Inediti | Ettore Corsalini

Alla morte annunciata del ramarro
la stanza era isolata dall’esterno.
V’era un tavolo senza alcuna sedia
la sua funzione ci apparve strana;
se non è adibito a convivio
che cosa può concederci di buono?
La stanza fu teatro e mistero
dell’eventualità sempre remota
ma poi giunta, della volontà.

Cenare sperando nella fiducia
di tua figlia persa alla nascita
e qui fortuitamente ritrovata.
La tua faccia è piena delle impronte
che faranno parte del tuo trucco.
Il dono calibrato di una suola
che, coscienza leggera, scopre in te
il suo naturale punto di sfogo.

Nello specchio della casa accanto
la mia realtà chiusa in casa d’altri.
C’è un bianco terrore ora, tra la vita
che impone una lettura attenta e continua:
un tribunale e una suggestione,
è una pioggia dalle spesse gocce
che manca, dopo l’assoluzione.
Farei volentieri scambi di meteo,
migrazioni sempre più complesse
per vivere zuppo nell’emergenza.

Cara e nociva questa stagione
che reca in ogni suo angolo una
pietra mal tagliata,
un’arma nota per il suo dolore
che acuisce i bordi scheggiati
man mano che il tempo le fa spazio.
Ogni luogo è votato al ricordo
che sempre esula dal rammarico.
Il metro con cui giro per il mondo,
è mio, e mio unicamente.
Tu fidati della genuinità
della mia misura, del mio segno:

con questo perimetro faremo il
vissuto.