Dove la scrittura frana: su “La linea spezzata” di Fabrizio Lombardo

Ogni raccolta poetica si può leggere come un universo autosufficiente in cui le leggi gravitazionali che regolano svelamento e mistero sono instabili e inafferrabili nei loro movimenti orbitali.
La linea spezzata (Donzelli Editore, 2026) di Fabrizio Lombardo, finalista al premio Strega Poesia 2026, si apre in medias res, «con una pistola in evidenza» che punta su una non meglio precisata terza persona colta negli anni dell’adolescenza, punto di rottura tra l’infanzia e l’età adulta. L’autore non ha alibi né segreti da nascondere, o forse sarebbe meglio dire che non trascura nulla che non sia in ombra anche per sé: tutta la raccolta si gioca infatti sulla voragine che si staglia tra la memoria e l’oblio, e si traduce in molteplici suggestioni che orbitano intorno al dolore provocato dalla morte, dalla malattia, dalla separazione. L’unico elemento di giunzione tra ciò che è stato e non sarà più si riduce al ricordo. Nell’universo di Lombardo, il ricordo visivo e icastico dei fatti si fa viatico e nutre l’istinto indiziario di chi legge attraverso fotogrammi impressionistici che, come una linea spezzata, appunto, o un segmento, balenano a mezz’aria tra tutto il prima, irraggiungibile, e tutto il dopo, imprevedibile. La sensazione è quella di un costante spaesamento rispetto alla collocazione spazio-temporale dei fatti, accentuata da enjambement e frequenti barre oblique dalla funzione ambigua – ora trampolino, ora ponte levatoio –, che si accompagnano a un profondo senso di inquietudine per il bianco dei silenzi e delle sospensioni. Questo candore diafano rimanda il mio pensiero a Il libro bianco (Adelphi, 2025) di Han Kang, in cui l’autrice, premio Nobel per la letteratura, ripercorre la storia della sorella maggiore, morta a poche ore dalla nascita, evocandola attraverso oggetti, ambienti e atmosfere legati al colore bianco. Pur nella loro distanza stilistica e ontologica (Il libro bianco è un romanzo, benché presenti sconfinamenti poetici sul piano sintattico e linguistico), l’opera di Lombardo e quella dell’autrice coreana sono legate dallo stretto nodo che tiene insieme parola e immagine – quest’ultima intesa come ricostruzione mentale del vissuto –, nel comune e annoso tentativo di gettare luce su ciò che giace negli abissi del passato e di riportarlo in vita attraverso il ricordo e il racconto.
Le sei sezioni in cui si articola la raccolta (Fine settanta, Ionio, Strategie di fuga, Ritratti, Dimenticami e Atlante dei giorni) sembrano proprio dispiegare un ideale viaggio – verosimilmente autobiografico – nella memoria dell’autore, che prende le mosse dal territorio bolognese in cui ha intessuto la sua gioventù ribelle «che è registro / privato e tentativo pubblico di descrivere dove / la scrittura frana, si fa grana sottile, carta abrasiva / per gli occhi». In questi pochi versi, tratti dalla poesia di apertura, è condensato tutto il nucleo della raccolta poc’anzi delineato: lo sgretolamento della parola che si traduce nell’impossibilità di dire, di far rivivere attraverso il corpo della lingua e dello sguardo ciò che è stato. L’incombere inevitabile della dissoluzione è reso attraverso un continuo alternarsi, caotico e confuso, di pronomi soggetto (dall’io lirico a un tu indeterminato, passando per incursioni di “noi” collettivi e per componimenti affidati a descrizioni puramente impersonali), che alimentano il senso di spaesamento in chi legge, e forse anche in chi scrive: lo stesso Lombardo, in calce ai ringraziamenti, riconduce la genesi della raccolta ad appunti, post-it e materiali di ricerca accumulatisi nei dieci anni precedenti la pubblicazione.
Dunque, un incessante tentativo di riprendere il filo del discorso là dove è stato interrotto, ricucendo al meglio annotazioni e scatti sparsi.

[…] ora che la strada è chiusa e da qui l’edificio
non è più visibile, rimonto i pochi fotogrammi, sento
l’attrito della memoria, l’ombra che sfuma
nell’ombra. Ribalto lo sguardo in questo presente
di padre. Come un film guardato al contrario.

Il leitmotiv di sottofondo è il silenzio candido del “non-più” che l’autore cerca di riempire «rifacendo / il verso al vuoto», fino a riconoscere nella morte uno «spazio bianco», «un luogo indistinto», «un vuoto di memoria». Il silenzio, nelle vesti di «un’altra occasione / perduta per il tempo di farsi respiro e parola», si armonizza con i resti, con le minuzie dell’ordinario, dando vita a una poetica del residuo, delle piccole cose rimaste, che assumono un valore simbolico e rilucono di preziosità non in quanto risemantizzate dal ricordo e trasformate in emblemi universali, ma per il fatto di essere custodi dei dettagli più intimi e riconoscibili di un intero che lentamente si sgretola e sfugge alla vista; a rimanere sono «il poco e il niente» – accostamento che non a caso figura in chiusura della raccolta –, ma quel poco e quel niente non sono tali: di fronte alla mancanza assoluta, la possibilità di «raccogliere» (questo il termine utilizzato da Lombardo) le tracce di un tempo altro e trascorso è ciò a cui Lombardo affida la sopravvivenza quando dilaga il bianco-vuoto della perdita. E per un attimo sembra di camminare all’alba su una spiaggia ammantata di silenzio invernale, raccogliendo lumachine, murici e gusci di paguro con la mano indecisa tra il secchiello e il mare, incerta su dove sia meglio lasciare che tutto ricominci.