoluzione scompariva dai discorsi e più si diffondeva quella tetra lotta interiore che si riassume nel motto della ricerca della propria forma fisica ideale: la sfida contro sé stessi. Uno sforzo che è solo superficialmente estetico, ma che invece è cupamente ideologico, nonché votato per definizione alla sconfitta, in cui anche vincere è perdere; perdere contro ciò che si era.
Di corpi che sono invece stretti in un abbraccio, di corpi belli perché pieni di una grazia che sfida il dolore, di corpi che non si consumano a lottare contro sé stessi, ma si dibattono per vivere contro la morte è pieno questo libro:

Tavola greca

Siriani sofferenti, bei siriani, fratelli siriani fuggiti dalla morte, voi non arrivate con le barche, ma nascete sulle spiagge insieme alla schiuma.
Siete oro puro e trapassato, oro fuso e intenso profumo.

أيُّهَا السُّورِيِّوُنَ الَألِيمُونَ، السُّورِيِّوُنَ الوَسِيمُونَ، السُّورِيِّوُنَ الَاشِقْاءُ الهَارِبُونَ مِنَ المَوتِ، أَنْتُم لَا تَصِلُوَن بالقَواربِ، ولَكِنَّكُمْ تُولَدُونَ عَلَى الشَّواطِئِ مَعَ الزَّبَدِ.
تِبْرٌ هَالِكٌ أنتم، تِبْرٌ مَصْهُورٌ وَضَوعٌ مُصَوَّحْ.

Quando si tratta del corpo delle vittime è il corpo stesso che prende voce. Così, nella coralità epica che permea l’intero libro, vi è anche la voce dell’ucciso in guerra, che canta del suo corpo, ma non chiama “corpi” quelli dei suoi figli uccisi sotto le bombe, coperti dalle macerie, velo di Maya che nasconde la verità della loro orribile morte:

L’assassinato

I
Non ho una casa per mettermi alla porta e invitarti
né ho una finestra che mi orienterebbe,
se tornassi dal regno della morte.
Nessuna luce nella finestra
né una luna notturna sopra l’albero.
L’aria che con l’odore dei campi mi ha riempito i polmoni,
ora gonfia il mio corpo con l’odore della morte.
Le immagini sono punteruoli che mi arrivano agli occhi.
Non ho casa, né tende e né letto,
e nemmeno un cuscino per dormire.

II
Non ho una casa, per avere un vicino di casa,
né madre, o sorella e nemmeno figli.
Nessuna voce – anche la più sottile – nella vicinanza,
tutto ciò che da lontano raggiunge il mio orecchio
è il rumore delle ruspe che sollevano il velo della verità
dai miei bambini accatastati dalla morte sotto le macerie.

I
لا بيتَ لي لأقفَ بالبابِ وأدعوكَ إلى البيت
لا نافذةَ لأهتدي
لو رجعتُ من الموت
لا ضوءَ
في
نافذةٍ
ولا قمرَ ليلٍ في شجرة.
  الهواءُ الذي ملأ رئتي برائحةِ الحقول
أفعمَ جسدي برائحةِ الموتْ.
  الصور تحمل المخارز وتهجم على عينيَّ
لا بيت
ولا ستائر
لا سرير، ولا وسادة نائمٍ في سرير.

II
لا بيتَ لي، ليكونَ لي جارٌ
لا أمَّ ولا أُختَ ولا أَطفالْ
لا أصواتَ
-مهما كانتْ خفيفةً-  في جوار
  كل ما أسمعه الآن من بعيد
ضجة جرافات وهي ترفع الحقائق
عن أطفالي المكدسين هم والموت
تحت الانقاض.

Oppure il corpo è il corpo della Siria intera; un corpo scritto, un corpo che diventa una tavoletta d’argilla, un corpo tradito dalle nazioni, dagli speculatori e dal cielo stesso che è di questi giorni e, insieme, antichissimo:

Sotto un cielo ingannevole

Le nazioni hanno pugnalato la tua schiena e il tuo fianco,
il collo e le spalle. Le nazioni, con pugnali sorridenti,
hanno scritto i loro nomi sul tuo corpo convulso.
Sotto un cielo ingannevole
i mercati delle nazioni sono pieni delle tue perle,
dei tuoi nomi rubati e dei sopravvissuti al diluvio.

الأممُ طعنتْ ظهركِ وخاصرتكِ،
نحركِ وكتفكِ
الأممُ، بخناجرَ باسمةٍ،
كتبتْ أسماءَها في جسدكِ المختلج تحت
سماء غادرة.
  أسواقُ الأممِ تغص بلآلئكِ وأسمائكِ المسروقة، وبالذين نجوا من الطوفان.

Lo stupore di Al Jarrah non è filosofico, è lo stupore del corpo; è attraverso questo stupore che la voce poetante fa vibrare l’enigma della violenza. Subire violenza significa essere abbandonati ad un’esistenza che è, da quel momento in poi, mutilata. La mutilazione è ciò che chi vive teme, forse, ancora più della morte:

Lamento funebre per Banat al Nash, Tavoletta Greca

Ho mandato le mie vicine a prendere l’acqua, sono andate alla spiaggia con l’acqua limpida, sono tornate con un bimbo e hanno detto che era addormentato, quando lo hanno steso sul lenzuolo, lo abbiamo trovato senza viso.

أَرْسَلْتُ شَقِيقَاتِيَ الْجَارَاتِ يَحْمِلْنَ المَاءَ، ذَهَبْنَ بِالْمَاءِ الْعَذْبِ إِلَى الشَّاطِئِ، وَرَجَعْنَ بِصَبِيٍّ قُلْنَ إِنَّهُ نَائِمٌ، وَلَمَّا مَدَدْنَهُ فِي المِلَاءَةِ، رَأَيْنَاهُ بِلَا وَجْهٍ.

Quel volto assente ci chiama a prenderci cura dello stupore che certe cose nel nostro secolo siano ancora possibili. Più di una volta, parlando con lui, è tornata la questione adorniana sulla possibilità della poesia dopo Auschwitz. Per quanto consapevole che Adorno stesso ritrattò questa sua posizione, Al Jarrah si è sempre mostrato sinceramente sconvolto dall’idea che qualcuno abbia anche soltanto immaginato che la poesia potesse essere vista come barbarie. Siamo chiamati alla poesia invece per compensare una mutilazione, come fa chi affina l’udito quando perde la vista.
Perciò, non si farebbe giustizia a questo libro se ci rifiutasse di coglierne la dimensione filosofica. Non cogliere questa dimensione ci impedirebbe proprio di vedere questo aspetto compensativo della sua poesia. Certo non parliamo di filosofia qui come una pratica analitica del pensiero, ma di un filosofar poetando che dal corpo, dal mare e dalla storia guarda al cosmo e in questo modo estende la possibilità dell’esperienza contro la mutilazione della violenza.  
Il cosmo è presente sin dal sottotitolo di questo libro: Elogio funebre per Banat Na’sh. Banat Na’ash è una costellazione o, più precisamente, un asterismo, cioè un raggruppamento di stelle che è a sua volta parte di una costellazione.  In italiano è conosciuto come Grande Carro e fa parte della costellazione di Ad-Dubb Al-Akbar, cioè dell’Orsa Maggiore.
Come scrive Mohammed Gassid nell’introduzione all’edizione italiana del libro, nella cultura popolare araba si racconta la leggenda di un uomo, chiamato Na’sh, che viene assassinato da Suhail, nome arabo della stella meridionale Canopo. Le sette figlie (banat significa “figlie”) dell’ucciso decidono di non seppellire loro padre finché non sarà vendicato. Quattro di loro portano la bara (na’sh è anche un sostantivo che significa bara o lettiga mortuaria) e le altre tre sono al seguito. In questo inseguimento le “Figlie della Bara” e l’assassino si trasformano tutti in stelle e il poema che leggiamo ne è l’elegia. Vi è qualcosa di sottile e straniante e di inevitabilmente filosofico nel cantare della guerra e dell’esodo dedicando il proprio poema ad una costellazione.

Tavola II

Ho atteso nel moto di Aldebaran il mio destino
Ho atteso che l’arco scoccasse la freccia, superasse l’indeterminato e colpisse il tallone dell’inevitabile,
e sul bordo del precipizio,
presso il grido del suicida,
ho atteso il mostrarsi delle Figlie della Bara,
ma ho visto solo stelle cadenti,
e ho creduto che i loro messaggi fossero per me.

تَرَقَّبْتُ فِي فَلَكِ الدَّبْرَانِ طَالِعي،
تَرَقَّبْتُ القَوسَ الَّتِي أَطْلَقَتِ السَّهْمَ، جَازَ الغَامِضَ، وأَصَابَ كَاحلَ القَدَرِ..
وَفِي حَافَّةِ الْجُرْفِ،
عِنْدَ صَرْخَةِ المُنْتَحِر
تَرَقَّبْتُ ظُهُورَ بَنَاتِ نَعْشٍ..
رَأَيتُ شُهُباً
تَسَّاقَطُ،
وَظَنَنْتُ البَرِيدَ بَرِيدِي.

Aldebaran, la gigante rossa che è “l’occhio” della costellazione del Toro, è anch’essa inseguitrice (ad-dabarān), ma l’inseguimento è qui invece per amore delle Pleiadi (ath-Thurayyā), che compongono la spalla del Toro celeste e che sorgono prima di questa stella. La voce poetante, in attesa mentre guarda il cielo dal suo esilio, aspetta qualcosa che riguarda il suo futuro (ṭālaʿa è anche la levata degli astri e quindi il destino che si legge nelle stelle).
Se è vero che la poesia francese non ha avuto grande influenza su Al Jarrah, è vero però che Mallarmé è di certo un’eccezione. L’attesa si volge quindi ad un un colpo di dadi, è l’attesa della freccia che superi l’oscura confusione (ḡāmiḍ) e ferisca il tallone dell’inevitabile (qadar), come nel mito dell’invincibile Achille. Il ‎ḡāmiḍ è ciò che è incomprensibile, vago, indeterminato perché oscuro, la radice ḡ-m-ḍ ha a che fare con il chiudere gli occhi. La radice di qadar invece, q-d-r, è legata al potere, all’essere in grado di fare qualcosa, ma anche al misurare e al decretare divino. Qadar si oppone quindi all’oscura indeterminatezza del ‎ḡāmiḍ, il fato preordinato che è quindi, in quanto tale, inesorabile.
L’attesa di cui si parla è quindi di un colpo degli astri che abolisca sia il caso che l’inesorabile, qualcosa che esca dai confini tragici e contradditori di cui la guerra si alimenta. A tutto questo segue il baratro dell’autodistruzione e in questo sbilanciamento si giunge all’attesa delle Figlie della Bara. Ma l’attesa sembra vana, quella distanza tra il mondo da cui queste storie di stelle provengono e la terra dell’esilio è reale e ineliminabile: davanti agli occhi della voce poetante ci sono solo meteore, messaggi forse ingannevoli.
Le vaghe stelle dell’Orsa ci mostrano come le schegge del presente trapassino la coscienza di chi vive la tragedia e si conficchino in un passato incancellabile. Il passato ripete incessante: cosa fare di questa violenza? Riflettere su questo è urgente: ciò che accade in Siria e ai rifugiati non è né qualcosa di storicamente obsoleto, né un presente che riguarda altri, è invece il nostro futuro. Abbiamo creduto per troppo tempo di essere protetti dalla guerra e dalla violenza. Siamo in ritardo di almeno dieci anni. Molte Sirie rischiano di esploderci in faccia. Che fare? Per affrontare questa domanda bisogna immergersi nel mare e guardare da sotto la sua superficie: esplorare una filosofia che finisca con la poesia, sembra dirci Nouri Al Jarrah.

[1] Nouri Al Jarrah, Una barca per Lesbo, L’Arcolaio, Bologna, 2018 traduzione di Gassid Mohammed




America perché le tue librerie sono piene di lacrime?

 Lo stato di salute della poesia contemporanea è ciclicamente oggetto di accese discussioni il cui spirito di fondo pare essere quello della rassegnazione ad una teorizzata marginalità: il risultato? Nessuna prospettiva.
Basta però volgere lo sguardo un poco più in là per trovare, se non la soluzione, almeno una costruttiva prospettiva. Ed è all’altra sponda dell’Atlantico che ho volto lo sguardo per capire se quanto percepito e teorizzato da questa sponda sia l’analisi autoptica di un processo irreversibile o solo una condizione di questo luogo e di questa società.
La presenza della poesia alla cerimonia di insediamento dell’amministrazione Biden un anno fa ha sollevato nel nostro paese, soprattutto tra i poeti, un’accesa discussione: dall’analisi critica del testo al ruolo della Gorman nella cerimonia, passando per critiche e notazioni che spesso manifestavano un pesante giudizio nei confronti della poeta e della situazione in sé piuttosto che una conoscenza della poesia americana, con le sue dinamiche e i suoi riti, ignorandone soprattutto il ruolo comunicativo e simbolico.
Questo non per difendere in alcun modo quanto accaduto, messo in luce da critiche anche giuste, ma spesso non nel merito, con l’eccezione dell’intervento di Jessy Simonini.
La realtà poetica di una nazione è un giocattolo estremamente complesso: difficile pensare di poter dire di conoscerla bene.
Anni fa, interessato a comprendere dinamiche e tendenze dietro ad una scena poetica apparentemente informe e schizoide, chiesi ad un amico poeta di New Orleans di consigliarmi come approfondire “criticamente” la contemporaneità poetica nordamericana. Shane Manieri mi diede la risposta migliore che potessi ricevere consigliandomi di leggere gli editoriali di apertura delle varie edizioni di Best American Poetry.
Best American Poetry è un’antologia ad uscita annuale e raccoglie circa un centinaio di testi selezionati tra quelli usciti nei migliori giornali e nelle migliori riviste di letteratura del paese come anche in giornali locali o in testate meno rilevanti. È un lavoro mastodontico che David Lehman, editor della collana, ogni anno a partire dal 1988, assegna a un guest editor, responsabile della selezione così come dell’editoriale di apertura. Per l’edizione del 2018 fu scelto Dana Gioia.
Dana Gioia, classe 1950, è un poeta con un curriculum molto particolare: la sua formazione va dal più tipico Bachelor of Arts al meno comune, almeno nel mondo della poesia, Master in Business Administration. A questo curriculum studii ha fatto seguito prima una carriera nell’impresa privata e da ultimo il segretariato della National Endowments for the Arts, un’agenzia indipendente del governo federale che offre supporto, anche economico, a progetti di eccellenza nel campo delle arti. Ed è grazie a questo suo ultimo incarico che Gioia ha potuto studiare e analizzare la situazione della poesia negli Stati Uniti anche da un punto di vista che non fosse quello solo della critica letteraria.
La NSE, ogni cinque anni, redige un’indagine per avere informazioni su quello che è il pubblico della poesia. I dati del 2012 mostrano come il pubblico della poesia fosse crollato, da un 20%, della popolazione adulta nel 1982, a un 7%. C’è però un dato che sembrava andare controcorrente ovvero che il più giovane segmento della popolazione (quello tra i 18 e i 24 anni) dimostrasse un maggiore interesse verso la poesia di qualunque altro segmento anagrafico analizzato. Il report successivo del 2017 ha portato ulteriori sorprese, ovvero ha dimostrato come il numero di lettori fosse, dal 2012, praticamente duplicato arrivando al 12%. Di seguito a questi dati sono state fatte ulteriori indagini qualitative sulle modalità di diffusione e di fruizione della poesia, mettendo in evidenza come il modo principale con il quale i poeti americani ora raggiungono il proprio pubblico sia attraverso reading: siano essi in presenza di un pubblico o trasmessi dai media.
La più logica e più evidente conclusione è che i nuovi luoghi della poesia, come ad esempio YouTube, non hanno affatto rimpiazzato la poesia stampata ma hanno semplicemente amplificato l’offerta. L’interesse e il nuovo entusiasmo verso la poesia creato da questi nuovi mezzi ha infatti contribuito ad aumentare anche il pubblico per la “poesia stampata”. Questa tendenza ha cambiato la “cultura” della poesia soprattutto per gli scrittori giovani o emergenti.
L’analisi procede sottolineando come la poesia performativa così come la Spoken  Poetry non rimpiazzino affatto l’opera scritta, così che le nuove forme coesistono come approcci alternativi alla stessa arte: una focalizzata sulla “pagina”, l’altra sul “palco”. E non solo, le diverse forme si influenzano le une con le altre a tal punto che oggi è impossibile leggere poesie senza notare quanto il suono, il ritmo e la musicalità del testo siano diventate importanti. I giovani poeti del resto sono cresciuti ascoltando il ritmo, i versi e i giochi di parole dell’hip-hop e leggono i propri componimenti ad alta voce di fronte a un pubblico: l’intera loro esperienza poetica è legata alla dimensione scenica e performativa.
Non ci si deve quindi stupire di quanto le nuove forme di poesia orale influenzino profondamente la poesia tutta, perché come è sempre successo, la lingua parlata rivitalizza la parola scritta: è successo lo stesso a Langston Hughes con l’utilizzo dei suoni dell’Harlem Speech e del blues ed era successo – Gioia si lancia in questo parallelo – a Dante Alighieri quando rinunciò al prestigio del latino per la lingua italiana volgare.
Il saggio procede prendendo in considerazione il ruolo della poesia nella cultura americana e di come sia fondamentalmente paradossale. La poesia infatti sta emergendo velocemente come elemento presente nelle sceneggiature televisive nello stesso momento in cui i media tradizionali “tagliano” sulle riviste di poesia e il sistema educativo ha cominciato a dare sempre meno spazio alla poesia nel curriculum letterario. Quanto la cultura di élite ha diminuito il proprio interesse per la poesia tanto la cultura popolare sembra averlo abbracciato.
Ma il paradosso più complicato secondo l’autore di tutti è il ruolo dell’Accademia nella poesia americana. Per decenni l’espansione dei programmi accademici di scrittura ha infatti fornito un rifugio per i poeti, prima come studenti in seguito come insegnanti, dando a migliaia di essi un lavoro sicuro e ben pagato: qualcosa senza precedenti nella storia della letteratura occidentale, praticamente una versione americana del sistema imperiale mandarino. E se trent’anni fa il tipico giovane poeta insegnava all’università o nelle scuole superiori, ora la nuova generazione solitamente vive nelle grandi città (le piccole città sono spesso negli Stati Uniti, sede di prestigiose realtà accademiche) e lavora come barista, cameriere, libraio così come nei campi della medicina, della finanza e delle professioni in generale.
Tutto questo ha portato a uno stravolgimento della scena poetica: i nuovi poeti, lontani da pretese accademiche, non si devono più preoccupare della peer review e delle mode che ne influenzano lo stile per essere accettati dalla critica, anch’essa di espressione accademica.
Ora le nuove comunità includono quella parte della popolazione che difficilmente avrebbe preso parte alla vita letteraria delle università e delle scuole più prestigiose perché tenuta lontana dalla povertà, dai limiti dell’educazione, dalla lingua e della razza. Questi nuovi gruppi hanno portato nuove prospettive ed energia alla vita letteraria. Autori e pubblico appartenenti alle minoranze spesso condividono l’idea dell’importanza della letteratura e dell’alfabetizzazione attiva nel supportare l’identità, la crescita e la sopravvivenza stessa delle loro comunità: quando creare la propria letteratura diventa una questione di vita o di morte, può emergere una poesia molto diversa da quella comunemente trovata in un dipartimento di lettere.
L’effetto più evidente di questo stravolgimento sociale nel campo della creatività poetica è che non esiste più una forma di mainstream, ma solo più alternative. La miglior metafora non è quindi la morte, ma la nascita: la scena poetica americana contemporanea non è un cimitero, ma un affollato e rumoroso reparto di maternità. Gioia conclude dicendo che non c’è bisogno di spaventarsi, che la poesia non è in pericolo o almeno non più di quanto non lo sia sempre stata. Che nuove forme di poesia non cancellano, eliminano o sostituiscono le forme più classiche ma le influenzano, modificando la cultura che non è una realtà binaria ma dialettica. La poesia ha oramai tante categorie e tipologie di ascolto, tante quanto la musica popolare: ciò che va ad Harvard non porterà sulla pista da ballo alcuno a East Los Angeles… e va bene così. Tutti gli stili sono possibili tutti gli approcci aperti e sono tutti invitati: perché nella Storia non ci sono forse mai stati così tante razze, culture e stili di vita che coesistono, che configgono e che spesso si mescolano, come nell’America di oggi. Ed è per questo che possiamo dire che la poesia americana ha definitivamente raggiunto la sua fase Cole Porter: Anything goes (tutto è permesso). Metrica e verso libero non si escludono a vicenda e a prevalere è una positiva salute mentale grazie alla quale i poeti sembrano poter creare nel modo più libero nel quale l’ispirazione li possa guidare.
È una descrizione profonda e dettagliata quella fatta da Dana Gioia, un quadro che analizza la realtà poetica americana a tutto tondo, senza giudizio alcuno se non la presa di coscienza di un processo evolutivo complesso che non riguarda solamente la pratica della scrittura poetica, ma che coinvolge aspetti della vita culturale di un paese così come le sue dinamiche sociali. Gli spunti su cui ragionare sono numerosi ed in questa stessa rubrica, che comunque resterà principalmente dedicata al lavoro di traduzione, potremo affrontarli uno dopo l’altro così da poter dare prospettiva a quesiti che sono rimasti non solo senza risposta, ma spesso neppure mai realmente formulati nelle sedi appropriate.