Giannino di Lieto: “Opere” e conversazioni sull’autore

Giannino di Lieto (Minori, 1930-2006) si è distinto per l’arte poetica e figurativa, alla quale ha dedicato la sua intera vita.
Di seguito sono proposti alcuni estratti dal volume Opere (Interlinea Edizioni, 2010) insieme al dialogo tra il figlio Giovanni Maria Di Lieto e Livio Partiti, fondatore e conduttore del podcast “Il posto delle parole”: un percorso fatto di suggestioni e visioni che mira a ricostruire un ritratto vivo, costruito “per impressioni”, dell’autore.
Coloro che vorranno ascoltarne il racconto possono seguire il link sotto riportato:
 
Giovanni Maria Di Lieto “Opere di Giannino Di Lieto”: 
 
https://ilpostodelleparole.it/libri/giovanni-maria-di-lieto-opere-di-giannino-di-lieto/
 
Come immagine di copertina e in coda si riportano due opere visive dell’autore.
 

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Da Opere (Interlinea, 2010).
Al termine di ogni poesia è indicata la raccolta di provenienza.
 
Ragazze in bilico
 

Donne giovani forse
senza volto senza corpo le voci
una voce in vena di canzonare
cela l’abbaglio di una farfalla di notte
alla luce immolarsi come valore semiotico
dei balbettamenti runici o
la ricerca assidua di liberazione
da un androne semibuio della fabbrichetta:
siamo divisi da un canale di acqua livida
contenuta fra l’erba palustre e il ciglio della strada
lungo una mattinata tersa.

da Poesie e racconti (2005-2006)

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Deduzione al blu

Prevedendo una nana bianca non congiunta in abbandono
decade a giochi di chilometri sotto una cinta mineraria
come affascinati raccoglie in tracce di costellazioni
un regno di bellezza senza dubbi appollaiati all’orlo
messaggi di silenzio ruotano a conforto semplici pietre
disposte in cerchio hanno misteri di comunicazione al cielo
un turno di idee per vincere uno spazio vuoto nell’oscurità
nonostante trasparenze proprie del nuotatore subacqueo
contempla eventi lontani dove strappa storie dal cuore
una raffica come un’enorme nave dai boccaporti chiusi
il tempo di prendere contatti altri angeli o dèmoni
forniscono una base per decifrare codici agli uomini verdi
viaggiatori di una grande solitudine una stella il nostro carro
sconta la popolazione delle nubi tranquillo annichilire al rosso
non è più vicino di un castello medioevale tuttavia (Lapo)
riesce ad arretrare fino a noi deduzione al blu
òvvia come una palla di fuoco corre lontano perché
il cammino degli occhi è curvo così la frombola catturando vortici
si sente stanca, appare la gravità un manubrio
in scala d’altissime velocità per una geometria di maschere.

da Punto di inquieto arancione (Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1972)

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Punto di inquieto arancione

Dove fu che il fiore genera di sé un’esistenza colma
isole di corallo come una menzogna su meridioni azzurri
magnifici scarabei poi una voragine bisogna uscire dalla casa
salga un gran chiasso dopo una festa ogni lasciarsi indietro
la sorte in luce diviene forma passeggera e quanto è dato
controdanza in borse di seta almeno piume avanzeranno
con alti e bassi da salde radici è stato cespuglio
un gioco per fulmini si beve i guadagni di un giorno
a quel grumolo si tengono appoggiati masticando foglie
finché da una brocca il vento discorre ghirlande
sul capo i fanciulli spargono semi vestiti di bianco
svolazzassero di notte il sogno doveva essere completamente arso
sarà scacciato con fumo di spina alba.

da Punto di inquieto arancione (Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1972)

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Padre

separazione come accusa la parte una stella sassi e conchiglie
mansueti sentieri dormendo ancora solo esperienze del padre
vissute ormai scrittura in quella traccia di un “O” nel buio
dolci gocce d’erba cubo del bosco non più di una fiamma indietro
rifugio altalene magiche anelli con la spiga diamante dei passaggi
ciascuno senza fatica sottrae la corte al bianco semi sulla testa
anfore del fiume al suo dominio fino al punto che fu terra anche
una piazza una strada figure di animali secondo soldati a equinozi
li portiamo dopo averli raccolti piccolo ibis riceve le mani
dal mutare delle foglie uomini in uso dei tatuaggi percorsi
neppure città intorno freddissimo rischiato inizio dalle cime.

da Racconto delle figurine & Croce di cambio (Salerno, 1980)

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Mater

Nella vecchia casa
coi muri scambiati
sabbia e scoglio
aspetta una mamma
in mano un rosario
che venga qualcosa
di là dal mare
una barca
una vela
una voce il vento porterà
d’antico amore
di grotta in grotta
fluttuanti
per ombre
cocenti di giorno.

da Poesie (Padova, 1969)

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Isole da costa

Incrostate interpretazioni in un armadio di mineralogia
a raffigurare sogni per un’alba di sentinelle
affiancati dai turni rami di sangue a guisa di remi
un’infinità di voci emerse saldamente bianche
per incredibili rive inclinazione d’isole
vulcaniche scintille fioriscono l’identico colore
succedersi da quelle alture detriti rapaci
come parole di ferro con pazienza decifrate
preparano mutazioni, qualcosa di deciso già rabbrividente
perché i tonfi rispondono allo scorrere dei chiavistelli.

da Punto di inquieto arancione (Nuovedizioni Enrico Vallecchi, 1972)

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Nascita della serra

tavole del centro non stile non gesto una conchiglia di cintura
chiuso l’apparenza perlustrare un insetto ogni ticchettio ogni passo
porta la maschera semi dell’appropriarsi un fiore raggi anche del fulmine
per acqua sollevato sonno causa di movimento ventaglio con remi
si adempie sopracciglia lunghe bende nella rosa l’altro traccia piena
ciottoli a luogo rotondo non coscienza volto simile alle vene dopo fuoco
per girasoli come cosa comune nomi sbocci alla sua stagione specchio
un gradino dell’erba né diverso le maniche fuori cadono soffio
catena delle foglie pioppi altissimi pupille quell’ansia barlume ala dei bracci.     

da Nascita della serra (Edizioni Geiger, 1975)

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Modigliani, mi pare

a mia Madre

Illuminato – È ora di stringere – un imbarco lieve
così balaustra delle prime luci Occidente
platealmente happening al colmo noi loro quelli niente
verrà dato per notizia il giorno un cadavere con belletto
seme nato dall’acqua ombre da ombra diverbi per scambio
un danno di nostalgia illeggibile T una Natura morta
colonne ioniche a concetto clamorose cecità del fuori spazio
                                                                                   non in un libro
le quinte dialettali una croce a pagina pellegrinaggi
della Curia preghiere aggiunte il carro a sponde
delle storie macchinose cede a sollievo un dramma
di dominio pubblico cavalli imbizzarriti sull’asse di sinistra
il patto delle tavole ornamento ogni addio Giovinetta
dal Cammeo ogni differenza inferiore al rosa.

 da Le cose che sono (Masuccio & Ugieri, 2000)

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Giannino di Lieto, originario di Minori, sulla Costiera Amalfitana in provincia di Salerno (1930-2006), è stato un poeta lontano dalle mode letterarie e al di fuori dei comuni moduli della poesia italiana. Approdato alla letteratura con Poesie (Rebellato, 1969), ha pubblicato, tra molteplici raccolte, Punto di inquieto arancione (Vallecchi, 1972). Medaglia d’oro al premio LericiPea, ha ricevuto diversi riconoscimenti tra cui il premio della cultura della Presidenza del Consiglio. Numerose anche le opere di poesia visiva inserite in mostre nazionali e internazionali. Il volume Giannino di Lieto, la ricerca di forme nuove del linguaggio poetico ha raccolto interventi e inediti dopo il convegno dedicato alla sua memoria nel 2007 nella nativa Minori. Le sue Opere sono state pubblicate da Interlinea nel 2010.

 

 





Su “Verso la ruggine” di Prisca Agustoni

Verso la ruggine

Secondo Reginald Horace Blyth, specialista della cultura nipponica, la parola sabi deriva dal verbo “arrugginirsi” in giapponese, un verbo che evoca il passaggio del tempo, un tempo di solitudine e profonda malinconia, che ritroviamo soprattutto nella stagione autunnale. Un dettaglio che sembrerebbe non correlato al contenuto di questa raccolta, in cui non ci viene precisata alcuna stagione e preferiremmo usare piuttosto la parola “disperazione” o “tragedia”, pensando alla catastrofe naturale e alle conseguenze dell’usura del tempo di cui molte vittime hanno dovuto patire nello stato brasiliano di Minas Gerais. Ma la solitudine e la malinconia caratterizzano il canto spezzato di Prisca Agustoni. La solitudine deriva dall’impotenza dinanzi al disastro umano e politico, così come malinconico è il motivo di questo canto, perché irreparabile, spezzato dagli eventi in cui la Agustoni ha voluto immergersi.

Questo non è solo, come afferma nella sua prefazione sentita Fabio Pusterla, “il punto più alto e più maturo e sorprendente della ricerca poetica” dell’autrice svizzera, ma si tratta a nostro avviso di un capolavoro della poesia dell’ultimo ventennio.

È rarissimo di questi tempi incontrare una raccolta poetica che non ceda in nessun punto, esattamente al contrario di quel che succede nella vicenda narrata: cede una diga, cedono gli argini. Prisca Agustoni riesce a mantenere l’altezza del canto, scegliendo la lirica per parlare di cose che la poesia documentaria americana direbbe più facilmente in prosa, con tutte le incursioni di altri linguaggi (incluso quello giornalistico) che servono. Invece abbiamo a che fare con una specie di poema che pare tagliato con un cutter in sequenze, a volte molto brutalmente, e che nonostante l’asprezza dei toni e le voci altre che si aggiungono nella seconda parte dell’opera, sembra uscire da un’unica gola, la stessa.

La latitudine d’influssi letterari che l’autrice si prende va dall’epica di Roberto Roversi (pensiamo a varie sezioni de L’Italia sepolta sotto la neve) alle più recenti prove di Pusterla, eppure questa voce è solo sua. È fatta di impasti che le diverse culture le hanno permesso di operare (e di più lingue). Perciò non è una raccolta di poesia italiana, ma un testo poetico stratificato in lingua italiana e che va ad aggiungersi alla vasta weltliteratur. Non ha confini.

Per riprendere Brecht, diremmo che il libro della Agustoni non mostra solo la rabbia del fiume in piena, ma anche la violenza distruttiva degli argini che lo costringono, fino a saltare. Il suo canto dice che il dilemma e il disastro sono sociali, transculturali, e che vivere in questo modo non può che generare questo tipo di lirismo che attraversa il tempo, il modernismo eliotiano, il postmodernismo asettico, per sfociare nel nostro presente e gettare un’ombra sul futuro.

È così che si risolvono qui i conflitti, con la poesia. E non è poco, anche perché la Agustoni ha liberato il campo dalle tentazioni più prevedibili: liricizzare, cercando il pathos e ricadendo quindi nella retorica del miserabilismo, oppure prendere le pose da Gran Sacerdotessa delle patrie lettere, pronta a riversare la sua elegia sulle brutture del mondo, pensando di redimere l’umanità con una prova di come è capace invece il genere umano di produrre bellezza.

Nessun fiore del male qui dentro. Per questo anche la categoria di Eco-poetry, evocata da Fabio Pusterla nell’introduzione, mi sembra insufficiente per capire questa impresa. L’autrice avrebbe infatti potuto scrivere su un’altra tragedia, di un altro ordine, e in un altro contesto territoriale. Non sarebbe comunque sembrato un misero tentativo borghese di appoggiarsi a un’occasione propizia, a debita distanza dai gravi eventi occorsi.

Meglio concludere con un solo breve estratto, un esempio di canto interrotto che non dà risposte perché non chiede nulla e pare solo affermare l’inevitabile:

perché dissotterrare fossili
perché scavare nella memoria per trovarvi
terra su terra
ossa su ossa
una storia che pianta radici in bocca,

quei sorrisi di falce o di luna,
così bianchi nella notte,
imitano urla stridenti
oppure gesti di bambola
gelosa del proprio segreto
di chi tutto vede ma non ha voce