Nouri Al Jarrah e le vaghe stelle del lutto

Un dolore non filosofico. Così Salar Abdoh ha cercato di mostrare, ad un pubblico occidentale, la tragedia da cui la raccolta di poesie Una barca per Lesbo[1] prende le mosse. Da dieci anni la Siria è inesorabilmente mutilata da una guerra condotta dal regime di Assad contro il suo stesso popolo. Popolo che da quel paese è scomparso. Difficile immaginare cosa significhi per un paese perdere, nella morte o nella fuga, fuori o dentro i suoi confini, più di metà della sua popolazione.
Lesbo è uno dei primi punti di contatto con un’Europa che ha riservato a donne, bambini e uomini, sin troppo spesso, un’accoglienza gelida. Come immaginare la fine di quella rete di salvataggio precaria, ma essenziale, che è la società che ci ospita da quando esistiamo? Come immaginare l’uccisione, la tortura e lo stupro dei nostri famigliari? Come immaginare di dover vendere tutto ciò che ci resta per sbarcare su una spiaggia con solo quello che abbiamo addosso? E con che coraggio potremmo dire che nel dolore di chi vive questo ci sia qualcosa di filosofico?
A tutto questo il poeta siriano Nouri Al Jarrah aggiunge la vita dell’esiliato. Un esilio, il suo, che perdura già da molto prima dell’inizio della guerra civile. Nato a Damasco nel 1956 e ormai una delle voci più importanti della poesia siriana e araba, Al Jarrah ha vissuto fino alla sua giovinezza in questa città, dove ha iniziato a scrivere e a militare politicamente. Dal 1986 si stabilisce a Londra, dove pubblica svariate raccolte di poesia, fonda numerose riviste letterarie e dove dirige un’importante collana di resoconti di viaggio. L’esilio per Al Jarrah aggiunge l’impotenza della distanza:

Non ero a Damasco

Non ero a Damasco quando è stata colpita dall’orrore,
non ero nella montagna e nemmeno nella valle.
Quando la terra tremava, le immagini e l’aria si fendevano
giaceva la mia mano, tremava in un’altra terra.
Sentivo un tremito lungo il corpo,
una larva si è illuminata sulla mia tempia secca;
era forse un messaggio caduto nella cassetta delle lettere?
Oppure la primavera che si rivoltava in una terra lontana?

Non ero a Damasco, non ero in nessuna strada
né in un negozio.
Non ero nella stazione dei treni,
né su un balcone che dava su un treno.
Non andavo di fretta, né andavo piano,
ero più lontano della mia mano
e dai miei occhi affogati nel tempo.
Giacevo nella terra dell’attesa,
la mia mano sanguinava.

لَمْ أكنْ في دمشق عندما جاءَ الزلزل
لَمْ أكنْ في جبلٍ ولَمْ أكنْ في سهلٍ
عندما ترجَّفتِ الأرضُ وتشقّقت صورٌ هي والهواء
كانت يدي الهامدة
تنبضُ
في أرضٍ أُخرى؛
رعدةٌ خفيفةٌ سرتْ في جسدي
وضاءَتْ يرقةٌ في صِدْغي الجاف
أهي الرسالةُ
تسقطُ
في بريدي
أمْ الربيعُ يتقلَّبُ في أرضٍ بعيدة.

***

لَمْ أكنْ في دمشق
لَمْ أكنْ في شارع
ولا في متجرٍ
لَمْ أكنْ في محطةٍ
ولا في شرفةٍ تطلُّ على قطارٍ
لَمْ أكنْ مسرعاً
ولا مبطئاً
أَبْعَدَ من يَدي، كُنْتُ، ومِنْ عيني الغريقةِ في الزمن
راقداً على قلقٍ في ترابِ الموعد،
ويدي تنزفُ.

L’assenza dell’esilio converge in quella generata dalla distruzione. Da qui emerge, luminosa e incandescente, la coscienza del dolore e, quindi, da essa inscindibile, quella della storia. Questo ricorda lo stupore delle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin: “Lo stupore perché le cose che viviamo sono ‘ancora’ possibili nel ventesimo secolo non è filosofico. Non sta all’inizio di alcuna conoscenza se non di questa: che l’idea di storia da cui deriva non è sostenibile”. Così Una Barca per Lesbo è un canto per gli oppressi in cui l’intensità lirica fa collassare tempo e mito. In ogni momento siamo a Lesbo in tutti i momenti che Lesbo ha vissuto e ogni luogo è la Siria o la Grecia, percorso da dei e rifugiati o da poetesse e fantasmi.  
Pubblicato dalla casa editrice Al Mutawassit nel 2016 in lingua araba e tradotto, oltre che in italiano, in francese, inglese, turco e, significativamente, in greco, il libro è stato composto a ridosso della crisi dei rifugiati del 2015 a Lesbo, ove Al-Jarrah si recò di persona in quello stesso anno. Come scrive Ruth Padel Lesbo è un’isola che fino al 2015, quando arrivarono quasi 379.000 rifugiati con una media di 3.300 al giorno, era famosa per tre cose: la sua foresta pietrificata, il miglior ouzo della Grecia e la poesia, in quanto, come tutti sanno, è patria della poetessa Saffo.
«Venite al buio di Lesbo, o siriani usciti dalla tavola rotta dell’alfabeto», dice Saffo nel primo poema che occupa la gran parte del libro. I rifugiati sono di oggi e allo stesso tempo antichissimi: escono, appunto, da una “tavola” (lawḥ), il supporto in argilla sulle quali è nata in Mesopotamia la scrittura. Il passato profondo della Siria è anche il nostro passato. Saffo si rivolge a quei siriani che provengono dalla stessa terra da cui, nel mito greco, la bellissima Europa era stata rapita da Zeus che per lei si era trasformato in toro. Cadmo, suo fratello, alla sua ricerca giungerà presso i Greci senza trovarla, ma donerà loro la scrittura e fonderà Tebe, città della tragedia per eccellenza. 
Non si farebbe quindi giustizia a questo libro se lo si vedesse come solamente indirizzato da un siriano al popolo siriano. Il respiro della poesia di Nouri Al Jarrah è il mondo, la sua ispirazione è il Mediterraneo. Il Mediterraneo è quella fornace in cui avviene quella fusione del tempo che cambia il senso della storia.
Un Mediterraneo, quello di questo libro, presente negli spazi vuoti della storia, della guerra, della fuga dalla guerra, tra le tombe invisibili degli annegati, tra gli incubi e i sensi di colpa dei sopravvissuti, nei giardini perduti, nel vento profumato di timo, nei rimpianti, sulle soglie di casa infinitamente vicine e distanti, nell’amore mortificato, nelle notti ad aspettare la luce di un sole che tutto illumina ciecamente, nell’intreccio di marinai, navi che non partono e divinità ingannevoli, nella storia che si costituisce in incantesimi che potrebbero essere spezzati, ma che diventano maledizioni incancellabili come i resti umani rigurgitati sulle rive della nostra coscienza.
Ho avuto la fortuna di conoscere Nouri Al Jarrah una primavera di due anni fa per un festival di poesia araba, a Milano. Una città che il Mediterraneo sembra averlo per secoli sentito controvoglia, con il suo fastidio atavico e inconfessato per l’olio d’oliva e i lavoratori immigrati del sud e che ora si trova ad accogliere questo mare come se invece fosse un sogno da sempre inseguito. Una volta in Kyrgyzstan, parlando delle difficoltà per noi italiani nell’abituarsi al kumis (latte fermentato di cavalla in otri ricavati dallo stomaco dell’animale) un locale mi spiegò che la difficoltà è forse la stessa che si ha con il familiarizzarsi all’olio d’oliva. Milano invece voleva immaginarsi un tempo abituata al burro dell’Europa che conta. Un’Europa che fa i suoi calcoli politici appoggiandosi al suo elettorato più razzista e reazionario, un’Europa che ha abbandonato in mare un numero spaventoso di esseri umani. Quella stessa Europa che ha deluso il mondo è l’Europa che non sopportava l’olio d’oliva e che ora lo ama così tanto, perché fa così bene alla salute, perché ricorda le vacanze estive e la vita chiassosa dei popoli mediterranei.

Tavola V

Ringrazio la felice Europa
con i suoi braccialetti
splendenti dei denti di schiavi,
le sue mani incatenate dalle idee
sanguinano
oro e argento.

شُكْراً لِأُورُوبَا السَّعِيدَةِ
بِأَسَاوِرِهَا
لَمَعَتْ لِأسْنَانِ الْعَبِيدِ
وَيَداهَا المُغَلَّلَتِانِ بالْأَفْكَارِ
تَنْزِفَانِ
ذَهَبَاً وَفِضَّةْ.

Qualche mese prima dell’inizio della pandemia Nouri Al Jarrah era tornato in visita a Milano. A cena oramai inoltrata eravamo arrivati a parlare di rivoluzione. «A differenza dell’Europa, in molte altre parti del mondo si parla ancora di rivoluzione», dicevo. Che cosa secondo lui era successo, gli chiesi, a partire dagli anni ’80, quando la rivoluzione divenne, negli anni, qualcosa che stava tra il dimenticato, il ridicolo e il tabù? La parola rivoluzione divenne… e cercavo la parola, ma non la trovavo. Lui mi venne in aiuto e mi disse: «poi arrivò il tempo dei corpi».
Rimasi folgorato da questa immagine. Il tempo dei corpi, cioè quando gli europei ritorsero la rivoluzione contro sé stessi e si impuntarono nella cura del proprio corpo. Più la rivoluzione scompariva dai discorsi e più si diffondeva quella tetra lotta interiore che si riassume nel motto della ricerca della propria forma fisica ideale: la sfida contro sé stessi. Uno sforzo che è solo superficialmente estetico, ma che invece è cupamente ideologico, nonché votato per definizione alla sconfitta, in cui anche vincere è perdere; perdere contro ciò che si era.
Di corpi che sono invece stretti in un abbraccio, di corpi belli perché pieni di una grazia che sfida il dolore, di corpi che non si consumano a lottare contro sé stessi, ma si dibattono per vivere contro la morte è pieno questo libro:

Tavola greca

Siriani sofferenti, bei siriani, fratelli siriani fuggiti dalla morte, voi non arrivate con le barche, ma nascete sulle spiagge insieme alla schiuma.
Siete oro puro e trapassato, oro fuso e intenso profumo.

أيُّهَا السُّورِيِّوُنَ الَألِيمُونَ، السُّورِيِّوُنَ الوَسِيمُونَ، السُّورِيِّوُنَ الَاشِقْاءُ الهَارِبُونَ مِنَ المَوتِ، أَنْتُم لَا تَصِلُوَن بالقَواربِ، ولَكِنَّكُمْ تُولَدُونَ عَلَى الشَّواطِئِ مَعَ الزَّبَدِ.
تِبْرٌ هَالِكٌ أنتم، تِبْرٌ مَصْهُورٌ وَضَوعٌ مُصَوَّحْ.

Quando si tratta del corpo delle vittime è il corpo stesso che prende voce. Così, nella coralità epica che permea l’intero libro, vi è anche la voce dell’ucciso in guerra, che canta del suo corpo, ma non chiama “corpi” quelli dei suoi figli uccisi sotto le bombe, coperti dalle macerie, velo di Maya che nasconde la verità della loro orribile morte:

L’assassinato

I
Non ho una casa per mettermi alla porta e invitarti
né ho una finestra che mi orienterebbe,
se tornassi dal regno della morte.
Nessuna luce nella finestra
né una luna notturna sopra l’albero.
L’aria che con l’odore dei campi mi ha riempito i polmoni,
ora gonfia il mio corpo con l’odore della morte.
Le immagini sono punteruoli che mi arrivano agli occhi.
Non ho casa, né tende e né letto,
e nemmeno un cuscino per dormire.

II
Non ho una casa, per avere un vicino di casa,
né madre, o sorella e nemmeno figli.
Nessuna voce – anche la più sottile – nella vicinanza,
tutto ciò che da lontano raggiunge il mio orecchio
è il rumore delle ruspe che sollevano il velo della verità
dai miei bambini accatastati dalla morte sotto le macerie.

I
لا بيتَ لي لأقفَ بالبابِ وأدعوكَ إلى البيت
لا نافذةَ لأهتدي
لو رجعتُ من الموت
لا ضوءَ
في
نافذةٍ
ولا قمرَ ليلٍ في شجرة.
  الهواءُ الذي ملأ رئتي برائحةِ الحقول
أفعمَ جسدي برائحةِ الموتْ.
  الصور تحمل المخارز وتهجم على عينيَّ
لا بيت
ولا ستائر
لا سرير، ولا وسادة نائمٍ في سرير.

II
لا بيتَ لي، ليكونَ لي جارٌ
لا أمَّ ولا أُختَ ولا أَطفالْ
لا أصواتَ
-مهما كانتْ خفيفةً-  في جوار
  كل ما أسمعه الآن من بعيد
ضجة جرافات وهي ترفع الحقائق
عن أطفالي المكدسين هم والموت
تحت الانقاض.

Oppure il corpo è il corpo della Siria intera; un corpo scritto, un corpo che diventa una tavoletta d’argilla, un corpo tradito dalle nazioni, dagli speculatori e dal cielo stesso che è di questi giorni e, insieme, antichissimo:

Sotto un cielo ingannevole

Le nazioni hanno pugnalato la tua schiena e il tuo fianco,
il collo e le spalle. Le nazioni, con pugnali sorridenti,
hanno scritto i loro nomi sul tuo corpo convulso.
Sotto un cielo ingannevole
i mercati delle nazioni sono pieni delle tue perle,
dei tuoi nomi rubati e dei sopravvissuti al diluvio.

الأممُ طعنتْ ظهركِ وخاصرتكِ،
نحركِ وكتفكِ
الأممُ، بخناجرَ باسمةٍ،
كتبتْ أسماءَها في جسدكِ المختلج تحت
سماء غادرة.
  أسواقُ الأممِ تغص بلآلئكِ وأسمائكِ المسروقة، وبالذين نجوا من الطوفان.

Lo stupore di Al Jarrah non è filosofico, è lo stupore del corpo; è attraverso questo stupore che la voce poetante fa vibrare l’enigma della violenza. Subire violenza significa essere abbandonati ad un’esistenza che è, da quel momento in poi, mutilata. La mutilazione è ciò che chi vive teme, forse, ancora più della morte:

Lamento funebre per Banat al Nash, Tavoletta Greca

Ho mandato le mie vicine a prendere l’acqua, sono andate alla spiaggia con l’acqua limpida, sono tornate con un bimbo e hanno detto che era addormentato, quando lo hanno steso sul lenzuolo, lo abbiamo trovato senza viso.

أَرْسَلْتُ شَقِيقَاتِيَ الْجَارَاتِ يَحْمِلْنَ المَاءَ، ذَهَبْنَ بِالْمَاءِ الْعَذْبِ إِلَى الشَّاطِئِ، وَرَجَعْنَ بِصَبِيٍّ قُلْنَ إِنَّهُ نَائِمٌ، وَلَمَّا مَدَدْنَهُ فِي المِلَاءَةِ، رَأَيْنَاهُ بِلَا وَجْهٍ.

Quel volto assente ci chiama a prenderci cura dello stupore che certe cose nel nostro secolo siano ancora possibili. Più di una volta, parlando con lui, è tornata la questione adorniana sulla possibilità della poesia dopo Auschwitz. Per quanto consapevole che Adorno stesso ritrattò questa sua posizione, Al Jarrah si è sempre mostrato sinceramente sconvolto dall’idea che qualcuno abbia anche soltanto immaginato che la poesia potesse essere vista come barbarie. Siamo chiamati alla poesia invece per compensare una mutilazione, come fa chi affina l’udito quando perde la vista.
Perciò, non si farebbe giustizia a questo libro se ci rifiutasse di coglierne la dimensione filosofica. Non cogliere questa dimensione ci impedirebbe proprio di vedere questo aspetto compensativo della sua poesia. Certo non parliamo di filosofia qui come una pratica analitica del pensiero, ma di un filosofar poetando che dal corpo, dal mare e dalla storia guarda al cosmo e in questo modo estende la possibilità dell’esperienza contro la mutilazione della violenza.  
Il cosmo è presente sin dal sottotitolo di questo libro: Elogio funebre per Banat Na’sh. Banat Na’ash è una costellazione o, più precisamente, un asterismo, cioè un raggruppamento di stelle che è a sua volta parte di una costellazione.  In italiano è conosciuto come Grande Carro e fa parte della costellazione di Ad-Dubb Al-Akbar, cioè dell’Orsa Maggiore.
Come scrive Mohammed Gassid nell’introduzione all’edizione italiana del libro, nella cultura popolare araba si racconta la leggenda di un uomo, chiamato Na’sh, che viene assassinato da Suhail, nome arabo della stella meridionale Canopo. Le sette figlie (banat significa “figlie”) dell’ucciso decidono di non seppellire loro padre finché non sarà vendicato. Quattro di loro portano la bara (na’sh è anche un sostantivo che significa bara o lettiga mortuaria) e le altre tre sono al seguito. In questo inseguimento le “Figlie della Bara” e l’assassino si trasformano tutti in stelle e il poema che leggiamo ne è l’elegia. Vi è qualcosa di sottile e straniante e di inevitabilmente filosofico nel cantare della guerra e dell’esodo dedicando il proprio poema ad una costellazione.

Tavola II

Ho atteso nel moto di Aldebaran il mio destino
Ho atteso che l’arco scoccasse la freccia, superasse l’indeterminato e colpisse il tallone dell’inevitabile,
e sul bordo del precipizio,
presso il grido del suicida,
ho atteso il mostrarsi delle Figlie della Bara,
ma ho visto solo stelle cadenti,
e ho creduto che i loro messaggi fossero per me.

تَرَقَّبْتُ فِي فَلَكِ الدَّبْرَانِ طَالِعي،
تَرَقَّبْتُ القَوسَ الَّتِي أَطْلَقَتِ السَّهْمَ، جَازَ الغَامِضَ، وأَصَابَ كَاحلَ القَدَرِ..
وَفِي حَافَّةِ الْجُرْفِ،
عِنْدَ صَرْخَةِ المُنْتَحِر
تَرَقَّبْتُ ظُهُورَ بَنَاتِ نَعْشٍ..
رَأَيتُ شُهُباً
تَسَّاقَطُ،
وَظَنَنْتُ البَرِيدَ بَرِيدِي.

Aldebaran, la gigante rossa che è “l’occhio” della costellazione del Toro, è anch’essa inseguitrice (ad-dabarān), ma l’inseguimento è qui invece per amore delle Pleiadi (ath-Thurayyā), che compongono la spalla del Toro celeste e che sorgono prima di questa stella. La voce poetante, in attesa mentre guarda il cielo dal suo esilio, aspetta qualcosa che riguarda il suo futuro (ṭālaʿa è anche la levata degli astri e quindi il destino che si legge nelle stelle).
Se è vero che la poesia francese non ha avuto grande influenza su Al Jarrah, è vero però che Mallarmé è di certo un’eccezione. L’attesa si volge quindi ad un un colpo di dadi, è l’attesa della freccia che superi l’oscura confusione (ḡāmiḍ) e ferisca il tallone dell’inevitabile (qadar), come nel mito dell’invincibile Achille. Il ‎ḡāmiḍ è ciò che è incomprensibile, vago, indeterminato perché oscuro, la radice ḡ-m-ḍ ha a che fare con il chiudere gli occhi. La radice di qadar invece, q-d-r, è legata al potere, all’essere in grado di fare qualcosa, ma anche al misurare e al decretare divino. Qadar si oppone quindi all’oscura indeterminatezza del ‎ḡāmiḍ, il fato preordinato che è quindi, in quanto tale, inesorabile.
L’attesa di cui si parla è quindi di un colpo degli astri che abolisca sia il caso che l’inesorabile, qualcosa che esca dai confini tragici e contradditori di cui la guerra si alimenta. A tutto questo segue il baratro dell’autodistruzione e in questo sbilanciamento si giunge all’attesa delle Figlie della Bara. Ma l’attesa sembra vana, quella distanza tra il mondo da cui queste storie di stelle provengono e la terra dell’esilio è reale e ineliminabile: davanti agli occhi della voce poetante ci sono solo meteore, messaggi forse ingannevoli.
Le vaghe stelle dell’Orsa ci mostrano come le schegge del presente trapassino la coscienza di chi vive la tragedia e si conficchino in un passato incancellabile. Il passato ripete incessante: cosa fare di questa violenza? Riflettere su questo è urgente: ciò che accade in Siria e ai rifugiati non è né qualcosa di storicamente obsoleto, né un presente che riguarda altri, è invece il nostro futuro. Abbiamo creduto per troppo tempo di essere protetti dalla guerra e dalla violenza. Siamo in ritardo di almeno dieci anni. Molte Sirie rischiano di esploderci in faccia. Che fare? Per affrontare questa domanda bisogna immergersi nel mare e guardare da sotto la sua superficie: esplorare una filosofia che finisca con la poesia, sembra dirci Nouri Al Jarrah.

[1] Nouri Al Jarrah, Una barca per Lesbo, L’Arcolaio, Bologna, 2018 traduzione di Gassid Mohammed




TRA DUE ESILI – Poeti di lingua araba: Wadih Saadeh, “A causa di una nuvola probabilmente”


wadih saadeh

Ho conosciuto Wadih Saadeh due anni fa, d’estate, ad una festa a Milano, ad una festa dove lui non c’era. D’altra parte, pochi come lui sono naturalmente schierati a favore dei diritti fondamentali dell’uomo secondo Baudelaire, il diritto di andarsene e quello di contraddirsi(1).
Il primo diritto di Baudelaire — poeta che lo ha profondamente influenzato — Saadeh lo ha esercitato o, meglio, lo ha dovuto esercitare, sin da molto presto.
Nato nel 1948 a Shabtin, un piccolo villaggio del nord del Libano, all’età di dodici anni Saadeh si trasferisce con la sua famiglia a Beirut. Nel 1962 suo padre muore per via di un incendio. Per sfuggire a questa desolazione inizia a sperimentare con la poesia, come scriverà nella prefazione di Secret Sky(2), un’antologia delle sue poesie in lingua inglese. Nel 1973, dopo il suo primo libro laysa lil massaikhwah (“La sera non ha fratelli”) si trasferisce una prima volta in Australia. Lavora come giornalista e vive ancora a Beirut, Londra e Parigi. Nel 1988 si trasferisce definitivamente in Australia, ove vive tuttora.
Arak significa sudore, in arabo, ma è anche un tipo di acquavite; gocce del sudore della distillazione di uva in fermentazione, lasciata prima addolcirsi al sole: caldo su caldo. Con un significato ben diverso, lo stesso si potrebbe dire delle sere di luglio a Milano. Caldo su caldo: caldo dei condizionatori, caldo delle auto, caldo dei mattoni, caldo del cemento e caldo dell’acqua che galleggia nell’atmosfera.
Nonostante provenga da un calore esponenziale, l’arak, ghiacciato e bianco opaco com’è, diventa un nettare polare che contrasta la stretta dell’afa con la sua leggerezza indefinita. In questo fluttuare freddo che recupero al terzo sorso mi imbatto in Wadih Saadeh, in forma di libro. Una copertina bellissima, nera, con la foto di una nuvola bianca e densa. Sopra alla nuvola, a sinistra, è scritto, sempre in bianco, “A causa di una” e sotto, a destra della nuvola, “probabilmente”. La nuvola, il soggetto che causa non si sa cosa, è assente come parola scritta: un fotogramma che è un pittogramma. La parola è, chissà, diventata vapore o, forse, il fotogramma la copre soltanto ed essa rimane in un’intercapedine immaginaria prima del resto libro.
I libri stampati da Khaled Soliman Al Nassiry sono libri che escono dagli occhi e dalle mani di un poeta che è un editore e che è anche un grafico. A causa di una nuvola probabilmente, uscito nel 2018 per i tipi di Muta — la collana in lingua italiana di Al Mutawassit — come tutti i titoli pubblicati da Khaled è non solo stato da lui scelto, ma anche da lui personalmente disegnato. Ogni immagine scaturisce da un rapporto intimo che interseca autore, editore e contenuto e si incastona a sua volta in un mosaico di cento libri ogni anno.
Sul retro di copertina quattro versi da “Partenza” fondono in un’unica situazione i due diritti di Baudelaire:

Toccò la porta di casa e partì,
lasciando un fiore nel foro della serratura
e sul tetto una nuvola
di sguardi.

Su questo libro, uscito per la prima volta a Beirut nel 1992, Mahmoud Darwish ebbe a dire che era una delle raccolte più importanti di poesia pubblicate negli ultimi anni(3). Saadeh fa parte di una generazione di poeti libanesi sconvolta dalla guerra, una generazione che rompe con le forme poetiche delle precedenti e abbraccia definitivamente la poesia in prosa (qaṣīdat al-naṯr).
Come fa notare Wael Farouq nel suo penetrante saggio introduttivo, il dibattito nel mondo arabo sulla qaṣīdat al-naṯr non può prescindere dal carattere di rifiuto della tradizione che è non solo un rigetto delle forme metriche classiche, ma anche del mondo stesso da cui esse sono sorte. Concepire però questa scelta formale solo come un atto di ribellione è, secondo Farouq, riduttivo e la poesia di Saadeh ne è un chiaro controesempio:

Nell’esperienza poetica di Wadih Saadeh, di oltre quattro decenni, non c’è ribellione. La qaṣīdat al-naṯr, nel suo caso, è un confine fra due mondi, o fra due inferni. La sua poesia è una via sottile fra gli abissi del sé, una volontà sospesa, una contraddizione insanabile. Se si dovesse ridurre la qaṣīdat al-naṯr a una parola sola, si dovrebbe scegliere proprio “contraddizione”. Tale poesia non porta forse la propria contraddizione nel suo stesso nome? […] qaṣīdat al-naṯr (lett. “la poesia della prosa”) significa che la prosa è poesia. Naṯr [prosa], in arabo, significa anche “dispersione”, “sparpagliamento” […], mentre qaṣīda [che indica un tipo di componimento poetico] viene da qaṣada, cioè “dirigersi verso una meta”, “avere uno scopo preciso”, un’ulteriore contraddizione.(4)

La “poesia della prosa” è quindi un’assunzione della contraddizione, il secondo diritto di Baudelaire, forse non a caso. Della contraddizione Saadeh sembra prendere l’aspetto più spinoso, l’impossibilità.
Si racconta che in una lezione Wittgenstein tracciò sulla lavagna il disegno di un meccanismo fatto di tre ruote dentate, costruito cioè in modo tale da essere impossibile muoverne gli ingranaggi. In modo simile, continuava Wittgenstein, potremmo considerare il caso di chi ordina a qualcuno di abbandonare e non abbandonare la stanza in cui si trova. Anche qui la reazione che possiamo attenderci è il blocco(5).
Il restare intrappolati in una stanza — situazione sperimentata in quest’ultimo anno ad un livello mai visto — è affrontato invece da Saadeh attraverso una leggerissima linea di fuga posata tra immaginabile e inimmaginabile, in cui figura non l’io, ma la terza persona singolare, una linea a cui è assegnato il compito tragico di reggere il peso di una fuga impossibile, come nella poesia “Una vita”:

[…]
Disegnò una stanza,
nella stanza mise un letto
e dormì.
… e quando si svegliò, disegnò un mare,
un mare profondo
e annegò.

Non vi è qui alcun meccanismo e, soprattutto, alcun blocco. D’altronde, anche per Wittgenstein questa idea è forviante. Potremmo infatti immaginare che l’ordine assegnato voglia in realtà dire: “lascia questa stanza con fare esitante”. Inoltre — continuava Wittgenstein, sfidando la nostra intuizione — finché non viene individuata, una contraddizione non necessariamente è dannosa, anche nel caso un calcolo matematico. Famosa però è la risposta che Alan Turing, a quel tempo suo studente, gli diede:

Turing: Il danno reale non si manifesterà a meno che non ci sia un’applicazione, nel qual caso un ponte potrebbe crollare, o qualcosa del genere.
Wittgenstein: Ah ecco, questa idea del ponte che crolla se c’è una contraddizione è importantissima. Ma sono troppo instupidito per cominciare a discuterne ora; ne parlerò la prossima volta(6).

Wittgenstein ne parlò nelle lezioni successive, ma si era addentrato in un territorio in cui la complessità e la semplicità si intersecano e producono immagini sfuggenti. I criteri per cui una contraddizione ci blocca, fa crollare un ponte oppure ci conduce fuori dalla stanza con fare esitante sembrano diventare tanto più cangianti ed elusivi quanto più riflettiamo sopra di essi. Un’altra impossibilità, dunque, o forse la stessa, come decidere?
Questo è per Wittgenstein il problema filosofico(7), il suo nucleo oscuro, mai abbastanza sottolineato dagli studiosi; è cioè il problema che ha per eccellenza la forma: «Non mi ci raccapezzo». Quest’espressione in italiano suggerisce una situazione in cui non si riesce a mettere insieme gli elementi di un problema, mentre in tedesco sottolinea che quel certo problema va al di là delle nostre competenze o capacità(8).
Dinanzi alla contraddizione la poesia di Saadeh diventa invece acqua. Secondo Farouq questa sostanza onnipresente, inafferrabile e multiforme è per Saadeh «tema, tecnica e sguardo sul mondo», ma anche l’acqua pone i suoi enigmi.
Questo gli artisti lo sanno bene, il mare va al di là della mano. In apparenza così semplice, sembra al tempo stesso più cangiante ed elusivo di qualsiasi contraddizione. La mano si perde nel rappresentarne gli innumerevoli riflessi, la dinamica caotica delle sue onde o il vertiginoso senso di profondità generato dalle sue trasparenze.
Il disegno diventa un paradosso per la mano e forse proprio per questo la via d’uscita dalla stanza di Saadeh è disegnare l’abisso. “L’universo attraversa la mano, si riversa nell’abisso”, scrive Edmond Jabès(9) e in Saadeh è alla mano che è assegnato questo compito. Così è una mano, quella del sole, che cerca un ago per ricongiungere le ombre di chi si allontana verso l’acqua (in “Ombre”) ed è con le mani che ci si aggrappa alle rocce e si diventa conchiglie (in “Direzione”). Infine, anche i morti diventano sensibili al tocco delle mani (in “Una cosa sulla soglia”).
Saadeh tiene l’inconcepibile tra le dita. Questo ho avuto modo di vederlo anche la prima volta che l’ho conosciuto davvero, nell’ottobre del 2018, nel cortile dell’Università Cattolica, poco prima che iniziasse una serata a lui dedicata. Naturalmente, quella sera era lì con noi ancora meno di quando lo si legge. Certo, questo vale per molti poeti, ma in Saadeh la sua stessa presenza è una forma di assenza che però è leggera, è quasi una vicinanza.
Nel brillare dei suoi occhi sembra di cogliere una dolcezza il cui mistero è che non c’è alcun mistero. Vederlo muovere le mani mentre parla o scherza è vederlo ballare, strappa il sorriso.
Saadeh è un uomo che balla sulla tragedia con gentilezza.

Una domanda a Wael Farouq

Come anticipato nell’editoriale, per ogni appuntamento di questa rubrica verrà fatta una breve intervista al professor Wael Farouq, poeta che insegna letteratura araba all’Università Cattolica di Milano.

Nel tuo saggio hai individuato nell’acqua un elemento fondante della poetica di Saadeh sia come risposta alla contraddizione e alla tragedia, sia da un punto di vista formale, nella sua scelta cioè della prosa. La prosa è onnipresente, inafferrabile e multiforme, come l’acqua, ma l’acqua, come la prosa, porta con sé suoni, ritmi e musica. Trovi che vi siano delle associazioni di questo tipo nella poesia di Saadeh?
Il ritmo della poesia in prosa (qaṣīdat al-naṯr) è come l’acqua: non ha forma, prende quella dello spazio che occupa, per farsi contenere e avvolgere. Il ritmo della poesia in prosa trascende la fisicità della voce per giungere al proprio significato: reggendosi sul ritmo dell’esperienza umana, con i suoi rivolgimenti appassionati e liberi, ha sottratto la poesia all’ordine rigido, affrancandola. Ha cancellato la subordinazione del ritmo dell’esperienza a quello della metrica. Si è disfatta delle immagini preconfezionate e dei toni altisonanti per concentrarsi sulla particolarità dell’esperienza, la particolarità del timbro poetico e la particolarità dell’esecuzione. Ha superato il concetto retorico di immagine per passare a un concetto visuale e ha sprigionato la voce interiore profonda per bearsi della libertà assoluta. Si è alleggerita dall’emozionalità chiassosa, a lungo associata alla metrica ritmica, per dedicarsi ai dettagli della realtà. Ha sostituito la memoria cognitiva con la memoria visiva.  Si è concentrata sul nostro vissuto, sull’essenza delle cose nella loro presenza fisica viva. Ha sfruttato le energie illimitate della narrazione poetica, aggrappandosi all’intimo umano, al sensoriale, al sé della persona, persino nei suoi stati più fragili, con un timbro poetico più soggettivo e umano.

Ombre

S’allontanarono verso l’acqua
calando dai loro monti come morbide ombre
per non risvegliare l’erba.
Alcune ombre, passando per i campi,
si staccarono da loro e s’addormentarono là,
altre s’aggrapparono alle rocce, si tesero
e li riportarono a sé.

S’allontanarono, finché giunsero
all’acqua stremati,
sopra di loro il sole era in cerca di un ago
per ricongiungerli alle ombre.

ظلال

زحلوا نحوَ الماءِ
منحدرين من جبالهم ظلالاً ناعمةً
لئلاَّ يوقظوا العُشب.
خيالاتُهم حينَ مرَّتْ على الحقولِ
فارقَهُمْ بعضُها ونامَ هناك
وخيالاتٌ تشبَّثَتْ بالصخورِ وانمغطَتْ
وأعادتْهم إليها.

زحلوا حتَّى وصلوا
إلى الماءِ مُنهكين
وفوقَهم كانتِ الشمسُ تبحثُ عن إبرةٍ
لتُعيدَ وَصْلَهُم بالظلال.

Una cosa sulla soglia

Era morto ma era
sensibile al tocco
dei loro polpastrelli sulla fronte.
Lo posarono in centro alla casa
su un letto che avevano affittato, simile a quello
che avrebbe voluto comprare.
Lo posarono e vestirono con abiti
simili a quelli delle vetrine della città.
Quando lo portarono via,
uscendo di casa, lasciò
una cosa strana sulla soglia
e ogni volta che entravano
rabbrividivano senza saperne il motivo.

شيء على العتبة

كان ميِّتًا لكنَّهُ كان
يُحِسُّ أناملَهُم على جبهتِهِ
أسْبَلوهُ وسطَ الدار
على فراشٍ استأجروهُ وكانَ
يُحِبُّ أن يشتري مثلَهُ،
أسبَلوهُ وألبسوهُ ثيابًا
رأى مثلها في واجهاتِ المدينة
وحينَ حملوه
تركَ وهو يغادرُ البيتَ
شيئًا غريبًا على العتبة
وكانوا كُلَّما دخلوا
يرتجفونَ ولا يعرفونَ السبب.

Parole

Le parole che ha detto
sono sulle sedie, nella credenza, sui letti, sul muro.
Hanno portato una domestica per pulire casa,
ha pulito mobili, pentole, pietre,
hanno portato vernice,
hanno portato voci nuove,
ma continuano a sentirle.

كلمات

الكلماتُ التي قالَها
على المقاعدِ، في الخزانةِ، على الأسِرَّةِ، والجدار
جلَبُوا خادمةً نظَّفَتِ البيتَ
نظَّفَتِ الأثاثَ والأواني والحجارة
جلَبُوا طِلاءً
جلَبوا أصواتًا جديدةً
وظلُّوا يسمعونَها.

Partenza

Toccò la porta di casa e uscì,
lasciando sulla serratura un po’ dei suoi respiri.
Vide le due che lo guardavano:
la serratura che chiudeva dietro di sé l’ululare della notte
e la porta attraverso le cui fessure
sorgeva il mattino.
Le vide dissolversi e ridiventare
legno secco e massa arrugginita,
vide i muri tornare alle montagne,
pietre sole e tristi,
il compressore sul tetto tornare
roccia in un bosco lontano
e il soffitto che d’inverno piangeva qualche lacrima
scrosciare acqua come una scogliera disperata.

Toccò la porta di casa e partì,
lasciando un fiore nel foro della serratura
e sul tetto una nuvola
di sguardi.

رحيل

لمسَ بابَ البيتِ وخرج
تاركًا على القِفْلِ بعضَ أنفاسِهِ
رآهُما ينظرانِ إليه:
القفلُ الذي كان يحبسُ خلفَهُ عُوَاءَ الليل
والبابُ الذي كان الصباحُ
يطلعُ من شقوقِهِ،
رآهُما يتحلَّلان ويعودان
يباسًا على الطريقِ وكتلةً صدِئَة
ورأى الحيطانَ ترجعُ إلى الجبالِ
أحجارًا وحيدةً وحزينة
والمَحْدَلَةَ على السطحِ تعودُ
صخرةً في غابةٍ بعيدة
والسقفَ الذي يَدْمَعُ دمعتيْن في الشتاء
يهطلُ مثلَ جُرْفٍ يائس.

لمسَ بابَ البيتِ ورحلَ
تاركًا زهرةً في فتحةِ القفل
وفوقَ السطحِ غيمةً
من نظراتِهِ.

Compagni

Era seduto sul balcone
cercando di stringere la mano a un vento
che scherzava coi suoi capelli,
disse: Mano!
quando il vento agitò la rosa,
quando il cielo lampeggiò, disse: Sguardo!
e disse: Dev’essere un sorriso
sfuggito in aria, un giorno, dalla bocca di qualcuno,
forse ora arriverà
a sedersi qui con me.

Era seduto sul balcone
cercando di rievocare volti
per riempire attorno a lui
le sedie vuote.

رفاق

جلسَ على الشرفةِ
مُحاولاً أنْ يصافحَ أصابعَ ريحٍ
تَلْهو بشَعْرِهِ،
قالَ: يدٌ
حينَ هزَّتْ الريحُ الوردةَ
حينَ ابرقَتِ السماءُ قالَ: نظرةٌ
وقالَ لا بُدَّ بسمة
افلتَتْ من ثغرٍ ذاتَ يومٍ في الهواء
وقد تَصِلُ الآنَ
وتجلسُ معي.

جلسَ على الشرفةِ
مُحاولاً أن يستعيدَ وجوهًا
ليملأَ حواليهِ
المقاعدَ الفارغة.

Una vita

Stava per lo più facendo passare il tempo,
disegnò un vaso,
disegnò un fiore nel vaso
e dal foglio salì una fragranza.
Disegnò un bicchiere d’acqua,
bevve un sorso
e innaffiò il fiore.
Disegnò una stanza,
nella stanza mise un letto
e dormì.
… e quando si svegliò,
disegnò un mare,
un mare profondo
e annegò. 

حياة

كانَ، تقريبًا، يبدِّدُ الوقتَ
رسمَ إناءً
رسمَ زهرةً في الإناء
وطلعَ عطرٌ من الورقة،
رسمَ كوبَ ماء
شربَ رشفةً
وسقى الزهرة،
رسمَ غرفةً
وضعَ في الغرفةِ سريرًا
ونام
… وحينَ استفاقَ
رسمَ بحرًا
بحرًا عميقًا
وغَرِقَ.

Direzione

Le corde ci seguirono verso il mare, con il bucato dimenticato
steso sopra,
alcuni compagni caddero
fra gli alberi di fichi,
alcuni fra la soglia e la porta, e sotto le mensole.
Ci incamminammo e lasciammo
sulle corde vestiti,
sui muri pezzi dei nostri corpi.
Quando entrammo in mare
ad alcuni spuntarono squame,
altri si aggrapparono alle rocce
e diventarono conchiglie.

وجهة

تَبِعَتْنا الحِبالُ في اتِّجاهِ البحرِ، مع غسيلٍ نَسِيْناهُ
منشورًا عليها
وكَبا منَّا رفاقٌ
بينَ شجرِ التِّينِ
كَبا رفاقٌ بينَ العَتَبَةِ والبابِ، وتحتَ الرفوف
مشيْنا وترَكْنا
على الحِبالِ ثيابًا
وعلى الجدرانِ قِطَعًا كانت لأجسادِنا
وحينَ دخَلْنا البحرَ
نبتَتْ لبعضِنا حراشِفُ
وبعضُنا تشبَّثَ بالصخورِ
وصارَ صَدَفًا.

 Testi tratti da Waadih Saaeh, A causa di una nuvola probabilmente, traduzione a cura di Elisa Ferrero e Wael Farouq, con un saggio di Wael Farouq, Muta, Milano/Baghdad 2018

La voce di Wadih Saadeh


Qui è possibile vedere un’intervista al poeta dove legge alcuni suoi testi — con traduzione in italiano — in occasione dell’evento “Poesia, migrazione e identità linguistica” a lui dedicato dall’Università Cattolica di Milano il 30 ottobre del 2018.




Tra due esili – Poeti di lingua araba | Editoriale

tra due esili

Questa rubrica è figlia di un incontro fortuito di una sera di maggio di più di due anni fa, nel cortile interno di una casa di ringhiera di un locale sui Navigli. Nonostante fosse primavera inoltrata, in quei giorni era tornato il freddo. Il posto, comunque, era pieno di gente. Prima di questo esilio diffuso causato dalla pandemia ogni maggio si poteva godere della libertà di sentirsi in trappola anche a restare una sola sera a casa. Una pioggia tanto improvvisa quanto violenta costrinse me e la persona con cui ero a rifugiarci sotto l’unica tettoia disponibile, dove però i tavoli erano già tutti occupati. Solo in uno erano rimasti due posti liberi, risicati, sulle panche.

Chiedemmo ospitalità e fummo accolti. A quel tavolo sedevano Khaled Soliman al-Nassiry, poeta, regista e editore italo-palestinese, Emad Ahmad, poeta e traduttore siriano, Ghayath al-Madhon, poeta siriano, Hassan Blasim, scrittore iracheno e Yousef Wakkas, siriano, traduttore e scrittore in arabo e in italiano. Quella sera imparai che essere poeti non significa per forza ridere meno degli altri. Una liberazione. Iniziammo così a parlar male di cucina italiana. Questa piccola dissacrazione, in cui con il paradosso si centrava il punto vivo di una vera dialettica del rispetto, era inframmezzata da osservazioni sulla poesia che mi fulminavano. Inaspettatamente mi trovavo con alcuni degli esponenti più interessanti e innovativi della poesia e della letteratura in lingua araba.

Ghayath al-Madhon e Hassan Blasim erano in visita a Milano per ragioni letterarie, ma gli altri vivevano lì, a dieci minuti da casa. La seconda sera che li vidi chiesi ad Emad, come di sfuggita, con la timidezza degli innamorati, perché secondo lui sin da subito avevamo legato così bene. Faccio fatica a scriverlo – ma devo, ne va della prospettiva necessariamente accidentale di questa rubrica. Anche tu, come noi, sei un traumatizzato, mi rispose.

Ci vedevamo sempre più spesso, scambiandoci cene a casa l’uno dell’altro. Presto iniziai a frequentare anche la casa editrice di Khaled, al-Mutawassit (“Il Mediterraneo”, in arabo). Con una prospettiva che è eccentrica non solo per via della sua sede, Milano, Al Mutawassit è la novità del mondo arabo. Da lì, infatti, avrei visto passare centinaia fra poeti, intellettuali e scrittori provenienti da decine di diversi paesi. In quei primi giorni non si smetteva mai di parlare di letteratura e di rivoluzione, di esilio e di guerra. Arrivavano così idee e progetti.

Insieme a tutto questo, che era già molto di più di quanto si potesse sperare dal puro caso, si creava un mondo riempito dal vivere assieme le cose più ovvie.
Nel giro di pochi giorni, ad al-Mutawassit, noi quattro ci alternavamo alla preparazione di piatti italiani, palestinesi o siriani, fedeli così al piacere dei piccoli paradossi. Da al-Mutawassit partivamo per andare a ritirare casse di libri, ma anche per aiutare uno di noi a fare un trasloco o anche solo per accompagnarlo a fare una visita dal medico o per il rinnovo di un documento. Soprattutto, ad al-Mutawassit, partecipavo ad un mondo in cui non si smetteva mai di parlare di niente. È così, credo, che si diventa fratelli.

Questa rubrica non è una rubrica di poesia araba, è una rubrica di poeti arabi, visti con quell’apprensione felice di chi gode di un incontro fortuito; poeti con cui ho avuto la fortuna di vivere e di viaggiare in Italia o nel Vicino Oriente, di partecipare a conferenze, fiere di libri, letture di poesia e dibattiti culturali presso Università arabe e italiane; poeti per i quali ho scritto saggi e pubblicato i miei testi e da i quali ho avuto il privilegio di essere intervistato e sfidato nelle mie convinzioni. Il privilegio più grande è stato per me però quello di ridere, di venire a contatto con un senso dell’umorismo che mi fa ridere fino a soffocare, ma anche quello di piangere, come una sera d’autunno a Ramallah, ai margini di una festa, dopo l’ennesimo posto di blocco, tra spari incerti in lontananza. Ogni risata, ogni lacrima si accompagnava alla scoperta di una nuova tonalità, di una diversa possibilità espressiva che a loro volta generavano diramazioni inaspettate di immagini e parole.

Questo è uno spazio dove il lettore incontrerà poeti di lingua araba, devi essere concreto, specifico, parla di come tu hai conosciuto queste persone, lascia che sia io, in caso, ad occuparmi di questioni tecniche; per favore, non cadere anche tu in questo luogo comune, “la poesia araba”, così, sacrosanto, mi diceva Wael Farouq, mentre discutevamo sulla direzione da dare a questa rubrica. Professore di letteratura araba alla Cattolica di Milano, Wael Farouq è uno degli intellettuali più attenti alle inquietudini e alle esplorazioni della letteratura contemporanea, non solo in lingua araba e uno dei maestri a me più vicini in questa scuola di complessità e sensibilità scaturita da un colpo di dadi.

Avere il privilegio di dividere i propri giorni con qualcuno che proviene da un universo culturale come questo significa sperimentare l’immensità del compito di intuire di questo universo anche solo l’ampiezza. Dalla radice di un verbo còlta una conversazione si riverbera un lampo che si riflette su altre catene di parole in cui – ti viene spiegato incidentalmente – ciascuna sfumatura di senso si rifrange sulla superficie di migliaia e migliaia di pagine dove canti, poesie, riflessioni, abitudini, discipline e ricerche viaggiano in un tempo più vasto di uno spazio che con scambi, conquiste ed esili copre tutti i continenti.

Questa rubrica crede nell’importanza del suono, inevitabilmente dipendente dal tempo. In questo modo la poesia ci ricorda che essa esiste anche come forma di incontro che fa vibrare cose e persone e che esiste da molto tempo prima che la scrittura, sorta per tenere i conti delle amministrazioni degli stati, fosse inventata. I testi del poeta, tradotti in italiano, verranno quindi affiancati da alcuni recitati in lingua originale.

Questa rubrica è un dialogo e non potrebbe essere altrimenti, vista la sua natura contingente. Per ciascun poeta verrà così posta al professor Farouq una domanda, alla ricerca di qualche nuovo riverbero in questo universo così complesso. Questo dialogo talvolta coinvolgerà il poeta stesso, che risponderà ad alcune brevi domande.

Questa rubrica si chiama Tra due esili. I poeti che ho conosciuto quella sera e negli anni successivi sono di fatto degli esiliati, ma degli esiliati di successo. Questo non tanto perché nel mondo delle lettere arabe e non solo godono di un riconoscimento pubblico, ma perché vivono questa condizione dell’esilio al di là di se stessi. Eduard Said, nel suo Le rappresentazioni dell’intellettuale, scrive che la dimensione dell’esilio è intimamente connessa ad un’azione sociale e artistica che sia davvero significativa e che questo vale anche per chi non è costretto ad una forma di isolamento dal proprio paese per circostanze politiche.

L’esilio diventa dunque una metafora che questi poeti hanno declinato ognuno a modo proprio, ma sempre, come dice Said, nel quadro di una doppia prospettiva, quella del luogo provenienza e quella del luogo arrivo o, si potrebbe aggiungere, del luogo di passaggio, perché l’esilio è una forma sofisticata di abbandono in cui la contingenza diventa occasione di una ricerca artistica che pone in dubbio le forme consolidate del vivere e dell’agire. Operazione, questa, solo in apparenza più semplice per chi è un esiliato di fatto. Tra due esili è quindi una rubrica di prospettive oblique, di contrasti tra esili immaginari ed esili reali, di impressioni personali e partigiane.

Famosa è la frase di Henri Cartier-Bresson per cui fare una fotografia è mettere la testa, gli occhi e cuore sullo stesso asse. Nulla come il modo di vivere che ho respirato in questi due anni scompagina questa posizione. Gli occhi, le teste e i cuori sono innumerevoli e gli assi sono infiniti e in ogni direzione.

Questa rubrica inizierà l’anno prossimo, nella speranza di imparare qualcosa da quest’anno di esilio di massa.

Questa rubrica verrà inaugurata a gennaio dal grande poeta esiliato Wadih Saadeh, nato negli anni quaranta, libanese e australiano. A febbraio verranno presentati testi di Nouri al-Jarrah, siriano e britannico, della seconda metà degli anni cinquanta e, a marzo, di Khaled Soliman Al Nassiry, palestinese e italiano, nato alla fine degli anni settanta – tre generazioni, tre declinazioni della contingenza.

Tutti e tre questi poeti hanno vissuto, amato e sofferto anche a Milano.

Emanuele Bottazzi Grifoni